Aspetti di Criminologia

 

LA VITTIMOLOGIA
di Orietta Giulianelli

VittimologiaLa vittimologia intesa come disciplina, branca della criminologia, che ha come oggetto di studio le caratteristiche della vittima (a differenza della criminologia stricto sensu che studia l’autore del reato), le sue relazioni con il soggetto che compie il reato ed il ruolo da questa giocato per favorire o meno l’evento criminoso è un fenomeno relativamente recente collocabile temporalmente a partire dagli anni quaranta. Nel 1948 H. Von Hentig, con la sua opera “The criminal and his victim”, sollecita a porre l’attenzione, prevalentemente focalizzata fino a quel momento sull’autore del reato, sulle sue caratteristiche e sulla sua responsabilità, sul carattere duale dell’interazione criminale e sulla importanza del ruolo della vittima. Da qui la figura della vittima viene elevata nel senso di intenderla non esclusivamente come un soggetto che subisce passivamente le conseguenze di un reato perpetrato a suo danno, ma come parte attiva, che può addirittura diventare preponderante durante un processo di vittimizzazione.


Questa disciplina “…ha quindi il merito di aver integrato i fattori predisponenti con i fattori preparanti e scatenanti, le variabili individuali con le variabili situazionali, ed ha evidenziato la necessità di abbandonare l’eziologia statica, fondata sullo studio degli aspetti e dei fattori criminogeni, a favore di una eziologia dinamica che ricerchi la genesi del comportamento criminale nel suo aspetto più propriamente dinamico, cioè il passaggio all’atto” (M. M. Correra, P. Martucci, La vittimologia in G. Giusti, Trattato di medicina legale vol. 4 – Genetica, psichiatria forense e criminologia, medicina del lavoro, Cedam, Padova, 2009, p. 475).
La maggior parte degli studiosi che, nel corso degli anni, si è interessata a temi di natura vittimologica, ritiene che esistano delle caratteristiche personali che possano, in determinate circostanze, contribuire al precipitare degli eventi. Sarebbero infatti alcune variabili individuali e sociali a condizionare il verificarsi dell’episodio criminoso ed attirare fatalmente il responsabile a commettere il reato. Caratteristiche fisiologiche quali l’età ed il genere, psicologiche come gli stati depressivi e psicopatologici e sociali connesse all’attività professionale ed alla condizione economica possono avere un ruolo predominante nella eziologia del crimine.
È possibile quindi che la vittima non sia completamente innocente, ma che in qualche modo partecipi alla dinamica criminale ed, in alcuni casi è proprio la vittima, innescando l’interazione violenta, a far precipitare gli eventi ed a causare l’azione delittuosa nei suoi confronti. La “precipitazione” si concretizza, ad esempio “qualora la vittima sia stata la prima ad impiegare la forza fisica direttamente contro colui che ne provocherà infine la morte, ossia la prima ad iniziare un’interazione contrassegnata dal ricorso alla violenza” (S. Vezzadini La vittima di reato fra negazione e riconoscimento, Clueb, Bologna, 2006, pp. 105-106).
Alla fine degli anni settanta, nuovi orientamenti teorici, volti a trovare un nesso causale tra crimini e vittime, correlano il rischio di vittimizzazione alla variabile della residenza o a quella degli stili di vita. I sostenitori della c.d. “teoria degli stili di vita”, ritengono che le abitudini lavorative, professionali e quelle del tempo libero, incidano sul rischio di vittimizzazione e, dunque, sulla possibilità che un soggetto divenga vittima di un crimine. È lo stile di vita derivante dal ruolo sociale, dalla posizione nella struttura sociale e dalla componente razionale, in base alla quale si può decidere quale stile adottare e assumersene i rischi che diventa determinante in un processo di vittimizzazione. Per ciò che riguarda il ruolo della residenza, si è sostenuto che si può avere una maggiore o minore vulnerabilità a seconda che la zona urbana sia più o meno organizzata con la presenza o assenza, ad esempio, di un “guardiano”, intendendosi con tale termine anche il semplice vicinato.
Nell’ambito vittimologico è stato inoltre enucleato l’aspetto delle conseguenze fisiche, psicologiche e sociali nelle vittime sopravvissute. Il soggetto che ha “giocato” il ruolo di vittima vive sentimenti contrastanti, che vanno dal senso di fallimento personale, dalla paura e dai sensi di colpa, fino al rifiuto degli altri ed all’aggressività (passaggio da vittima a carnefice). Il processo di vittimizzazione che coinvolge la persona offesa dal reato, in genere, può avere conseguenze più o meno serie in relazione non solo al tipo di reato subito ma anche in base alle caratteristiche individuali, psicologiche della persona. Non tutti gli individui infatti reagiscono allo stesso modo al verificarsi di un evento e possiedono le stesse risorse per affrontare l’impatto di un episodio criminoso.
