La legittima difesa.

di Giuseppe Guarcinilegittima difesa

La Legittima Difesa

La legge non ammette ignoranza

E’ naturale a questo punto per molti chiedersi: difendersi è legittimo?, sino a che punto è applicabile l’istituto giuridico della legittima difesa?
Gli ultimi episodi di cronaca, che ci raccontano di malviventi sorpresi dai proprietari all’interno delle proprie abitazioni o nei propri esercizi commerciali (gioiellerie, tabaccai, supermercati) e feriscono anche mortalmente gli intrusi, hanno ricondotto alla ribalta un’annosa questione che tiene accesa la curiosità di tante persone, che peraltro spesso sono portate a chiedersi: difendersi è legittimo? o meglio, sino a che punto è legittimo difendersi?
Non sono pochi gli episodi che costellano la cronaca e narrano di cittadini costretti ad affrontare delinquenti che, nottetempo, s’introducono nelle abitazioni violando la proprietà privata e con essa l’intimità della famiglia. Non sono altrettanto pochi i cittadini che, in qualche maniera, reagiscono alle intrusioni ferendo il malvivente di turno, a volte anche mortalmente.
Non ultimo, certamente, è il caso che tiene bando sui quotidiani e riviste di cronaca del pensionato che ha ferito mortalmente con un colpo di pistola un malvivente entrato nella propria abitazione.
Siamo spesso portati ad additare quel magistrato che iscrive nel registro degli indagati per omicidio volontario, o per eccesso di legittima difesa, chi spara per difendersi.
Il concetto di giustizia privata non può camminare di pari passo con il concetto di civiltà intesa come senso civico, esiste una norma che nei suoi precetti indica come e quando ci si può difendere e non ci si può appellare alla scusante non lo sapevo, “ignorantia iuris non excusat”.
Di seguito si potrà rilevare come il nostro legislatore, a differenza di ciò che si pensa o dice, ha posto a disposizione del cittadino, norme in grado di tutelarlo nei casi in cui si è costretti ad agire per difendere i diritti propri o quelli altrui da eventuali aggressioni, compresi quelli patrimoniali.

La legittima difesa

Art. 52 del Codice penale.
L’art. 52 nel suo 1° comma recita: “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.
Il legislatore ha dunque inteso concedere un residuo di autotutela per quei casi in cui l’autorità non è in grado di intervenire in maniera tempestiva, onde evitare il protrarsi e il consumarsi di un’offesa ingiusta.
Nell’articolo 52 c.p. sono pertanto indicati i presupposti idonei a configurare lo stato di legittima difesa. Da una sua prima lettura potrebbe sembrare chiaro, ad esempio Tizio che agisce per difendere un suo diritto tipo la proprietà: quindi nel caso di un’offesa ingiusta se mi difendo dall’offesa, il risultato è la legittima difesa.
Non è proprio così, il primo comma dell’articolo 52 c.p. delinea in maniera netta gli elementi attraverso cui può instaurarsi la legittima difesa. Prima di osservarli, è d’uopo rilevare un concetto fondamentale inerente all’involontarietà della situazione di pericolo che si viene a creare.

L’involontarietà della situazione di pericolo.
Una menzione particolare, nell’osservare la situazione di pericolo, merita l’involontarietà ovvero la situazione di pericolo non deve essere stata volontariamente originata dalla persona che reagisce perché, in tal caso, verrebbero meno i presupposti utili per invocare lo stato di legittima difesa.
La previsione di cui all’articolo 52 c.p., ad esempio, non può essere applicata per chi provoca o raccolga la sfida o che, comunque, decida di affrontare una situazione in cui il rischio è altamente prevedibile e ne accetta le conseguenze. Si tratta di casi, quelli appena citati, in cui non può essere applicata la scriminante della legittima difesa perché:” i contendenti non si trovano nella medesima situazione di chi non può invocare tempestivamente soccorso alle autorità, per la semplice ragione che concorrono a creare un pericolo che sarebbe stato in loro potere non fare sorgere non rivolgendo o non accogliendo l’invito a battersi”.(Fiandanca-Musco)
In talune fattispecie di pericolo volontariamente cagionato, però, la giurisprudenza è intervenuta ammettendo la scriminante della legittima difesa quando:
. Si accerti che la reazione della vittima della provocazione è sproporzionata ed assolutamente imprevedibile;
. Quando qualcuno interviene tra i due contendenti per difendersi da una precedente aggressione:
. Nel caso in cui uno dei contendenti minacci una violenza ben più grave di quella prevista inizialmente.

