Vittimologia e Violenza nelle Relazioni Affettive.

 Aspetti di Criminologia
di Orietta Giulianelli

violenza 5Appare interessante cercare di rapportare la vittimologia,quale branca della criminologia, alla violenza di genere e, sulla base della considerazione che alcuni soggetti, tra cui le donne (come i bambini e gli anziani), sono, per alcune caratteristiche fisiche, psicologiche e culturali più vulnerabili ai danni della vittimizzazione, collegare il fenomeno alle relazioni affettive Perché una donna, e non un’altra, si trova in una spirale di violenza e non riesce ad uscirne. Non dipende certo da intelligenza, capacità cognitiva o status sociale (fermo restante il fattore-rischio dell’ignoranza e del degrado) perché il fenomeno è “democraticamente trasversale”. Il pensiero va alle donne le quali, pur essendo consapevoli (quando lo sono) dell’ingiustizia della situazione che vivono, non riescono a svincolarsene, quasi fossero invischiate in una “melassa velenosa” che, nonostante tutto, le trattiene. Sembra quasi che siano convinte di meritarsi i maltrattamenti. Nei colloqui di prima accoglienza di donne abusate nell’ambito delle relazioni affettive, la dinamica è spesso la stessa: le donne minimizzano quanto accade loro, “scusano” il loro partner anche con espressioni quali: “non è colpa sua…..è fatto così…. l’ho provocato…. non è cattivo…” ecc. ecc., fino ad arrivare al paradosso: “fa così perché mi ama”. La condanna morale e la denuncia pubblica è rara, arriva proprio quando “non ce la fanno più” o quando sono in pericolo i figli. Cercare di capire un fenomeno così complesso non è cosa semplice anche perché guardare lo stesso attraverso l’ottica della vittimologia, che implica un ruolo attivo del soggetto passivo, è certamente “scabroso”, quasi si volesse attribuire e/o riconoscere una corresponsabilità da parte della donna nell’avvenimento di un fenomeno così doloroso e distruttivo per la stessa. Attribuirle cioè una sorta di colpa. Ma, anticipando le conclusioni, questa potrebbe essere una strada percorribile.
Di particolare interesse come chiave di lettura sembra, a tal proposito, la lettura della ricerca operata dalla Università di Roma 3 “Continuità tra le relazioni d’attaccamento e i legami coniugali violenti” Pallini S., Amann Gainotti M., Tabasso C. in host.uniroma3.it / labogenere” sulla trasmissione intergenerazionale dei modelli di attaccamento, perché riconosce che il fenomeno “viene da lontano”, dall’infanzia. Partendo dalle note teorizzazioni di Bowlby e riconoscendo nei MOI ( Modelli Operativi Interni ) l’esito dei processi di interiorizzazione delle prime interazioni con la figura d’accudimento ed, in ordine cronologico, i modelli rappresentativi dei genitori, i modelli rappresentativi di sé che riflettono l’immagine che i genitori hanno di lui ed i modelli della relazione tra il bambino ed il genitore… “Successivamente, nel corso della vita, ogni qualvolta il bambino dovrà confrontarsi con esperienze di relazione e con l’attivazione di emozioni di legame quali l’affetto, la paura di perdere la persona, il dolore per la perdita e la gioia di un legame, confronterà i nuovi dati con le precedenti esperienze e tenderà ad attribuire ad essi un significato coerente alle proprie strutture di significato, o più semplicemente, interpreterà le situazioni nuove alla luce delle precedenti esperienze” (ibidem pag. 3). Di conseguenza, l’immagine di sé, riflessa nel genitore, come in grado di essere rassicurato, accudito ed amato, sarà internalizzata dal bambino negli schemi di rappresentazione dell’esperienza ed agirà come potente organizzatore delle sue esperienze emotive. Di contro, il bambino che subisca maltrattamenti, violenze da parte dei genitori o sia stato vittima di violenza assistita, probabilmente (anche se non sempre) da adulto riproporrà un comportamento analogo di violenza perpetuata o subita; i bambini maltrattati possono divenire a loro volta adulti maltrattati o maltrattanti. “Il maltrattamento infantile è, infatti, una di quelle condizioni in cui è molto difficile attribuire un significato univoco alla propria esperienza. I bambini maltrattati si trovano nella condizione di confrontarsi con una visione di sé, riflessa dalle loro figure di accudimento, intollerabile, e si percepiscono riflessi nei loro occhi come odiati e respinti (Cassidy e Mohor, 2001). Nello stesso tempo la figura di accudimento maltrattante frequentemente oscilla dal fare del male all’essere amorevole, in un modo che non può essere compreso in un singolo modello rappresentativo … Il bambino … costruirà rappresentazioni di sé con l’altro nell’attaccamento molteplici e reciprocamente incompatibili. L’esperienza di violenza e maltrattamenti da parte del genitore non consente lo sviluppo di abilità atte ad un confronto efficace con le situazioni minaccianti successive nella vita” (ibidem pag. 6).
