SERVIZIO SOCIALE E MEDIAZIONE FAMILIARE: SIMILITUDINI E DIFFERENZE. A cura della dott.ssa Federica Focà

 

 dott.ssa Federica Focà
dott.ssa Federica Focà

La famiglia, pilastro portante della società, offre, o meglio dovrebbe offrire, rifugio e cura ai suoi membri. Tuttavia nella società moderna, magistralmente definita “liquida”dal filosofo e sociologo Baumann, in contrapposizione alla “solidità” dell’epoca passata, la possibilità di creare relazioni stabili e durature sembra diventare sempre più una chimera. Parafrasando il pensiero dell’illustre studioso, si può affermare che nessuna radice può attecchire sul liquido, e senza radici un rapporto di coppia difficilmente può aspirare a essere duraturo.
Tale instabilità del legame matrimoniale e dei rapporti di coppia in generale, è purtroppo ben lungi dall’essere priva di conseguenze. Infatti, la fine di un rapporto matrimoniale causa sofferenza a tutti i componenti dell’asse familiare anche quando è gestita in modo adulto e responsabile dalla coppia che si separa. Quando poi i due partner che si dividono non riescono a gestire i loro rapporti in maniera civile e costruttiva, ma si lasciano sopraffare dal dolore o dalla conflittualità, la separazione si trasforma in un evento altamente drammatico, che mette a rischio la salute psichica e il benessere dell’intero nucleo familiare. Troppo spesso, in questi casi, la famiglia si trasforma per i suoi membri da luogo di condivisione ed affetti a dispensatrice di sofferenza.
Gli operatori sociali che si occupano di famiglia conoscono molto bene i danni devastanti prodotti da una separazione conflittuale. Convincere a dialogare due persone che si vedono reciprocamente come responsabili della rovina della propria vita rappresenta una grande sfida, una scommessa che non sempre si può vincere. Ma se è vero che si possono attribuire alla moderna società “liquida”, individualista e consumista, luogo dell’avere e non dell’essere, precise responsabilità nella disgregazione della famiglia, a maggior ragione è necessario che laddove l’evento separativo crei conflitto e disagio l’intera società, e in primis i servizi sociali, siano chiamati a prendersene carico. È dunque il corpo sociale, e non solo il corpo familiare, che deve essere investito del compito di affiancare la famiglia separata nel cammino diretto alla rielaborazione del dolore, e alla conseguente rinascita.
Ed è proprio all’interno di questa prospettiva sociale che operano quei professionisti che, a livello istituzionale o libero professionale, si interfacciano con la famiglia, e in particolare con quella separata. Tra questi professionisti hanno un ruolo centrale assistenti sociali e mediatori familiari, che esercitano la loro professione con strumenti tecnici e ruoli spesso diversi, ma sotto l’egida di valori e principi comuni.
Si esamineranno ora, brevemente, le principali affinità e diversità tra questi due ruoli professionali.
Mediatori familiari e assistenti sociali sono accumunati innanzitutto da un sapere, come insieme di conoscenze tecniche organizzate; un saper essere, inteso come maturità e capacità di relazione; un saper fare, quale capacità di applicare le conoscenze tecniche acquisite; un saper divenire, come capacità di adeguarsi alle istanze di una società in continuo mutamento.
Inoltre, entrambi questi professionisti operano in forza di una legittimazione formale, cioè il riconoscimento dell’esercizio della professione e del mandato sociale, e sono tenuti a rispettare un codice etico-deontologico, quale insieme di principi e valori che orientano il fare professionale.
La più grande affinità tra le due scienze, tuttavia, è probabilmente rappresentata dalla valorizzazione dei bisogni degli utenti, che vengono considerati centrali nella Mediazione Familiare, e sono addirittura oggetto del Servizio Sociale.
