il Vampiro della Bergamasca

 Vincenzo VERZENI

Il primo serial Killer italiano

di Giuseppe Guarcini

Vincenzo Verzeni raffigurato nelle cronache del tempo
Vincenzo Verzeni raffigurato nelle
cronache del tempo

Giovanna era una brava ragazza, 14 anni pieni di vita, molto bella.
Faceva freddo quel mattino dell’otto dicembre 1870, Giovanna però aveva ormai deciso, il Natale era alle porte, e quel giorno voleva trascorrerlo da alcuni suoi parenti a Suisio, nel bergamasco, un piccolo centro poco distante dalle rive dell’Adda.
Si era incamminata al levar del giorno, non voleva farsi aspettare ci teneva ad arrivare presto era molto legata ai suoi parenti.
A casa dagli zii la ragazza non arrivò mai, qualcuno improvvisamente interruppe il suo cammino e la sua giovane vita.

Il suo corpo fu trovato dopo alcuni giorni dalla sua scomparsa, orribilmente mutilato.
Le cronache dell’epoca raccontarono di un corpo nudo, privo delle viscere e dell’organo genitale, con numerosi morsi inferti sul collo della poveretta.
Chi? e perché si era accanito sul corpo della giovane ragazza con così tanta ferocia e violenza deturpandone le aggraziate forme.
Un particolare che attirò l’attenzione degli investigatori fu la presenza accanto al corpo della vittima di 12 spilloni disposti a raggiera, si pensò ad un rituale praticato dall’assassino.
Le indagini non diedero alcun esito, il brutale assassino era riuscito a far perdere le sue tracce
Il 27 agosto 1871
Il mostro vampiro torna a far parlare di lui.
Elisabetta aveva ventotto anni il suo corpo senza vita fu trovato in un campo lungo la strada comunale per Madone.
Come per la sua prima vittima il mostro aveva flagellato il corpo di Elisabetta mutilandolo e strappandone le carni a morsi.
Vicino al cadavere gli inquirenti trovarono una corda usata dall’assassino per strangolare la poveretta.
Gli investigatori rivelarono tutte la difficoltà che emergevano dal dover indagare in un simile caso, allo stesso tempo però, dal modus operandi in cui sono stati perpetrati gli omicidi intuirono che i due omicidi potevano essere  stato commessi dalla stessa persona, tante erano le similitudini che li avvicinano: il sesso delle vittime, le mutilazioni, i morsi.
All’epoca non esistevano banche dati da consultare, le notizie non viaggiavano con la stessa rapidità di oggi.
Tuttavia non passarono inosservati all’attenzione degli investigatori alcuni episodi.
Si trattò, appunto, di due episodi di violenza nei confronti di altrettante donne.
Nel 1867, Marianna dorme, quando improvvisamente si sente afferrare al collo, si sveglia riconosce suo cugino Vincenzo, reagisce a quella presa, urla disperatamente e il cugino fugge.
Due anni dopo nel 1869 un’altra donna fu aggredita, il suo nome era Barbara.
Riuscì ad allontanare lo sconosciuto dimenandosi e urlando.
Agli investigatori Barbara, non fu in grado di riferire con certezza che si trattasse di Vincenzo, pur tuttavia non negò una certa somiglianza a quel Vincenzo che poco tempo prima aveva aggredito, afferrandola al collo, sua cugina Marianna.
Quell’anno un’altra donna fu aggredita, anch’ella fu lesta nel reagire e riuscì a mettere in fuga l’assessore, non fu però in grado di riconoscerlo.
Le aggressioni sembravano non voler avere fine.
Poco tempo dopo tocca a Margherita, anche lei aggredita.
E’ una donna forte Margherita, reagì con veemenza e riuscì perfino a colpire al volto il suo aggressore.
Raccontò di avergli provocato ferite al viso che successivamente condussero all’identificazione di Vincenzo Verzeni.
Gli elementi a questo punto erano tanti e consistenti  e tutti a carico di Vincenzo Verzeni.
Fu tratto in arresto e accusato degli omicidi di Giovanna Motta e Elisabetta Pagnoncelli.

…chi era Vincenzo Verzeni.
Nato a Bottanuco un piccolo paese della provincia ber-gamasca adagiato sulla riva dell’Adda. Le sue origini erano umili, i genitori contadini.
La sua infanzia fu sin da subito segnata dalle non buone condizioni familiari, la madre soffriva di epilessia il padre alcolizzato spesso non disdegnava di usargli violenza.
Fu la cugina Marianna a dover saggiare i suoi primi se-gnali di aggressività che si susseguì sempre con maggior crescendo.
Vincenzo Verzeni fu arrestato nel 1873, egli stesso du-rante il processo ricostruirà la raccapricciante narrazione dei suoi omicidi ed in quella stessa sede affermerà:
Io ho veramente uccise quelle donne e tentato di strangolare quelle altre, perché provava in quell’atto un immenso piacere. Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte colle unghie ma con i denti, perché io, dopo strozzata la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con che godei moltissimo.”
Non fu destinato alla forca, gli fu inflitta la condanna all’ergastolo da scontare nell’allora manicomio criminale della Pia casa di Senavra a Milano e ai lavori forzati vita natural durante.
Morì nello stesso nosocomio deve si tolse la vita impiccandosi il 13.04.1874.
Cesare Lombroso, chiamato a redigere una perizia psichiatrica sul Verzeni, diede libero sfogo alle sue teorie e lo definì: “un sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana

Affermò inoltre che dalle caratteristiche del volto, connotato da mandibole e zigomi pronunciati e occhi piccoli, e della conformazione del cranio il Verzeni soffriva di gravi forme di cretinismo, necrofilia, e pellagra in fase avanzata.

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