I problemi cui deve far fronte una vittima sono i più diversi, può trattarsi, per esempio, di danni di natura fisica o psichica, possono altresì riguardare difficoltà pratiche e burocratiche. I danni possono distinguersi in primari e secondari; il danno primario “è quello direttamente conseguente all’azione criminosa: oltre che per le perdite economiche e le eventuali lesioni fisiche, esso si caratterizza pure per rilevanti disagi psicologici di medio e lungo termine, presenti anche in coloro che hanno subito reati apparentemente meno gravi” (G. Giusti (a cura di), Trattato di medicina legale e scienze affini, Vol. IV: Genetica, psichiatria forense e criminologia, medicina del lavoro, Cedam, Padova, 2009, p. 509); il danno secondario invece “è determinato dagli effetti negativi indotti sulla vittima dalla risposta sociale formale (dipendente dal comportamento delle forze di polizia e dall’apparato giudiziario) e informale (dipendente dal comportamento di familiari, amici e conoscenti delle vittime) alla vittimizzazione” (ibidem, p. 510). In particolare il comportamento dei soggetti che fanno parte dell’ambiente sociale della vittima quando si traducono in atteggiamenti negativi come la mancanza di supporto o addirittura la “condanna morale”, possono portare nella vittima conseguenze negative da un punto di vista emotivo e sociale. Paradossalmente gli effetti del “danno secondario” risultano spesso più gravi rispetto a quelli del “danno primario”.
Molto spesso, infatti, si assiste ad una seconda vittimizzazione ai danni della vittima che, soprattutto nel caso di determinati reati come, per esempio, la violenza sessuale o quella intrafamiliare, è costretta a subire ulteriori umiliazioni da parte di coloro i quali, invece, dovrebbero proteggerla, assisterla ed accompagnarla nel percorso di recupero.
vittimaIl percorso per il recupero della normalità talvolta può essere lungo e complesso, irto di difficoltà e può essere indispensabile il ricorso ad un supporto di tipo professionale.
Secondo l’opinione dominante, il processo di recupero, deve passare a livello individuale attraverso fasi che richiamano quanto già detto in tema di perdono e cioè: perché la vittima si riconosca come tale, è necessario che superi “quattro momenti ben precisi: la presenza di un danno, il riconoscersi come vittima, decidere quale strada intraprendere, se quella della denuncia penale o della confidenza ad una persona vicina e, infine, ottenere il riconoscimento da parte della società, della comunità di riferimento, al fine di ricevere sostegno sociale e solidarietà” (E. Viano, “Vittimologia oggi: i principali temi di ricerca e di politica pubblica”, in Balloni A. Viano E. (a cura di), IV Congresso Mondiale di Vittimologia, Atti della giornata bolognese, Clueb, Bologna, 1989).
Purtroppo talvolta la mancanza di tempo, la standardizzazione delle procedure, l’asetticità dei luoghi e la precarietà dei rapporti, rendono il processo ancora più complicato ed il rischio di incorrere in una seconda vittimizzazione è molto elevato. La vittima infatti ha bisogno di un lasso di tempo, che può essere più o meno breve, in base alle capacità di reazione e gestione personale, per elaborare quanto le è accaduto, ha bisogno di comprendere la situazione in cui è precipitata e, non di meno, necessita di essere accompagnata nel percorso di recupero e nell’iter giudiziario per far sì che i suoi diritti non vengano calpestati, oltre che dalla scarsa professionalità, da una prassi burocratica che difficilmente si fa carico dell’aspetto umano.
Altro aspetto da considerare, anche se in posizione secondaria, è quello per cui il fenomeno della seconda vittimizzazione non riguarda soltanto le vittime dirette, vale a dire coloro che sono stati colpiti dal crimine in prima persona, ma anche le vittime indirette o “vittime di rimbalzo”, cioè i familiari, che devono essere anch’essi a pieno titolo, considerati vittime del medesimo autore di reato. La loro vittimizzazione si muove su vari livelli: uno di natura giuridica relativo all’esito del processo, uno sociale relativo al riconoscimento della propria sofferenza e l’ultimo personale connesso all’elaborazione dell’eventuale lutto e quindi al superamento della condizione di vittima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quaranta quattro − quaranta due =