L’esempio tipico lo si può rinvenire nella fatidica contesa che nasce, ad esempio, all’interno di un locale e la conseguente sfida di rito: “ ti aspetto fuori”, ad un tratto uno dei due sfidanti però dalla tasca estrae un coltello, minacciando una violenza ben più grave di quella prevista, da cui l’altro è costretto a difendersi. In questo caso può invocare la legittima difesa chi si trova costretto a difendere un proprio diritto (ad es. la vita) da un pericolo attuale di un’offesa ingiusta, proporzionando la sua difesa (uno dei due contendenti dalle mani passa ai fatti impugnando un coltello).
Può accadere invece che, come conseguenza di un pugno ricevuto, uno dei due contendenti rovinando a terra muoia battendo la testa, cosa succede? Sicuramente chi ha sferrato il pugno giustificherà il suo gesto invocando la legittima difesa e, come spesso accade, tutti, anche i mass media, saranno d’accordo sulla legittima difesa. D’altronde si stava solo difendendo dai pugni dell’altro, non è così.
La giurisprudenza in tal senso senza è chiara quando afferma che la situazione in cui si trovavano i due contendenti non può essere assimilata a quella in cui non si è in grado di richiedere un tempestivo intervento dell’autorità poiché, loro stessi, hanno concorso a creare la situazione di pericolo e, allo stessa modo, erano in grado di poterla evitare facendola cessare.
In questo caso si nota come viene meno il requisito dell’involontarietà della situazione di pericolo che, oltretutto, poteva essere evitata a prescindere dal tempestivo intervento delle autorità.
Diversa è invece, come abbiamo accennato prima, la fattispecie in cui uno dei due contendenti, durante la colluttazione improvvisamente estrae un coltello costringendo l’altro a difendersi da una minaccia ben più grave da quella in precedenza palesata. In questo caso può essere invocata la scriminante della legittima difesa.
In un caso scuola che vedremo in seguito, il ladro fuggendo abbandona la refurtiva, il proprietario che lo insegue imbracciando un fucile giunto a pochi metri da lui spara per colpirlo. Vedremo come in una simile situazione verrà meno l’applicabilità della scriminante della legittima difesa per il proprietario del fondo, anzi, se il malvivente in quel mentre a sua volta spara e uccide l’inseguitore, potrebbe lui, a sua volta, avvalersi del diritto della scriminante della legittima difesa.

L’aggressione.

E’ fondamentale che la minaccia del male giusto scaturisca da una condotta umana.
E’ anche possibile che essa possa derivare da cose o animali, in questo caso l’elemento soggettivo s’identifica con chi era tenuto a vigilare sulla cosa o sugli animali (responsabilità oggettiva).
Anche una condotta cosiddetta “omissiva” può provocare il pericolo di offesa: “il rifiuto del proprietario di richiamare il cane mastino che sta aggredendo un bambino integra un’omissione, e ciò giustifica il padre del piccolo che impugni un’arma per costringere il proprietario a far allontanare il cane inferocito” o “il rifiuto di un automobilista di trasportare un ferito grave, rende legittima la violenza o la minaccia diretta a costringere l’automobilista ad adempiere al suo obbligo di soccorso” (Fiandanca-Musco)
L’aggressione, inoltre, deve essere diretta verso un diritto proprio o altrui, inteso sia in senso soggettivo sia oggettivo teso a ledere l’interesse protetto dalla norma giuridica.
Si evidenzia quindi un elemento fondamentale affinché si concretino i requisiti previsti dal primo comma dell’art. 52 c.p. e cioè l’antigiuridicità della condotta, ovverossia del comportamento di per sé aggressivo che lede gli interessi legittimi tutelati dalla norma, tra questi anche i diritti patrimoniali.
Viene da chiedersi: perché accade che taluni siano indagati per omicidio volontario quando probabilmente uccidono esclusivamente per difendere la loro vita o la loro proprietà?
La risposta possiamo trovarla nel termine “difendere”. L’art. 52 c.p. enuncia i criteri, le basi, su cui deve fondarsi appunto il termine difendere e sono: l’involontarietà della situazione di pericolo, l’aggressione come condotta antigiuridica dell’aggressore di seguito alla reazione, la necessità della reazione, la proporzionalità tra difesa e offesa e l’attualità del pericolo. Elementi questi sui cui, in pratica, poggia l’istituto giuridico della legittima difesa.

