Violenza di genere: Il coraggio di vivere senza paura.

Il coraggio di vivere senza paura

tratto dal Romanzo Quota 33 Una Procura Imperfetta scritto da Roberta Gallego.

Boris fortuna stava chiudendo la porta del suo ufficio, quando si trovò davanti la solita signora con l’espressione incerta.
“Signora, prego, si accomodi un attimo.”
“Non ho un appuntamento , però…”

“Va bene lo stesso. Come posso esserle utile?

La donna tormentava il manico della borsa, si muoveva a scatti come un furetto, era bassotta e grassottella, non più giovane, non ammiccante, non attraente. Aveva un sorriso simpatico, ma in quel momento non riusciva a fissarselo in faccia, era come se le scivolasse via dal viso ogni volta che provava a sfoggiarlo. Spostava gli occhietti piccoli e intelligenti su tutta la superficie dell’ufficio e sui Fortuna, come se dovesse imprimersi bene alla mente ogni particolare. Accennava ripetutamente ad alzarsi e poi, senza dire nulla, si risedeva.
“Adesso lei penserà che sia una pazza…”
Le sorrise confidenziale:” Lo lasci dire a me, signora.
Deve fare una denuncia?
“Non lo so… Intendo dire che non so se quello che sto per dirle è materiale sufficiente per una denuncia.” Alzò gli occhi al soffitto e li strizzò per un instante tentava di controllare un enorme imbarazzo. “Mio marito non sa che sono qui…”
“Si arrabbierebbe?” Violenza domestica?, ipotizzò Fortuna tra se .
La donna cominciò a ridere di gusto. “Noo!! Scusi, l’ho depistata con i miei tentennamenti. Avrò pensato che sono una moglie maltrattata.” E l’osservazione scatenò una risata di ritorno. Portava gli occhiali dalla montatura severa che stonava con la risata argentina e che la facevano sembrare una professoressa. “Sono una professoressa del liceo linguistico Sciascia disse.”
Quella donna aveva l’attitudine a leggergli il pensiero, cominciò a sospettare Fortuna.
“Ecco, è un po’ imbarazzante…In effetti, se mio marito e i miei figli sapessero che sono venuta fin qua per questa storia, mi prenderebbero in giro per giorni. Già mi stanno sfottendo da una settimana.” Fece di nuovo per rialzarsi.” Mi scusi forse hanno ragione loro, ho un po’ esagerato.”
“Signora! Una donna con la cultura e l’intelligenza che lei mi ha esibito in questo scampolo di colloquio, non passa tre mattine di seguito in Procura per un’esagerazione. Gliel’ho già detto: lasci decidere a me. Se alla fine del suo racconto concorderò con i suoi famigliari, questa mattina le sarà comunque servita per raccogliere da me l’indirizzo di un ottimo psicoterapeuta. Adesso mi racconti cosa c’è.”
La donna si risedette ubbidiente.
Fortuna si annotò che il tono da preside aveva funzionato.
La professoressa tirò un profondo respiro e si buttò.” C’è un tizio che mi segue”, e subito scrutò apprensiva il volto di fortuna nel timore che scoppiasse a ridere.
Il vice commissario, invece, annuì serio esortandola a continuare.
“All’inizio non ci avevo fatto caso. Prendo sempre il bus 32 per tornare a casa e per andare a scuola, e lui è sempre sulla stesa linea, negli stessi orari.”
“Forse abita vicino a lei e lavora vicino alla scuola”, azzardò Fortuna.
“Sto in un quartiere residenziale, dove a anni non c’è ricambio di abitanti e ci conosciamo tutti. E alla fermata dell’autobus dove scendo c’è solo la scuola dove insegno. E poi sono cominciate le telefonate.”
“Che tipo di telefonate?”
“ Telefonate mute, sul fisso, e solo quando io sono a casa. Se ci sono i miei figli o mio marito, e io sono a scuola o a fare la spesa, il telefono non squilla a vuoto.” Fece un estremo sforzo ed estrasse dalla borsa i fogli accartocciati. “Li ho trovati nella cassetta della posta di casa e a scuola. A scuola nel corridoio vicino alla presidenza, noi professori abbiamo una cassetta, tipo quelle della posta, con segnato il nostro nome. Cosi gli studenti, se vogliono, possono comunicari cose che non avrebbero il coraggio di dire a voce”, e fece una smorfia di disappunto esprimendo quelle che pensava sul disvalore pedagogico dell’iniziativa del preside, destinata a incoraggiare al deresponsabilizzazione negli adolescenti.
Fortuna scorse i biglietti: c’erano disegni di cuore e di innamorati, piuttosto infantili, molto romantici, di diverso tenore, ma chiaramente redatti dalla stessa mano. Provò a sorridere sornione. “Be’, congratulazioni! Ha uno spasimante.”
Si pentì subito di avere pronunciato quella frase, leggendo umiliata la delusione negli occhi della donna, dai quali ogni fiducia dimostrata fino a quel momento si era dissolta.
Si affrettò a riparare:” Mi scuso, cercavo di metterla a suo agio e ho preso un palo. Non la interrompo più, mi scusi tanto”.
Almeno la signora non si alzò e riprese. “ Mio marito e i miei figli non farlo che dirlo:” Allora hai un nuovo fidanzato. Quando lo porti a casa? Dev’essere perché hai perso quel famoso mezzo chilo! ;a dai, mamma, ammettilo che sei tu che te li scrivi!” Quando una mattina, ho indicato il tipo a mio marito, è stato ancora peggio”.
