Daniele Gravili: … SE L’ORCO ESCE DALLE FAVOLE!

danielegravili

per non dimenticare

di Giuseppe Guarcini

Maledetta calda e assolata giornata di fine estate, maledetta ora della siesta, se si fosse trattato di un altro giorno di una qualsiasi altra stagione dell’anno magari non sarebbe successo o se magari si perdesse il vizio di fare la siesta pomeridiana, qualcuno avrebbe visto, o meglio ancora, se quel maniaco non fosse passato di lì, magari Daniele non sarebbe stato rapito e sicuramente ora non saremo qui a raccontare questa tragica vicenda.
Colpa del caldo, del sonnellino pomeridiano, dei pochi e distratti bagnanti che in quel momento su quel tratto di spiaggia di Torre Chianca nel Salento, erano talmente intenti a lasciarsi tingere la pelle dal sole da non accorgersi che un bambino di appena tre anni a poca distanza da loro stava morendo……. in quella maledetta e calda giornata d’ estate.


Daniele è morto a soli tre anni, violentato, seviziato e poco conta se è accaduto in un giorno d’estate e nell’ora della siesta.
Era il 12 settembre del 1992 un giorno come un altro, di certo non il giorno destinato a veder morire il piccolo Daniele per mano di un vile che ha approfittato della sua fragilità.
Erano circa le 14.00 Daniele giocava beato, spensierato nel giardino di casa in via Adriatica a Lecce. La stagione estiva volgeva oramai al suo epilogo e con sé aveva portato via i tanti villeggianti che in estate occupavano le case della zona.
La quiete regnava, interrotta di tanto in tanto da un leggero soffio di vento che alitava sui rami degli alberi provocando il leggero fruscio delle foglie.
Daniele in cortile, da solo, inventava gli ultimi giochi d’estate, mentre mamma e papà in casa preparavano le valigie, le vacanze erano terminate.
Erano tranquilli papà e mamma, il cancello era chiuso e Daniele da solo non avrebbe avuto la forza di aprirlo, solo pochi attimi, e poi sarebbero tornati a condividere i giochi con il loro bambino.
Pochi attimi! Ma quanto può durare un attimo? Un secondo, un minuto un’ora? O una vita? Quell’attimo si scoprirà non avrà mai una fine per i genitori di Daniele.
Qualcuno in quel caldo pomeriggio di fine estate ha aperto quel cancello e, in un attimo, ha portato via Daniele dall’affetto dei sui genitori e da una vita ancora tutta da scoprire, da vivere.
Trecento metri separano la casa di via adriatica dalla spiaggia di Torre Chianca, dove Daniele, per ironia della sorte fu trovato in fin di vita da un altro bambino di 12 anni che sconvolto urlò con tutto il fiato che aveva, i primi soccorsi prestati da un vigile del fuoco, la corsa disperata verso l’ospedale, la sera……il cuore di Daniele smette di battere, stremato dalla tenace e lunga lotta per la vita iniziata in un pomeriggio caldo d’estate, che un cuoricino così piccolo non è riuscito, non poteva sopportare.
E’ sera il buio s’impadronisce del giorno e non solo.

Le indagini
Al bambino che lo aveva trovato, era parso un bambolotto abbandonato sulla spiaggia.
Il primo pensiero di tutti è stato quello di una disgrazia.
Quel giorno a torre Chianca il mare era mosso, Daniele probabilmente si è avventurato da solo in mare.
Non è cosi, più tardi, forse anche troppo tardi, i sanitari si accorgono che le ferite sul corpo del piccolo possono lasciar presagire ad una violenza nei suoi confronti, occorrerà comunque attendere l’esito dell’autopsia.
Le indagini si avviano immediatamente ma non emergono elementi utili ad identificare l’aggressore del piccolo Daniele.
Il papà di Daniele racconta di averlo visto per l’ultima volta alle ore 14.00, il corpicino straziato è stato trovato alle ore 15.30.
Fu composto dalla Procura un pool di investigatori coordinato dall’ allora Sost. Proc. dott. Cataldo MOTTA.
Non esistevano le attuali metodologie investigative tecniche tantomeno scientifiche, in quegli anni si faceva affidamento sull’esperienza, l’acume investigavo e le poche tracce a diposizione degli inquirenti. Lo stesso magistrato che conduceva le indagini, conscio delle difficoltà su cui si imperniava un simile caso, capì che bisognava muoversi subito per poterlo catturare, altrimenti tutto si sarebbe complicato.
Indizi che si susseguono ma null’altro che indizi, che terminavano la loro inutile corsa in quel terribile imbuto del “nulla di fatto”

Nessuno ha visto nessuno
Forse sarebbe stato più opportuno dare un titolo diverso al paragrafo: “quel muro di omertà che circonda la vicenda”.
o forse la stessa stampa dell’epoca esagerò nel definirlo muro di omertà, esistono davvero persone che di fronte ad un sì tanto brutale ed efferato omicidio, sono capaci di calare il velo dell’omertà?
Se così fosse, magari ora che il tanto tempo trascorso, ha sicuramente lenito quella intensa sensazione di dolore, provocata dalla paura, è giunto il momento di avere il coraggio di dire, è morto un bambino e l’omertà, la paura devono!! cedere il passo di fronte a così tanto orrore, crudeltà, violenza.
Anche il linguaggio usato dal Sost. Proc. Motta venne considerato dai media: “ crudo e burocratico” quando riferì circa l’esito dell’autopsia, annunciando che sul corpo del povero Daniele era stata rilevata una “ lesione alla regione perianale” e la causa della morte dovuta a soffocamento, provocato dalla sabbia, sulla quale Daniele con determinata ferocia era stato sospinto dal suo aguzzino.
Quelle  parole  dette in quel particolare  momento dal magistrato altro non facevano che rispecchiare la realtà di quel momento e  da cui  non ci si poteva o doveva  nascondere, affermando mezze verità.
Era giusto e doveroso nei confronti di tutti, non nascondere l’immagine del mostro con cui si era consapevoli di dover avere a che fare. Tutti, nessuno escluso dovevano sapere.
Sono trascorsi quasi trentatré anni da quel triste giorno, del mostro ancora nessuna traccia.
Gli investigatori giorno dopo giorno hanno instancabilmente continuato a cercare, ma il mistero resta tuttora avvolto da una coltre impenetrabile, nessun testimone in grado di riferire.
Il mostro ha studiato tutto nei minimi particolari? O magari si è trattato di una serie di coincidenze fortuite, che purtroppo hanno giocato a suo favore (assenza di testimoni, tracce labili), che anche nel corso degli anni seguenti, con l’avvento delle nuove tecnologie forensi non sono state in grado di definire una svolta determinante alle indagini.

…non chiamatelo cold case
Gli anni continuano a scorrere, dell orco e della sua identità non si conosce nulla, non ci sono certezze
Anzi una solida certezza però esiste! ed è questa:
il ricordo di quella piccola vittima uccisa in modo cosi malvagio è ancora bruciante per i suoi cari e per gli investigatori. Un filo invisibile li legherà per sempre a Daniele.
Immaginate quel filo teso, come una corda di violino pronta a dare il “la” ad una nuova indagine ogni qualvolta verrà pizzicata da un elemento, ritenuto in grado di assicurare il terribile assassino alla giustizia.
Daniele cosi come le tante vittime dei loro ignobili carnefici ancora a piede libero, non meritano di essere catalogate “casi freddi”…. meritano giustizia.

mare

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