Giustizia è verità…Giustizia e verità

Il Valore della Testimonianza

di Giuseppe Guarcini

“I vuoti di oblio non esistono.
Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente
e al mondo c’è troppa gente perchè certi fatti non si risappiano:
qualcuno resterà sempre in vita per raccontare.
E perciò nulla può mai essere praticamente inutile,
almeno non a lunga scadenza.”

Hannah Arend

Quanti sontestimoneo i crimini cui nel corso del tempo non è stato possibile attribuire un autore?
Quanti ancora dovremo vederne irrisolti e mestamente archiviati?
Personaggi dall’indole delinquenziale che riescono farla franca al cospetto dei loro misfatti, crimini talvolta cosi assurdi da non comprenderne o addirittura stabilirne il movente.

 

Ebbene si! Questi mostri riescono ad eludere le indagini, continuando a vivere tranquillamente la loro vita, noncuranti della tragedia che hanno provocato spezzando ignobilmente la vita di una persona e gettando i suoi cari nella disperazione più profonda.
Spesso si trattava di giovani che si apprestavano a fare il loro esordio sul palcoscenico della vita.
Certo! Sono mostri, è comprensibile, non ci si deve aspettare da loro rimorso, prese di coscienza o, se preferite definirla introspezione.
La confessione non è una dote attribuibile ai mostri, sempre che da essa non traggano un tornaconto personale. Solitamente però, ciò accade solo quando messi alle strette, dinanzi a loro non si prospettano altre soluzioni quali ad esempio sconti sulla pena.
Quando un omicidio non è risolto, quando le indagini svolte dagli inquirenti raggiungono il punto cosiddetto di “stasi” e non certamente per volere di questi, ma per mancanza di elementi in grado di sospingere l’evoluzione delle indagini stesse, cosa accade?
Per i non addetti ai lavori, e mi riferisco soprattutto ai media, termina il momento dedicato alla spasmodica ricerca di notizie inerenti l’individuazione dell’autore del crimine, e inizia la caccia disperata e affannosa degli eventuali responsabili del cosiddetto stato di “stasi” delle indagini.
Viene messa in discussione la capacità dei magistrati, d’altronde, il codice di procedura penale attribuisce a loro la funzione di coordinamento delle indagini, poi quella delle forze di polizia, dei periti che hanno avuto modo di analizzare le tracce generate da quel determinato crimine e di tutti quei soggetti che per le loro capacità professionali, ruotano intorno ad una attività di indagine.
Il criminale perde il suo ruolo di principale, inizia la ricerca del nuovo protagonista: “il capro espiatorio”.
La giustizia si può manifestare attraverso la conoscenza della verità, attenzione! Senza per questo, scindere il significato del termine verità, non si può artefare la verità storica sostituendola con una  più comoda e malleabile ricostruzione  di un verità processuale.
Quando si parla di un crimine, di un reato compiuto, si fa sempre riferimento a un fatto storico che si colloca o si cerca di collocare in uno spazio temporale definito, sicuramente trascorso rispetto al momento in cui il processo si sta celebrando.
Si tratta quindi di trasportare un fatto storico dal passato al presente, cercando di ricostruire le circostanze che allora contribuirono a determinarlo.
Ciò avviene attraverso gli elementi che nella fase delle indagini preliminari assumono le caratteristiche di indizi e successivamente, nel contraddittorio tra le parti processuali, alla presenza di un giudice “super partes, subiscono la metamorfosi che li trasformerà in elementi probatori, ovverosia prove certe e inconfutabili, in grado di far affermare che quel dato fatto storico sia realmente accaduto e le modalità con cui è stato portato a compimento.
Quante volte è capitato di sentire disquisire anche usando impropriamente il termine “prova”, ore e ore di Talk Show televisivi imperniati sulla prova e sulla sua consistenza, nonostante la fase giudiziaria attraversasse l’ambito delle indagini preliminari. Ove, eccezion fatta per alcuni determinati casi dettati dal codice procedurale (incidente probatorio, accertamenti tecnici irripetibili ecc.), non si può assolutamente parlare di prove ma solo di indizi.
Questi potrebbero essere rivelati da un’attenta analisi della scena del crimine, oppure possono emergere attraverso indagini compiute nei vari settori criminalistici d’interesse.