“Perché?”
“Perché è bellissimo. Capisce? E’ un bellissimo ragazzo di vent’anni, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, alto e palestrato. E io sono… sono quella che vede. Mio marito ha detto per per ingelosirlo mi conveniva architettare un piano più verosimile, cercando di appiccicarmi addosso magari un collega panciuto, calvo di mezz’ età. Le mie colleghe l’hanno visto fuori dalla scuola e mi hanno detto che, quando mi sarò stancata di strapazzarlo, faranno la fila per essergli presentate. I miei figli mi danno della pedofila”.
“hanno visto i biglietti?”
“Sostengono che o me li sono mandati da sola, oppure i ragazzi della mia classe mi stanno facendo uno scherzo prolungato con i controfiocchi.”
“Ha pensato di valutare questa possibilità?”
“Lo scherzo degli studenti alla professoressa di matematica grassa e racchia? la rivisitazione di qualche film degli anni settanta stile Pierino? Si, ci ho pensato e ho indagato: a parte che non ho in classe nessun elemento che possegga un quoziente di intelligenza tale da ideare una bufala cosi sofisticata, la cosa si protrae da tempo per essere uno scherzo dei mie ragazzi. Appartengono a una generazione che cannibalizza tutto in fretta, non sarebbero in grado di gestire un tempo di attesa cosi dilatato senza farsi scoprire.”
“ E se invece l’avesse ideato un adulto, invece? qualche genitore arrabbiato e vendicativo a cui ha bocciato il figlio?”
Scosse la testa convinta. “Ho fatto il membro interno agli ultimi esami di maturità e li ho fatti promuovere tutti. La verità commissario, è che tutti pensano: questa poveretta con la crisi premenopausa, che si è invaghita del bel giovanotto e si fa i film in testa, non sa distinguere le fantasticherie romantiche dalla realtà. Patetica. Una donna brutta che attraversa un’età pessima.”
Le veniva da piangere e cercava di controllarsi come poteva. Le labbra sporgevano e rientravano furiosamente, cercando invano di mantenere l’assetto dignitoso del volto. Poi non ce la fece e si sciolse in lacrime, come una bambina. Disse singhiozzando soffocata:” A me quel ragazzo fa paura davvero. Non dormo, più ho paura di sognarlo!”
Fortuna le offrì dei fazzoletti e si alzò a guardare fuori dalla finestra per consentirle di ricomporsi.
Quando tornò a sedersi, la donna gli sorrise timidamente.
“Mi scusi tanto. E’ curioso: ho temuto questo momento tutto il tempo e adesso che è successo, e mi sono messa a piangere davanti a un estraneo, non mi sembra cosi terribile.”
“Perché pensa che i bigliettini e le telefonate siano da correlare a questa presenza sull’autobus?
“Per la coincidenza temporale e per come lui mi guarda, quando pensa che nessuno ci stia osservando.”
“Come guarda?”
Arrossì. “come se mi stesse spogliando.” Tirò su con il naso proprio come una bambina.” Poi due giorni fa è arrivato a casa un mazzo di rose con questo biglietto.”
Gli pose un bigliettino rosa che aveva tenuto da parte. Stessa grafia incerta e infantile: Non ti sei ricordata in nostro anniversario. Cattiva!
“Mio marito si è seccato. Mi ha detto che devo smetterla con questa faccenda, che le rose sono costose, di divertirmi a bluffare gratis, senza sprecare i nostri soldi con questi giochetti per attirare la sua attenzione. Le mie amiche fingono comprensione, ma mi guardano con irritato scetticismo: non capiscono se le prendo in giro o se c’è un tizio che sembra Kim Rossi Stuart che sbava dietro di me e non a loro, che vanno in palestra, mangiano insalata e si fanno il peeling una volta alla settimana.”
“Ha tenuto la carta del fioraio?”
“No, ma mi ricordo che era Dominioni, quello di piazza Sindoni, perché conosco il ragazzo che ha fatto la consegna e lavora per loro, è un mio ex alunno.”
“Senta, mi dia intanto il suo numero di telefono di casa. I biglietti li tengo io. Facciamo i tabulati vedere da dove chiama. Mi scriva gli orari degli autobus che rende. Da domani cercherò di esserci anch’io. Può passare oggi pomeriggio in Questura per ricostruire la fisionomia del soggetto?”
Oggi avrei interclasse e mi fermo a scuola fino a tardi. Non finiamo mai prima delle nove. Per esaurire le rispettive crisi isteriche di docenti frustrati ci vuole tempo…”
“Lunedì, allora, le fisso un appuntamento con qualcuno della scientifica per fare un identikit grafico. Cosa le ha fatto cambiare idea?
“In che senso?”
“Perché è tornata da me?”
“Se avesse visto quello sguardo non me lo chiederebbe.”
“Stia tranquilla, da domani attivo tutti i controlli. Se crede, non dica niente in casa, fino a quando non abbiamo riscontri.”
“E se non li traesse i riscontri? Penserebbe anche lei che sono le mie porno allucinazioni di mezz’età?”