La reazione.

Essa è giustificata alla presenza di due requisiti fondamentali, il primo riguarda la necessarietà della reazione, la secondo la proporzionalità tra la difesa e l’offesa.

Necessità della reazione.
Spesso la giurisprudenza si è dibattuta se i criteri posti a base della legittima difesa potessero venir meno qualora la vittima dell’aggressione invece di reagire potesse evitarla fuggendo.
In epoche ormai remote un simile atteggiamento di fronte ad un’aggressione avrebbe leso l’onore e la dignità del fuggitivo che sarebbe stato additato come un vile.
Naturalmente oggi pensarla così apparirebbe del tutto anacronistico.
Il legislatore attuale, infatti, si è dimostrato maggiormente interessato di più a correlare il rapporto tra reazione e fuga con il bilanciamento degli interessi che alle ragioni di carattere morale.
Il soggetto fatto oggetto dell’aggressione non è tenuto sempre a fuggire, egli può sicuramente non farlo nei casi in cui, fuggendo, rischierebbe di mettere in pericolo i suoi o gli altrui beni.
In sintesi il legislatore giustifica chi, nonostante potesse fuggire di fronte ad un’aggressione, reagisce limitando la sua reazione all’immobilizzazione o alle percosse, senza provocare il ferimento o l’uccisione dell’aggressore.
In tal senso i giudici della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n.4890 del 27 gennaio 2010 si sono così espressi: “non sussiste il requisito della reazione armata tutte le volte in cui l’aggredito possa, senza alcuna difficoltà, rifugiarsi nella propria abitazione (dalla quale invocare soccorso) o comunque allontanarsi dal luogo dell’aggressione armata”.
Non sempre la reazione è assolutamente necessaria e quindi giustificata dal legislatore, in ogni fattispecie che si rappresenti dovrà tenersi conto di tutte le circostanze (mezzo difensivo, tipo dell’aggressione, consistenza della forza fisica di chi aggredisce e di chi è aggredito, mezzo utilizzato per difendersi).

Proporzionalità tra difesa e offesa.
Si tratta, in pratica, di stabilire in conformità ai dettami previsti dalla norma se la reazione nella difesa è stata proporzionale all’aggressione subita.
Inizialmente fu preso in considerazione il rapporto tra il mezzo difensivo a disposizione di chi era aggredito con quello effettivamente adoperato per difendersi. Esempio: il proprietario di un fondo vecchio e paralitico potrebbe sparare ad un giovane ladruncolo per farlo desistere dal rubare frutti dagli alberi (pag.289 Fiandanca Musco Diritto penale parte generale).
L’articolo 52 c.p. non richiede una valutazione della proporzionalità riferita ai mezzi ma tra la difesa e l’offesa, ricordiamo…” sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.
L’art. 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo stabilisce la liceità della morte solo quando sorge la necessità estrema di difendersi da una violenza illegittima.
Si può quindi dedurre che non si può aggredire alla vita degli altri al solo scopo di difendere diritti di carattere patrimoniale, magari di genere inferiore alla vita e comunque all’integrità fisica della persona.
In tal senso così si è espressa la Suprema Corte di Cassazione sez. Penale nella sentenza nr. 41117 del 26.09.2009: “In tema di legittima difesa, il requisito della proporzione tra offesa e difesa, viene meno nel caso di conflitto fra beni eterogenei, allorché la consistenza dell’interesse leso (la vita della persona) sia molto più rilevante, su piano della gerarchia dei valori costituzionali, di quello difeso (l’integrità fisica), ed il danno inflitto con l’azione difensiva (la morte dell’offensore) abbia un’intensità ed una incidenza di gran lunga superiore a quella del danno minacciato (lesioni personali, neppure gravi al momento dell’inizio dell’azione omicida)”.
La fattispecie esaminata dalla Suprema Corte riguardava delle colluttazioni a mani nude di breve durata, seguita poi dall’uso del coltello da parte dell’aggredito, il quale aveva ripetutamente colpito l’aggressore mentre costui indietreggiava. Va rilevata, infine, un’ulteriore pronuncia da parte dei Giudici supremi, tratta dalla sentenza nr.9060 del 13.08.1997: “la proporzione tra difesa ed offesa, condizione per la sussistenza della scriminate della legittima difesa, deve essere valutata con giudizio ex ante”.
In pratica occorre fare ricorso a quel procedimento mentale attraverso cui si tende a valutare tutti gli elementi che compongono la condotta da cui ha tratto origine l’evento, valutando quindi i mezzi usati per difendersi, quelli che realmente l’aggressore aveva a diposizione e la tipologia dei beni giuridici tutelati e aggrediti.
Naturalmente il requisito della proporzione viene meno quando, pur non essendoci eterogeneità tra i beni in conflitto, l’interesse leso è ben più rilevante in quella che è la gerarchia dei valori costituzionali, in particolare quando si tratta della vita umana e dell’incolumità della persona (Cass. Pen. sent.nr.6979 del 20.09.1997) (l’evoluzione della legittima difesa Sarno F. e Sardo E. giuffrè editore ed. 2008).