Per comprendere in modo ancora più completo le affinità tra Mediazione Familiare e Servizio Sociale è utile partire dalla definizione della meno nota tra i due, ossia la prima. L’art. 1 della Raccomandazione 1639 (2003) del 25 novembre 2003 del Consiglio d’Europa definisce la Mediazione Familiare «un procedimento di costruzione e di gestione della vita tra i membri d’una famiglia alla presenza d’un terzo indipendente ed imparziale chiamato mediatore»; «l’obiettivo della mediazione è di giungere ad una conclusione accettabile per i due soggetti senza discutere in termini di colpa o di responsabilità. L’accordo raggiunto è ritenuto idoneo ad una pacificazione e ad un miglioramento duraturi della relazione tra i coniugi».
servizio sociale 3La Mediazione Familiare guarda al conflitto come a un fatto naturale della vita, nella consapevolezza che come è sorto può essere risolto. Il Mediatore, imparziale ed equidistante, non si rapporta ai coniugi contestando eventuali responsabilità all’uno o all’altro; al contrario, li accoglie e li accetta così come sono. Inoltre, tale professionista non si sostituisce mai alla coppia nella ricerca di soluzioni ai suoi problemi, non impone il proprio punto di vista “qualificato”: piuttosto, esorta le parti a riattivare la comunicazione tra loro, lavora sulla loro autonomia e sull’empowerment, aiuta, quindi, i coniugi a trovare autonomamente proprie soluzioni e decisioni per riorganizzare la nuova situazione familiare in maniera soddisfacente per entrambi.
Obiettivo finale di questo lavoro di composizione del conflitto è la conclusione di accordi, che potranno eventualmente essere portati in Tribunale per essere omologati. La logica della Mediazione Familiare si ispira pertanto allo schema “win- win”, poiché il suo obiettivo è che entrambe le parti escano vincitrici dal conflitto, ed è opposta allo schema “win- lose”, tipico delle procedure giudiziarie. Essa anzi costituisce una validissima alternativa alla risoluzione delle controversie in sede giudiziaria in quanto gli accordi presi dalle parti sono frutto di una loro libera scelta, pertanto hanno molte più possibilità di essere rispettati rispetto alle statuizioni contenute in una sentenza di un giudice che non ha una conoscenza diretta della coppia e che decide secondo l’id quod plerumque accidit.
Se così è, risulta evidente che mediatori familiari e assistenti sociali in comune hanno innanzitutto i valori. In primis, la centralità della persona umana, unica, irripetibile, titolare di diritti umani e di infinite potenzialità. Da ciò discende l’altro valore comune, ossia la fiducia nella capacità di autodeterminazione dell’uomo intesa come diritto di decidere per la propria vita, di scegliere e di partecipare. Il riconoscimento di questo diritto rinvia ad altri due concetti, ossia quello di autonomia, intesa come capacità di darsi le proprie regole effettuando poi le scelte ritenute opportune, e libertà, intesa come capacità di scegliere, di esprimersi, di agire.
Passando dai valori ai principi, che tali valori concretizzano al fine di creare un corpus metodologico e tecnico, anche qui se ne trovano moltissimi comuni alle due professionalità. Innanzitutto, il rispetto della persona, che significa rapportarsi a chi si ha di fronte con un atteggiamento di accettazione di tutte le sue caratteristiche, anche quelle negative, senza necessariamente doverle approvare; poi, il rispetto e promozione della globalità della persona, che comporta una valutazione attenta dei bisogni dell’utente, che va considerato nella sua complessità e unicità. Ancora, il rispetto e la promozione dell’autodeterminazione, che parte dall’assunto che gli utenti conoscono i propri bisogni e sono in grado di definirli e soddisfarli, e comporta che il professionista stimola le parti a riappropriarsi delle loro capacità e a risolvere i loro problemi in autonomia. Altro principio comune è il rispetto della privacy e l’obbligo del segreto professionale, anche se per l’assistente sociale, in virtù del suo mandato istituzionale, tale principio può essere limitato da esigenze ancora più rilevanti.
Gli scopi del Servizio Sociale e della Mediazione Familiare sono anch’essi comuni. Anche se quest’ultima opera solo all’interno del conflitto familiare, mentre il primo ha una valenza omnicomprensiva, gli obiettivi di entrambi vanno letti nella loro valenza di promozione del benessere non solo della famiglia, ma dell’intero corpo sociale e delle sue relazioni con le istituzioni e la comunità di appartenenza.
Inoltre la Mediazione Familiare, mirando alla riduzione del conflitto familiare, come il Servizio Sociale svolge un’importante funzione di prevenzione del disagio sociale.