“penserei che non sia stato abbastanza bravo o abbastanza fortunato e questa, cara professoressa, è un’ipotesi dell’irrealtà.”
Gli sorrise riconoscente per quello che non aveva ancora fatto.
Si salutarono sulla porta dopo aver verbalizzato tutto.
…invece, non la vide lunedì, perché non fu né bravo ne fortunato.

Il celllulare squillò alle due di quella stessa notte.
“Si?”
“Con chi parlo?” voce maschile.
“Visto che mi chiama, dovrebbe dirmelo lei.” Era completamente sveglio.
“Sono il dottor Brezza del pronto soccorso.”
“Ah, dottore ci conosciamo. Sono il vicecommissario Fortuna. Si ricorda il caso della ragazzina non vedente?”
“Ah si, commissario, salve”
Colse una sfumatura di sollievo nella voce del medico e non gli piacque.
“Ho trovato il suo numero di cellulare scritto su un biglietto stretto nella mano di una paziente, cosi ho pensato di chiamare. Sa di chi si tratta?
“Si mi sto vestendo, arrivo.”
“Spero faccia in tempo commissario.”
Fortuna uscì di casa come un razzo, con un’angoscia pesante seduta sul cuore. 

…….L’aveva colpita alle spalle nel tragitto dalla scuola alla fermata, trascinata in macchina, legata, portata in un campo di maggese vicino allo stadio dell’Hockey su prato. L’aveva spogliata, picchiata a sangue con una mazza, fratturandole ogni segmento osseo, sodomizzata, poi le aveva infilato nella vagina una bottiglietta di birra e le aveva preso a calci e pugni le anche. L’aveva avvolta in un sari di seta rosa lungo sette metri e l’aveva lasciata lì a dissanguarsi, imbozzolata di sangue e dolore, con una rosa posata sui piedi.
L’aveva trovata pochi minuti dopo un cane che il padrone lasciava scodinzolare libero.

……. Fortuna di fronte alla dottoressa Anna Vescovo che quel giorno era il sostituto di turno in dolce attesa, parlò con calma, mostrò gli atti, descrisse i fatti, offrì e prove, espose i riscontri; da ultimo esibì le fotografie che avevano scattato all’ospedale al momento del ricovero.
Poi, serio, le disse di scrivere una richiesta di misura e di andarsi a sedere con tutto il pancione sopra il giudice per le indagini preliminari e di rimanerci fino a quando il magistrato non avesse firmato un’ordinanza. Che loro avrebbero aspettato nel suo ufficio.
Anna Vescovo scrisse la più efficace, convincente, irreprensibile, articolata richiesta di custodia cautelare in carcere della sua vita, i dieci minuti. E si fiondò dal gip che stava uscendo dal palazzo.