L’attualità del pericolo.
L’art. 52 del c.p. cita, tra gli altri, i presupposti utili ad innescare la legittima difesa. L’aggressione deve scaturire da un pericolo attuale di offesa, non deve perciò trattarsi di un pericolo passato o futuro.
Il pericolo si considera trascorso dopo che l’aggressore si è allontanato, magari anche voltando le spalle all’aggredito, (Cass.pen.28.09.1978, Riv.pen.1979,622) il pericolo deve essere pertanto considerato attuale.
L’altro requisito concerne l’aggressione, abbiamo avuto modo di vedere che essa non deve essere intesa solo sotto il punto di vista soggettivo ma riguarda ogni altro interesse giuridicamente tutelato, compresi i diritti patrimoniali
In tal senso si può trarre esempio da alcuni casi scuola, tratti da manuale del diritto penale – parte generale di G. Fiandanca e E.Musco.
Il primo:
Il proprietario di un fondo sorprende un ladro a rubare alcune piante di cavolfiore, al solo scopo di intimorire il malvivente, esplode un colpo di fucile in aria.
Il ladro intimorito si dà alla fuga, correndo lascia cadere i cavolfiori che sta tentando di rubare (il reato di furto non si è quindi consumato).
Il derubato, però, non contento, continua a inseguirlo e giunto a pochi metri dal malvivente esplode nuovamente un colpo di fucile ferendolo mortalmente.
Ricostruiamo la vicenda sovrapponendola ad una analoga, ma che si sviluppa in un diverso contesto.
Tizio, proprietario dell’abitazione in cui risiede con la moglie e i suoi due figli piccoli, durante la notte avverte alcuni rumori provenire da una stanza adiacente da quella in cui dorme, preoccupato dalla presenza di ladri in casa impugna la pistola che legalmente detiene e mentre percorre il corridoio di casa intravede una figura completamente vestita di nero che teneva in mano alcuni pezzi della sua argenteria. Tizio esplode un colpo in aria a scopo intimidatorio, il ladro, spaventato, getta via l’argenteria che tentava di trafugare e scappa, tizio però lo insegue giù per le scale e giunto a poca distanza da lui, lo attinge con un colpo di arma da fuoco, uccidendolo.
Non v’è alcun dubbio sul fatto che, in entrambi i casi, il malvivente ha violato la proprietà privata dell’altro, addirittura l’intimità famigliare, ma uccidere il malvivente è stato legittimo? È giusto poterla definire legittima difesa?
Proviamo ad analizzare i dettami dell’art. 52 c.p. cercando di raffigurarli nell’esempio poc’anzi narrato.
L’art. 52 c.p., come abbiamo visto, pone in risalto tre fondamentali elementi: l’attualità del pericolo, l’offesa ingiusta, l’inevitabilità della reazione all’offesa.
Nell’esempio poc’anzi narrato il pericolo è attuale almeno sino al momento in cui il malvivente mantiene il possesso dell’argenteria, (Mantovani, Diritto penale, cit.,267; e i giurisprudenza Trib. Bolzano, 28 marzo 1989, In Giur. di merito, 1980, II,1193 con nota di Severini), naturalmente dovranno sussistere gli ulteriori presupposti previsti dalla norma (l’attualità del pericolo, l’offesa ingiusta, l’inevitabilità della reazione difensiva) perché, come vedremo in seguito, la legittima difesa domiciliare è considerata una “legittima difesa speciale” e non una scriminante.
Torniamo alla vicenda, il ladro dopo il colpo sparato a scopo intimidatorio abbandona l’argenteria ed inizia a fuggire via, nella direzione opposta a quella in cui si trova il proprietario di casa, è in questo esatto istante che il pericolo dell’offesa deve considerarsi esaurito, la reazione diviene a sua volta evitabile pertanto vengono meno i requisiti utili a configurare la legittima difesa
L’ulteriore azione, non integra più quella che, nel loro testo, Fiandanca e Musco citano essere il paradigma “vim vi repellere licet” tratto dal Digesto Giustinaneo, ossia respingere la violenza con altra violenza, sempre ammesso che la difesa sia proporzionata all’offesa.
Il proprietario può comunque adempiere ad un’altra facoltà legittimata dall’art. 383 c.p.p. che consente al privato di procedere all’arresto in flagranza.
Appare dunque chiaro che, se il proprietario spara al ladro quando questi ha abbandonato la refurtiva e corre per scappare, in ogni caso non sussisteranno più gli elementi idonei a poter invocare la legittima difesa.

