L’ OGGETTIVIZZAZIONE DELLA VITTIMA

 

di Orietta Giulianelli

DEPERSONALIZZAZIONE DA PARTE DELL’AGGRESSORE.

IPOTESI DI PARALLELO CON LA SINDROME DI STOCCOLMA.

oggetivizzazione

Di fronte al quotidiano bollettino di guerra cui i media ci sottopongono, è lecito e logico porsi una domanda:come un essere umano possa agire in maniera crudele ed efferata nei confronti di un altro. Sembra banale ed è antico come il mondo. Ci si può porre però di fronte a questo interrogativo da una prospettiva particolare del fenomeno, quello della oggettivizzazione della vittima – depersonalizzazione da parte dell’aggressore.
Nell’oggettivizzazione l’individuo è considerato un oggetto, uno strumento, una merce. Se nelle espressioni storiche della deumanizzazione utilizzata come strumento di oppressione impiegata da gruppi potenti per sfruttare, umiliare, distruggere gruppi più deboli, essa appare come una strategia esplicita, le forme quotidiane erodono in modo sottile l’altrui umanità. Il pensiero va immediatamente alle strategie poste in essere dal partner manipolatore affettivo come strumento prodromico alla violenza-annientamento successivi, attraverso appunto lo “svuotamento” della personalità della vittima. In quest’ottica, la deumanizzazione appare il passo successivo.
Accanto alla deumanizzazione della vittima, in cui l’aggredito è considerato inferiore, indesiderabile o poco apprezzabile per qualche motivo si affianca l’attribuzione di colpa cioè l’assegnazione di responsabilità al soggetto passivo che rende giustificabile l’aggressione verso di lui.
I violenti aggrediscono perché deumanizzano le loro vittime e non provano quindi per loro sentimenti naturali d’empatia e di comprensione. Le aggressioni sono giustificate spesso come reazioni a comportamenti sbagliati delle vittime.
Paradigmatico in questa accezione si ritiene sia il caso del torturatore, soggetto che sfoga lo stress mentale ed i suoi conflitti interiori solo facendo soffrire altri esseri umani. Per abbattere il suo senso di colpa, si costruisce un sistema difensivo molto rigido. La vittima viene disumanizzata, percepita come un essere che merita la punizione, che provoca disgusto e quindi la violenza viene giustificata. Un esempio per tutti: il delitto della Magliana (il caso del “canaro”). 18 febbraio 1988, il tosacani Pietro De Negri, uccide dopo averlo a lungo torturato, l’amico, ex-pugile, Giancarlo Ricci. Fino al momento dell’omicidio era il Ricci a comportarsi nei confronti dell’assassino in maniera tirannica ed oppressiva. Un giorno il De Negri decide di non sopportare più le umiliazioni dell’amico, così lo tramortisce, lo lega a ganci di ferro e lo tortura per sette lunghe ore. Il movente è la vendetta: l’assassino ha evirato la vittima, gli ha amputato la lingua, naso, labbra, pollici ed indici. Gli organi genitali sono stati infilati nella gola, un pollice nell’ano, le altre dita negli occhi.
Si può addirittura arrivare a situazioni paradossali in cui le vittime sono colpevolizzate fino a giustificare esse stesse l’aggressione nei loro confronti o, in ogni caso, a sminuire la gravità delle aggressioni subite. In seguito ai continui attacchi la vittima può essere gradualmente percepita e percepirsi come una persona incapace che “merita” di essere vittimizzata.
Per altro verso e come aggravante per il genere femminile “in anni recenti, il costrutto è stato approfondito dal pensiero femminista, che si è concentrato sulla sessualizzazione della donna e sulla sua riduzione ad oggetto sessuale; in questa prospettiva l’oggettivazione indica il restringimento della valutazione di una persona alla considerazione delle sue funzioni sessuali – che vengono separate dal resto della sua personalità e ridotte allo stato di mero strumento o guardate come se fossero capaci di rappresentarla nella sua interezza -” (in Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia, Vol. 3 (2012), n. 1, pag. 99 Chiara Volpato).
Considerare l’altro un oggetto rinvia all’universo della mercificazione ed all’uso strumentale delle sue qualità fisiche e si accompagna, nel soggetto attivo, ad una vera “cecità emotiva” che gli consente di non vederlo, appunto, come essere umano e, soprattutto, di non provare colpa.
Può sostenersi che fenomeno speculare, anzi “uguale e contrario” alla deumanizzazione appare la reazione psicopatologica delle vittime di sequestro che va sotto il nome di Sindrome di Stoccolma.
Nell’agosto del 1973, quattro impiegati di una banca di Stoccolma furono tenuti in ostaggio per sei giorni da due rapinatori. La polizia circondò la banca ed iniziarono le difficili trattative in una situazione ad alto rischio di vita per gli impiegati. Alla fine della vicenda gli impiegati riferirono di aver temuto più gli interventi della polizia che dei rapinatori verso i quali descrissero anche dei sentimenti positivi.
Tale reazione consiste solitamente in tre fasi:
– sentimenti positivi degli ostaggi verso i sequestratori;
– sentimenti negativi degli ostaggi verso le autorità, vissute come minacciose;
– reciprocità di sentimenti positivi, da parte dei sequestratori.
Questa particolare situazione è spiegata come la messa in atto di due meccanismi di difesa: la regressione e l’identificazione con l’aggressore.
L’immediatezza e la drammaticità della situazione possono indurre meccanismi regressivi tra i quali il più frequente è il sonno che può venir messo in atto soprattutto quando il numero degli ostaggi è elevato. Come un neonato l’ostaggio è in continuo stato di dipendenza e paura, è di nuovo presente una figura adulta onnipotente che lo controlla. Chi si trova in pericolo di morte, può mettere in atto una dissociazione affettiva dalla paura, comportandosi come un automa, quasi gelidamente.
L’altro meccanismo messo in atto è l’identificazione con l’aggressore; molte volte il sequestrato comincia a vivere un legame con il sequestratore sulla base di un comune nemico: la polizia. Infatti l’insistenza della polizia per la resa del criminale è ciò che lo mantiene nello stato di ostaggio. Costui comincia a sviluppare l’idea che se la polizia lasciasse libero il rapinatore anche lui lo sarebbe. Se è lungo il tempo passato con i sequestratori ed il loro comportamento non è brutale, allora si potrà avere, appunto, una identificazione con l’aggressore. Inoltre quanto più l’ostaggio riesce a farsi riconoscere nella sua identità, tanto più sarà difficile per il sequestratore ucciderlo: infatti la maggior parte delle persone non riesce a far del male alla vittima a meno che non resti anonima. Può perciò ragionevolmente affermarsi che la Sindrome di Stoccolma non operi in senso univoco.
La specularità a contrario sensu con la deumanizzazione si può ipotizzare consista nella forzata umanizzazione del carnefice per salvarsi in una situazione di estremo pericolo per la propria o altrui vita. E sempre specularmente, il senso di colpa che nella deumanizzazione viene “vinto” al fine di poter compiere in sua assenza (o in presenza ridotta) atti violenti, nella Sindrome di Stoccolma esso può prepotentemente emergere a posteriori colorandosi di un particolare tratto fisionomico: la colpa di aver preferito trasformare il male in bene piuttosto che aver scelto un’altra modalità per vivere il trauma.

*tutti i diritti sono riservati all’autrice*




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