Per quanto riguarda le tecniche impiegate nell’ambito delle professioni di mediatore familiare e di assistente sociale, la negoziazione integrativa, utilizzata dai mediatori familiari nella gestione del conflitto, sembrerebbe appannaggio esclusivo di questi ultimi . Tale modello di negoziazione, a differenza della negoziazione distributiva, che si concentra prevalentemente sulla strategia del concedere, adotta un’ottica cooperativa, perché include sia il fare concessioni che la ricerca di alternative mutualmente vantaggiose per le parti. I vantaggi della negoziazione integrativa si riscontrano nella qualità delle decisioni prodotte, frutto dell’incontro e del rispetto dei reciproci punti di vista delle parti. La collaborazione aumenta la motivazione rispetto alla completa applicazione degli accordi raggiunti e migliora la qualità della relazione tra le parti, riconsegnando ad esse la fiducia, la flessibilità dei rapporti e la stabilità. Adottare questa strategia significa circoscrivere il tema da trattare, scomporre il problema in sottoparti, usare il metodo del problem solving nonché brainstorming per confrontare ipotesi alternative, ipotizzare un ventaglio di soluzioni possibili e scegliere quella che soddisfa le esigenze di tutti. Nella Mediazione Familiare tale strategia entra nel vivo nella fase della negoziazione ragionata, tra il terzo e il sesto incontro, quando il mediatore affronta con la coppia l’analisi dei bisogni loro e dei loro figli: partendo dai desideri e dalle aspirazioni delle parti, il Mediatore stimola le stesse a trovare delle soluzioni che concilino i loro desiderata in modo da soddisfare entrambe.
Se è pur vero che la tecnica della Negoziazione viene appresa dai mediatori familiari in quella sede di ulteriore formazione che serve a conseguire tale professionalità, è di tutta evidenza come gli assistenti sociali ne applichino i principi, anche in modo inconsapevole. Quando utilizzano lo strumento del colloquio, quando realizzano un progetto di aiuto, gli assistenti sociali mediano tra le diverse istanze; quando interagiscono con famiglie altamente conflittuali, lavorano cercando di avvicinare le reciproche posizioni dei suoi componenti, suggeriscono un ventaglio di soluzioni possibili, proprio come si fa quando si utilizza la tecnica della negoziazione.
servizi_sociali-374x200Fin qui si sono descritte, seppure sommariamente, le tante affinità tra Servizio Sociale e Mediazione Familiare; se ne analizzano ora le principali differenze, altrettanto profonde e radicali quanto le caratteristiche in comune.
Innanzitutto, gli incarichi dei due professionisti sono diversi. Infatti, l’incarico del mediatore familiare è di tipo compositivo: egli deve ridurre la conflittualità e migliorare la comunicazione. L’incarico dell’assistente sociale, invece, ha confini meno limitati. Fermo l’obiettivo di ridurre la conflittualità, l’attività di quest’ultimo professionista è di tipo valutativo, in quanto indirizzata a una visione globale della situazione dell’utente, per la quale sono necessari colloqui con il minore e la famiglia, indagini, visite domiciliari e consulenze sociali.
Poi, tra Servizio Sociale e Mediazione Familiare cambia il linguaggio, perché cambia il grado stesso della conflittualità tra gli utenti: altissimo nei casi trattati dal primo, meno esasperato in quelli di competenza della seconda. Nell’ambito della Mediazione Familiare, infatti, l’alta conflittualità non è considerata mediabile: perché in tali situazioni possa iniziarsi una Mediazione è necessario che gli assistenti sociali, che dell’alta conflittualità sono professionisti, lavorino preliminarmente per ridurre il conflitto.
Inoltre, gli strumenti della Mediazione Familiare e del Servizio Sociale sono differenti. Se la prima utilizza il genogramma e la lavagna, gli strumenti utilizzati dal secondo sono più complessi. Tra questi, ricordiamo la visita domiciliare, la documentazione e il sistema informativo, la riunione e il lavoro di équipe.