Legittima difesa putativa.
Se ne sente parlare spesso, ma realmente in cosa consiste?
Essa si realizza quando l’autore, ossia chi si difende da un’aggressione, pone in essere una reazione supponendo che in quel momento si stia arrecando un’offesa diretta al bene proprio o altrui. Naturalmente la supposizione non deve essere il frutto di una sua semplice percezione, bensì deve essere supportata da fatti ed evidenze di una certa consistenza.
Civè di Correzzola (VE), era la notte del 22 aprile 2012 quando il Sig. Franco Birolo, proprietario di un’attività commerciale, freddò con un colpo d’arma da fuoco sparato dalla sua pistola un malvivente introdottosi nottetempo nel suo negozio con l’intento di perpetrare un furto.
Il Birolo fu inizialmente indagato per il reato di omicidio volontario, rinviato a giudizio per il reato di eccesso colposo di legittima difesa, in sede processuale il P.M. mutò il capo di imputazione stabilendo trattarsi di legittima difesa putativa.
Che cosa accadde quella notte?
Franco Birolo dalla sua abitazione sita al piano superiore, avvertì dei rumori provenire dal suo negozio, dalla stanza da letto scese le scale impugnando l’arma che deteneva legalmente, entrò nel negozio, era completamente buio, quando il malvivente all’improvviso scavalcò il bancone dietro di cui era nascosto e fece per saltargli addosso, Birolo però sparò ferendolo mortalmente.
In una simile situazione si è giunti ad ipotizzare la tesi delle legittima difesa putativa, non solo sulla base del racconto del Birolo ma a seguito dei rilievi eseguiti dai periti balistici che hanno permesso di ricostruire la scena criminis e di conseguenza l’esatto svolgimento dei fatti, anche con l’aiuto delle perizie balistiche.
E’ stato infatti appurato che il colpo d’arma da fuoco da cui è stato attinto il malvivente fu esploso da non più di mezzo metro dal Birolo perché spaventato non solo dalla repentina reazione del malvivente, ma anche dal fatto che potesse essere sopraffatto, supponendo che questi fosse armato e temendo, oltre che per la sua incolumità naturalmente anche per quella della sua famiglia che dormiva al piano di sopra, esplose il colpo di pistola.
Appaiono dunque concretarsi gli elementi idonei a far supporre la concreta esistenza di un pericolo imminente, consistiti nella paura di soccombere alla forza del malvivente e dunque porre a repentaglio la propria l’incolumità e quella della propria famiglia che dormiva al piano di sopra a cui il ladro avrebbe poi avuto libero accesso.
(immagine)