L’attività d’indagine compiuta dagli investigatori e dai professionisti delle scienze forensi, genera in sé una sinergia d’intenti da cui si possono trarre indizi in grado di mutarsi in prove nel corso della fase processuale.
Non sempre gli indizi sono “endogeni” a un fatto delittuoso, può accadere che essi provengano da fonti esterne che in qualche modo, sono state lambite da quel dato fatto criminoso, basti pensare a quei fatti storici sono arrivati sino ai nostri giorni perché narrati e documentati da chi ebbe modo di assistervi in prima persona.
Fatti dunque tramandati senza l’ausilio delle tecniche dettate dalle scienze forensi, che però a sua volta può rendersi importante, ad esempio analizzando quel dato reperto meditante i raffinati strumenti in possesso e quindi permettere di datarli e attribuirgli una esatta collocazione storica nel tempo.
I risultati che possono giungere da una testimonianza in concomitanza ad  un’ analisi del materiale repertato sulla scena del crimine, potrebbero dar vita ad un ulteriore dato specifico di conoscenza, utile a ricostruire l’accaduto.
Testimoniare significa dimostrarsi in grado oggi di rappresentare, attraverso la narrazione fedele, un episodio accaduto in epoca anche lontana cui ha avuto modo di assistervi.
Anche un crimine quindi può essere ricostruito non solo con l’utilizzo delle ricerche tecniche utilizzate dalle scienze forensi ma anche attraverso il racconto di chi è in grado di riferire circostanze utili ai fini delle indagini.
Il nuovo codice di procedura penale la definisce: “persona informata sui fatti” che nella successiva fase processuale assumerà la veste di “testimone”.
Definizione a parte, esso può rivelarsi fondamentale in ogni stato e grado del processo.
Emerge tra le tante, la figura del testimone oculare. Ma è altrettanto importante per le indagini, non solo chi ha assistito agli eventi che hanno determinato un dato fatto delittuoso, bensì anche chi si dimostra in grado di narrare altri avvenimenti o accadimenti di vita che magari hanno riguardato la vittima utile a poter in qualche maniera ricostruire un eventuale movente o magari essere in grado  che so, di riferire date circostanze che possono condurre gli investigatori ad un ulteriore sviluppo delle indagini.
Nulla va considerato banale, a volte proprio dagli elementi erroneamente considerati inutili possono generarsi presupposti in grado di sviluppare nuovi input capaci di indirizzare le indagini verso nuove direzioni allontanandole dl tragico stato di “stasi” in cui versano.
Spesso però ciò non avviene.
Spesso le persone non hanno il coraggio di raccontare o perché colte da paura di ritorsioni o solo per non intromettersi in vicende giudiziarie e magari conseguenti gogne mediatiche.
Timori inesistenti, falsi miti, in cui nascondere un’omertà che spesso e figlia di un retaggio difficile da estirpare soprattutto nel patrimonio culturale concernente determinati ambiti, talvolta invece figlia della paura del dire o, di divenire in qualche maniera, protagonista essenziale all’interno di una vicenda giudiziaria.
Timori che ahimè svaniscono nel momento in cui magari la stessa persona, deve assumere un ruolo critico, avverso al comportamento delle Forze dell’ordine, della magistratura o soggetti che a causa delle loro specialità forensi sono stati coinvolti nell’esperimento delle indagini.
Testimoniare non deve essere inteso come un obbligo giuridico, non è il timore della sanzione sancita che deve spingere ciascuno di noi a rendere notizie utili ai fini delle indagini.
Si tratta anche e soprattutto di un obbligo a carattere sociale.
I consociati di una comunità, giacché tali dovrebbero rendersi partecipi, collaborare, affinché le norme poste all’interno della comunità in cui viviamo possano raggiungere il loro scopo, cioè di assicurare la pacifica convivenza.
Spesso – ho usato ripetutamente questo avverbio- senza peraltro essere mia intenzione farlo apparire come una ridondanza linguistica, anzi ad onore del vero, lo scopo della ripetizione era quello di rimarcare l’atteggiamento di chi spesso appunto,  manifesta la propria reticenza decidendo di intraprendere la strada del silenzio.

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