L’unico strumento in comune tra le due professionalità è il colloquio, che però è utilizzato con obiettivi diversi. Assistenti sociali e mediatori familiari, infatti, si servono del colloquio per raccogliere una serie di informazioni al fine di valutare la situazione dell’utente e di comprenderne i bisogni. Tuttavia, per il mediatore familiare tale attività ha il fine ultimo di elaborare gli accordi tra le parti, cui si accennava sopra; la valutazione della situazione dell’utente, effettuata dall’assistente sociale con l’aiuto del colloquio e di tutti gli altri strumenti di cui può avvalersi a questo fine, è invece volta a realizzare un progetto di aiuto confezionato su misura per il cliente. Tale progetto rappresenta il risultato di un lavoro di mediazione tra le diverse istanze dei soggetti coinvolti (utente, assistente sociale, istituzione…) e gli obiettivi del progetto stesso. Ecco perché l’assistente sociale può essere definito come mediatore per eccellenza, ed ecco perché, secondo la scrivente, è il professionista più adatto a diventare un mediatore familiare.
Un’ulteriore differenza è rappresentata dall’accesso delle parti. Infatti, quando l’assistente sociale si interfaccia con una famiglia conflittuale, lo fa o su mandato del giudice, o perché la situazione gli è stata segnalata da altri soggetti (scuola, altri componenti della famiglia ecc.). In caso di alta conflittualità familiare molto raramente le parti contattano l’assistente sociale per libera scelta. Al contrario, il ricorso alla Mediazione Familiare è sempre volontario. Vero è che il giudice può consigliarla, tanto che, secondo l’art. 155-sexies c.c., «qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli». Tuttavia, l’invio in mediazione è una facoltà del giudice, non un obbligo, tanto che ha per presupposto il consenso delle parti.
Altra diversità sta nel tipo di mandato dei due professionisti. Entrambi, infatti, operano in virtù di un mandato sociale e professionale, ma solo l’assistente sociale opera sulla base di un mandato istituzionale. Ciò implica che l’assistente sociale, tenuto a rispondere del proprio operato all’ente per il quale presta servizio, ha una funzione di aiuto, ma anche una funzione di controllo nei confronti dell’utente, a maggior ragione quando si relaziona con famiglie altamente conflittuali in virtù di un mandato del giudice; il mediatore familiare, invece, risponde solo alle parti; la funzione di controllo gli è totalmente estranea.
Anche l’obbligo del rispetto della privacy, come si accennava poc’anzi, ha una valenza diversa per i due professionisti. L’articolo 331 c.p.p., che prevede che «gli incaricati di un pubblico servizio che, nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio, hanno notizia di un reato perseguibile di ufficio, devono farne denuncia per iscritto» è applicabile agli assistenti sociali, che se non denunciano incorrono in precise responsabilità civili e penali, ma non ai mediatori familiari in quanto liberi professionisti. Anzi, tutto ciò che accade negli incontri di Mediazione Familiare deve rimanere segreto: il mediatore può comunicare al giudice e agli avvocati delle parti soltanto se la Mediazione è andata a buon fine o meno.
Infine, diverso per le due figure professionali è anche il rapporto con il giudice. Infatti, come si accennava precedentemente, l’assistente sociale è tenuto a svolgere una serie di attività a supporto dell’autorità giudiziaria, tra cui l’elaborazione di relazioni di segnalazione, il monitoraggio dell’intervento, la stesura di un resoconto finale scritto. Inoltre, l’assistente sociale fornisce chiarimenti ed eventualmente è tenuto a testimoniare.
Di contro, il mediatore familiare è tenuto alla massima riservatezza sul contenuto degli accordi, e non può essere chiamato a collaborare con il giudice.
In conclusione, più che valutare se siano maggiori le differenze o le affinità tra le due scienze di cui ci si è occupati, appare qui più utile ribadire l’importanza di entrambe come strumenti di promozione di una cultura in cui il conflitto, familiare e non, non viene ignorato, ma affrontato e trasformato in un’occasione di riflessione, crescita e conoscenza reciproca.

BIBLIOGRAFIA
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MAGGIAN Raffaello, Guida al welfare italiano: dalla pianificazione sociale alla gestione dei servizi, Maggioli Editore, 2011
PERINO Annamaria, Il Servizio Sociale: strumenti, attori e metodi, Laboratorio Sociologico Franco Angeli, 2010

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