L’eccesso colposo.
Nel merito l’art. 55 del nostro codice penale recita: “quando nel commettere alcuni dei fatti preveduti dagli articoli 51,52,53,54, si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’autorità, ovvero imposti dalla necessità, si applicano le diposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è previsto dalla legge come delitto colposo”.
Partiamo dall’affermare quanto già annoverato in precedenza nel concetto di involontarietà della situazione di pericolo, pertanto per quanto concerne la rissa è escluso esclude a priori di poter invocare la legittima difesa e ancor più l’eccesso colposo di legittima difesa. (sente Cass. Pen. nr.6118 dell’11.12.2013).
La scriminante della legittima difesa è naturalmente sottesa in un’ipotesi di eccesso colposo, occorrerà dunque stabilire se e quando i limiti posti dai criteri concernenti la legittima difesa siano stati in qualche maniera travalicati.
Va quindi compiuta una valutazione cosiddetta ex ante, attraverso cui stabilire e differenziare se l’errore è stato dovuto da una erronea valutazione o da eccesso volontario, poiché solo ne primo caso (errore di valutazione) può essere fatto rientrare l’eccesso colposo così come previsto dall’ articolo 55 c.p..
La suprema Corte di Cassazione, nelle varie pronunce susseguitesi nel tempo, sembra concorde nell’affermare che: “l’ eccesso colposo di legittima difesa si verifica quando la giusta proporzione tra la difesa e l’offesa venga meno per colpa, ossia per negligenza, imprudenza, imperizia, inosservanza di leggi e regolamenti”.
I Giudici supremi sono stati altrettanto concordi nell’affermare che, una volta stabilito il non sussistere degli estremi necessari a invocare la legittima difesa, sottende alla non applicabilità dell’ eccesso colposo nella legittima difesa.
In tal senso si sono espressi nella sentenza nr.26172 dell’11 maggio 2010, quando non furono ravvisati i presupposti per applicare l’art. 52 c.p. a favore di una donna aggredita dal marito reagì colpendolo con un coltello con una lama non inferiore a 10 cm in grado dunque di provocare ferite mortali. L’uomo non aveva usato alcuna arma tantomeno le aveva provocato lesioni e inoltre la donna fu riconosciuta in possesso di una fisicità tale da sottrarsi alle percosse dell’uomo, senza dover ricorrere all’uso del coltello, agendo in pratica con una difesa sproporzionata all’offesa.
Riepilogando, l’eccesso della legittima difesa deve essere supportato in primis dalla sussistenza dei presupposti atti a configurare la legittima difesa, e l’eccesso deve derivare da un errore inescusabile per imprudenza, imperizia, o negligenza.
Invece si superano i limiti previsti dalla legittima difesa ogni qualvolta i limiti imposti dalla necessità della difesa vengono oltrepassati da una condotta reattiva, cosciente e volontaria ( Sent .cass.Pen.45497 del 10-1.2014).

