La Condanna….tra Imputabilità e Colpevolezza

L’ Imputabilita

di Francesco Gandolfi

imputabilitàLa cattura, con il conseguente arresto di un potenziale omicida, non assicura ancora che lo stesso venga giudicato responsabile dell’uccisione di ipotetiche vittime, pur in presenza di prove irrefutabili che lo riconoscano effettivamente autore dell’omicidio.
Tutti i codici penali dei Paesi contemporanei nei quali viga un regime liberal-democratico prevedono, al loro interno, condizioni oggettive di non imputabilità per l’individuo che abbia commesso un reato. Considerata la vastità, la criticità e la delicatezza della questione in esame ho deciso di procedere dapprima attraverso un breve commento su come sia stato recepito il problema nel nostro Codice penale e successivamente citando due casi famosi della letteratura criminologica e psicopatologica.

Partiamo, dunque, dall’articolo 85 c.p., che recita:”Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile.
È imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere.”
Il fulcro, il cuore dell’intero testo che ho riportato si concentra nel secondo nonché ultimo comma: quale significato univoco e quale valenza attribuire, cioè, all’espressione “…capacità d’intendere e di volere”.
Anzitutto bisogna sottolineare la scelta linguistica del redattore codicistico, il quale ha inserito la congiunzione ‘e’ tra gli infiniti ‘intendere’-‘volere’, per rimarcare la necessaria compresenza di entrambi questi connotati psicologici affinché ad un individuo sia imputabile un fatto commesso.
La dottrina definisce la capacità di intendere come l’attitudine di un soggetto a capire e ponderare il valore delle proprie azioni all’interno di un contesto sociale. La capacità di volere viene di solito descritta come possibilità di dominio e controllo sui propri impulsi, istinti e moti passionali i quali, esteriorizzandosi, potrebbero assumere un disvalore penale.
L’indefettibile associazione di intenzione e volizione per configurare un’ipotesi di imputabilità risulta oltremodo imprescindibile se si esamina la situazione di una persona costretta fisicamente a compiere azioni del cui impatto sociale è assolutamente consapevole ma che ovviamente non vuole, stante l’esempio in discorso; oppure si pensi all’eventualità che un dato fatto sia stato imposto da cause di forza maggiore. Ambedue gli esempi mostrano quanto sia intuitivo comprendere che basarsi sulla sola intenzionalità sarebbe insufficiente e profondamente ingiusto per reputare un soggetto responsabile di un reato.
Questa premessa è utile per affrontare ora la complessa e articolata tematica dei possibili inconvenienti che possono incontrarsi in una indagine diretta a ricostruire se, al momento dell’evento delittuoso, la persona fosse realisticamente “in grado di intendere e di volere”.
Desiderando non semplificare ma, allo stesso tempo, rendere l’idea di quanto critica e rilevante sia la questione dell’imputabilità, ho preferito proporre due esempi molto noti ai periti forensi che si interessano di omicidi seriali.
Infatti proprio questi individui sono spesso manipolatori di eccellenza, abili simulatori e dissimulatori, bravi ad ingannare persino i più esperti e navigati psichiatri.
Il primo caso riguarda Kenneth Bianchi, omicida seriale statunitense, il quale simulò un Disturbo di Personalità Multipla per evitare di essere diagnosticato imputabile.
Ecco il racconto dell’accaduto tratto da “I serial killer-Il volto segreto degli assassini seriali: chi sono e cosa pensano? Come e perché uccidono? La riabilitazione è possibile?” di Mastronardi-De Luca:
“A un certo punto, non riuscendo a definire in maniera univoca la condizione psichica di Bianchi, fu chiamato a testimoniare per l’accusa il dottor Martin Orne, il massimo esperto americano dell’epoca di ipnosi che, dopo aver visto diverse volte il serial killer, espresse parere negativo sulla presenza di un DPM. Orne disse di aver notato la mancanza di una storia precedente di dissociazione e, al contrario, una presentazione troppo teatrale e incongruente delle personalità alterne da parte del soggetto. L’esperto affermò, poi, esplicitamente che Bianchi era stato in grado di sconfiggere l’ipnosi e ingannare altri psichiatri, convincendoli che non era mentalmente responsabile degli omicidi, perché, disse, «a differenza di quanto comunemente si crede, soggetti non addestrati e ingenui possono simulare l’ipnosi profonda e ingannare anche ipnoterapeuti di grande esperienza, facendo quello che pensano si voglia da loro» Per testare la malafede di Bianchi e la sua capacità di simulazione, in una delle sedute, Orne gli aveva detto che i pazienti affetti sul serio da DPM hanno sempre almeno tre personalità (informazione del tutto errata). Fino a quel momento, Bianchi aveva sempre sostenuto di avere una sola personalità alterna, “Steve”, ma, improvvisamente, fece la sua comparsa un certo “Billy”, un tipo menzognero e irascibile. La valutazione conclusiva di Orne fu che Kenneth Bianchi era malato, ma non infermo di mente in senso giuridico, ed espresse una diagnosi di «Disturbo Antisociale di Personalità con sadismo sessuale», puntualizzando che si trattava di un uomo molto pericoloso perché aveva «un bisogno sessuale perverso che gli fa trarre gratificazione dall’uccisione di donne». Dopo la condanna all’ergastolo, lo stesso Bianchi ha ammesso di aver mentito e di aver simulato il DPM.”
Il secondo esempio che voglio presentare prima di terminare questo testo, sempre estratto dal medesimo volume, ha coinvolto il più famoso fra gli omicidi: Ted Bundy.
Questi era un avvocato, oltre che uno psicologo, e provò a convincere la Corte chiamata a giudicarlo che la sua condotta perversa e criminale fosse stata addirittura provocata da una eccessiva esposizione a materiale pornografico, estremamente pubblicizzato sul mercato statunitense, e che di conseguenza egli fosse stato coartato indirettamente a compiere le mostruosità che gli si attribuivano.
Ecco cosa dichiarò:
“È successo per gradi, mica tutto in una volta. Quando ero un ragazzo di dodici-tredici anni, trovai casualmente davanti casa un giornaletto pornografico. Di tanto in tanto, a noi ragazzi del quartiere, ci capitava di trovare riviste pornografiche, dalla grafica sempre più forte ed esplicita, di un tipo assai più esplicito di quella che avremmo potuto trovare nel negozio di alimentari vicino casa o anche nelle riviste poliziesche. I tipi più pericolosi di pornografia sono quelli che coinvolgono la violenza e gli atti di violenza sessuale, perché l’unione di queste due forze porta ad azioni davvero troppo terribili da descrivere. Secondo la mia esperienza, una volta che ti sei abituato alla pornografia che associa il sesso alla violenza, non ne puoi più fare a meno e diventa una specie di dipendenza come quella dalle droghe. Io cercavo continuamente nuovi materiali, più forti, più espliciti, con descrizioni più dettagliate. Come in una dipendenza, sei sempre alla ricerca di qualcosa di più stimolante che aumenti il tuo stato di eccitazione. Finché non raggiungi quel punto in cui guardare non ti basta più e inizi a chiederti come sarebbe realizzare veramente alcune di quelle immagini che hai guardato un numero infinito di volte.”

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