La ricerca continua poi con un’analisi mirata alle donne coinvolte in relazioni violente, un campione di 12 donne la cui relazione coniugale violenta era durata almeno un anno, di età compresa fra i 24 ed i 50 anni. violenza 1Gli autori, a seguito dell’osservazione delle donne maltrattate, evidenziano i seguenti aspetti del fenomeno:
a) un atteggiamento invischiato nelle relazioni di attaccamento;
b) ricordi di esperienze di maltrattamento subito o a cui avevano assistito da bambine;
c) modelli genitoriali in cui il padre era ammirato sebbene, nello stesso tempo maltrattante o assente e la madre era spesso descritta come inerme e sopraffatta. Nel racconto della relazione con il padre, molte di queste donne, pur se con modalità diverse descrivono:
– la presenza di un rapporto speciale con il padre;
– una forte ammirazione del padre, in genere per aspetti relativi all’apparenza fisica o al comportamento pubblico, mentre l’immagine privata del padre è maltrattante o assente;
– un’obbedienza ed un’adesione totale ai desideri di un padre per altri versi maltrattante. Una grande complicità con il padre di cui si sentivano le preferite;
d) “un particolare stato della mente relativamente alle esperienze di abuso, non di elaborazione, ma di negazione attraverso meccanismi di normalizzazione dell’esperienza di attribuzione di colpa a se stesse e di negazione del dolore attraverso il riso” (ibidem pag. 8).
Gli autori concludono affermando che è “possibile stabilire una relazione tra l’impossibilità di elaborare le passate esperienze infantili con l’attuale permanere nelle situazioni di abuso con il loro compagno….come un’antica abitudine a non orientare l’attenzione e consapevolezza verso gli atteggiamenti violenti del partner” e ancora, è possibile ricondurre il fenomeno del “riso” (c.d. “laughter at pain”) “ad un tentativo di spostare l’attenzione dall’emozione dolorosa e di negarla attraverso una sorta di denigrazione del dolore, di cui può essere un esempio il ridere rispetto ad emozioni penose o il tentativo di considerare come normali gli eventi di abuso. Spesso i soggetti intervistati evidenziano una caduta nelle modalità di valutazione degli eventi di abuso considerandosi meritevoli di quanto era successo”….
“Può – in ultima analisi – essere inoltre stabilità un’analogia o una continuità tra “l’obbedienza” acritica e l’ammirazione verso il padre maltrattante, e l’accettazione di un compagno tiranno e poi violento, come un’abitudine a blandire un padre considerato potente e desiderabile. Come nelle esperienze infantili le donne intervistate avevano imparato a non tenere in alcun conto i propri bisogni di accudimento, ma considerare significative relazioni ammirative di padri assenti o maltrattanti, ugualmente nelle relazioni coniugali hanno accettato di essere umiliate nei loro bisogni e di assecondare, obbedire e blandire il proprio partner. L’abitudine ad escludere dalla coscienza emozioni penose ha consentito loro di permanere a lungo in relazioni altrimenti intollerabili” (ibidem pag. 12).
Ciò detto si ritiene che si possa ragionevolmente concludere rilevando un “filo diretto” fra le esperienze infantili dei soggetti che hanno subito violenza, anche violenza assistita, e comportamenti violenti in età adulta, precisando che la stessa matrice si rinviene tanto nei soggetti maltrattanti quanto in quelli maltrattati.
Almeno nella maggior parte dei casi.
violenza 5La lettura del fenomeno della violenza di genere attraverso l’impostazione degli stili di attaccamento e dei MOI ad essi conseguenti, appare convincente. Essa infatti fornisce una spiegazione del perché alcune donne accettino comportamenti violenti da parte dei loro partner. Potremmo dire che “ci sono abituate”, che i modelli comportamentali che esse conoscono ed hanno interiorizzato li rendono noti ed accettabili, anzi l’accettazione sembra quasi essere per loro una risorsa, un modo per sopravvivere ad una situazione che altrimenti le schiaccerebbe. Interessante a tale proposito è l’aspetto della ricerca di cui sopra che indica nel “riso”, inteso come denigrazione del dolore, una risorsa, una difesa. Ecco dunque, riprendendo le premesse, che il ruolo della vittima è tutto fuorché passivo. Un partner violento non può che “incastrarsi” con un altro partner che conosce ed accetta il maltrattamento, come due tessere di un puzzle. La matrice, si ripete però, è la stessa.
Il rapporto diadico carnefice-vittima, nei termini su descritti, legittima l’affermazione che la violenza di genere è un problema di coppia e come tale va trattato e, auspicabilmente, prevenuto.




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