La storia non dice cosa abbia promesso quella bellissima donna a quel giudice, ma lui tornò in ufficio e scrisse per mezz’ora un‘ordinanza per catturare lo squalo.
Alle nove di sera avevano già sfondato la porta di casa “Giorgio Sangria”, per leggergli i suoi diritti e portarlo in manette aa carcere. Erano cosi tesi, che nessuno mise una mano addosso a quell’adone dall’implacabile sorriso soddisfatto, neppure uno schiaffo, per paura di non riuscire più a fermarsi.
Alle dieci Fortuna era davanti la porta della rianimazione. Dovette litigare per entrare. minacciò, supplicò, urlò, finché i medici cedettero, più che altro perché non disturbasse tutti i pazienti.
Si fermò accanto al letto della professoressa pochi secondi, giusto in tempo di sfiorarle la mano e dirle all’orecchio non fasciato che l’avevano preso, che poteva sognare tranquilla.
Da quel momento, dalle acque nere e profonde in cui si trovava, la vittima cominciò lentamente, impercettibilmente, faticosamente a risalire verso al superficie.

 commento   a cura di Giuseppe Guarcini

Il racconto che avete appena letto è stato tratto dal Romanzo di Roberta Gallego, QUOTA 33, storie di una Procura imperfetta.
E’ significativo come la scrittrice in questo capitolo del suo libro narri l’episodio in maniera cosi aderente alla realtà quotidiana.
Inizialmente ci mostra la titubanza, la mancanza di coraggio da parte della donna nello sporgere denuncia quasi il denunciare significasse il voler turbare la moralità stessa della donna.
E’ la capacità del commissario che forte della sua esperienza in questo settore, comprende il disagio della donna e cerca di incoraggiarla.
E’ naturale, e qui si evidenza la non colmata lacuna normativa legata all’aspetto psicologico, che si instaura in  una persona soggetta alle “avances” da parte di un soggetto sconosciuto, che peraltro si ripetono quotidianamente turbando in maniera evidente e progressiva la propria sfera di vita, con le conseguenze che si ripercuotono in tutti gli aspetti della  sua quotidianità.
Il reato stesso di atti persecutori rileva in sé quale elemento utile alla sua configurazione quale ipotesi delittuosa, le condotte reiterate di chiunque molesti taluno in modo da cagionarne un perdurante stato d’ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria e di un prossimo congiunto o a persona la medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
Nel racconto è raffigurata una donna in tutta la sua semplicità di moglie e di mamma e non l’avvenente donna, a dimostrare che il rischio esiste e prescinde dal fattore estetico o dal luogo comune che può riguardare l’abbigliamento femminile si esso più o meno succinto.
Parlo di lacuna normativa poiché come nel racconto, lo stesso stato d’ansia e di paura a volte è la conseguenza del venir meno da parte della persona molestata della capacità di denunciare o del coraggio necessario di andare oltre, anche perché ciò che in quel momento le sta accadendo mina la fiducia in se stessa e la stessa capacità di agire.
Naturalmente  ciò comporterebbe da parte del legislatore una significativa modifica normativa necessaria affinché simili fattispecie delittuose possano essere perseguite dagli organi competenti, d’ufficio e non a querela della persona offesa come attualmente previsto dal nostro codice vigente.
Un tale cambiamento, conseguentemente svilupperebbe , l’obbligo da parte di operatori sociali o altre figure, di segnalare eventuali circostanze i cui si rilevi gravi episodi di violenza di genere, con la relativa  possibilità di un intervento rapido da parte dell’ Autorità Giudiziaria e delle Forze di Polizia.
Spesso anche le persone vicine non sono preparate ad affrontare situazioni simili e tendono a sminuire o non individuare sin da subito la pericolosità di ciò che sta accadendo esprimendo consigli del tutto sbagliati che conducono la persona molestata a fare le scelte sbagliate.
Non denunciare vuol dire aumentare il fattore rischio per l’incolumità della persona soggetta ad “attenzioni”.
Infine denunciare, vuol dire invece  fornire dati utili agli investigatori da cui raccogliere gli elementi probanti, i riscontri necessari all’Autorità Giudiziaria competente, al fine di porla nelle condizioni di poter emettere tempestivamente i provvedimenti necessari a far cessare la condotta delittuosa ed evitare di giungere, come purtroppo spesso accade a conseguenze estreme.

Occorre avere il coraggio di denunciare coraggio di rendersi eroi a vantaggio della propria vita e di quella delle persone più care, non denunciare vuol dire non solo mettere a repentaglio  la propria incolumità ma di coloro choc cui si condivide il vivere quotidiano.

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