Il domicilio nella legittima difesa.
rapinatpore 1 La modifica apportata al secondo comma dell’art.52 del codice penale vigente, dalla novella legislativa 59/2006, consta di un principio fondamentale ai fini della sua applicazione e cioè che “l’aggressione” alla propria o altrui incolumità sia perpetrata nell’ambiente domestico e per di più non deve trattarsi di un’azione indiscriminata di chi si limita ad introdursi fraudolentemente nella dimora altrui.
In tal senso si è espressa la Suprema Corte di Cassazione nella sentenza nr.12466 del 23.03.2007.
Con la legge 13 febbraio 2006 l’articolo 52 del c.p. fu arricchito da due nuovi commi che il legislatore pose al fine di regolamentare il diritto alla legittima difesa nel domicilio privato:
comma 2°: nei casi previsti dall’art.614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non è desistenza e vi è pericolo di aggressione;
comma 3°: la disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.
La Suprema Corte di Cassazione sez. penale, nella sentenza nr. 28802 del 3 luglio 2014, esaminando a tal proposito una fattispecie, ha preso una netta posizione al riguardo della legittima difesa domiciliare di cui ai commi 2° e 3° dell’art.52 c.p., interpretando l’orientamento giuridico che la vede come un’ipotesi di legittima difesa speciale e non come una scriminante.
Due ipotesi che conducono ad interpretazioni diametralmente opposte.
Per la legittima difesa domiciliare dovranno sussistere quindi, oltre ai requisiti di cui ai novelli commi 2° e 3°, anche quelli previsti dal primo comma dell’art. 52 c.p., pertanto l’organo giusdicente dovrà sempre tener conto della sussistenza degli elementi quali: l’attualità del pericolo, dell’offesa ingiusta e della inevitabilità della reazione difensiva.
Qualora, invece, fosse stata ritenuta dai Giudici della Suprema Corte una scriminante, essa avrebbe costituto di per sé motivo di non punibilità.
Nella fattispecie presa in esame dai giudici di Cassazione, nottetempo ignoti si erano introdotti all’interno di un’abitazione privata, il sistema di allarme segnalò la presenza in casa dei malviventi al proprietario che, a suo dire, con il solo intento di spaventarli imbracciò il fucile che legalmente deteneva in casa, si affacciò dal balcone ed esplose un colpo di fucile in direzione di uno dei malviventi che in quel mentre cercava di impossessarsi della sua autovettura, ferendolo al petto.
Nella motivazione giudici supremi evidenziarono la mancanza dei presupposti di cui al comma 1° dell’art. 52 c.p. ovverossia: l’attualità del pericolo, dell’offesa ingiusta e della inevitabili della reazione difensiva: www.giurisprudenzapenale.com/2014/08/01/in-tema-di-legittima-difesa-domiciliare-cass-pen-288022014/

Conclusioni
In questo breve approfondimento correlato all’istituto giuridico della legittima difesa, si può dunque rilevare che a differenza di quanto spesso si dice o si scrive, il legislatore ha posto a tutela della comunità, norme in grado tutelare chi si trova nella condizione di doversi difendere di fronte ad un’aggressione diretta sulla propria o altrui persona o per preservare i diritti cd patrimoniali.
Tuttavia, lo stesso legislatore ha posto dei ”paletti” che disegnano il limite entro il quale deve essere contenuta la reazione dell’aggredito, in osservanza dei dettami sanciti dall’art. 52 c.p, entro i quali possono ravvisarsi i presupposti della legittima difesa.
L’azione di difesa dell’aggredito che travalica la norma, potrebbe generare altre fattispecie delittuose quali ad esempio: la difesa legittima putativa, l’eccesso di legittima difesa, e nei casi peggiori lesioni dolose o omicidio volontario.
D’altronde è compito del diritto appunto attraverso le norme, assicurare la pacifica convivenza all’interno della comunità in cui esse sono poste, prescrivendo sanzioni in caso di inosservanza dei precetti in esse sanciti.
E’ comprensibile l’indignazione e la rabbia che si possono provare quando viene violata la propria intimità domestica da malviventi, che nottetempo si introducono nelle abitazioni, ancor più quando vengono sorpresi in flagranza, non è altrettanto giustificabile l’atteggiamento di chi, nonostante la sua incolumità o quella di altri non corra rischi imminenti, procuri lesioni o morte dettate solo dall’indignazione e dalla rabbia.
Immaginate la scena del ladro che mentre scappa sull’auto rubata e viene fatto oggetto di colpi d’arma da fuoco sparati all’impazzata in un pubblica via, non esiste in concreto la legittima difesa, oltretutto si pone a rischio l’incolumità di tante persone, oppure il proprietari di casa che spara all’impazzata dalla finestra ai ladri che fuggono in strada.
Il concetto di giustizia, deve comunque sempre essere assimilato al concetto di ricerca della verità e non a quello di vendetta dettata da indignazione e rabbia.

Bibliografia:
– G.Fiandanca- Enzo Musco: Diritto Penale parte general sesta edizione-Zanichelli editore;
– Roberto Garogoli –Codice Peeale e delle Leggi Speciali Nel diritto editore ed. 2014.

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