La persona informata sui Fatti

 

Da persona infornata sui fatti a testimone… il cammino normativo
L’analisi
di Giuseppe Guarcini
testimone 3Spesso si giunge a parlare della testimonianza in maniera alquanto superficiale, o meglio senza fissarne l’origine.
Il testimone non appare nel processo per “magia” prima di assumere siffatta qualità, la vicenda giudiziaria deve sfociare nell’esercizio dell’azione penale ex art.50 c.p.p. e quindi intraprendere il suo iter processuale.
Il criminologo e/o criminalista, nel momento in cui entrerà in contatto con il testimone e la sua narrazione, ai fini dell’analisi e della valutazione psicologica dovrà sicuramente tenere conto che quella testimonianza ha sicuramente origini a volte anche lontane nel tempo, generata e contestualizzata in un verbale di sommarie informazioni reso alla polizia giudiziaria, in qualità di persona informata sui fatti.

La qualità di teste ricordiamolo, si assume nella successiva fase dibattimentale nel contraddittorio tra le parti.
Potrebbe rilevarsi vano analizzare ciò che il testimone narra nella testimonianza magari limitandosi a far osservare all’organo giusdicente le difformità che emergono dalla precedente versione dei fatti, resa in quei “tempi lontani”, nella fase delle indagini preliminari.
Potrebbe al contrario rilevarsi utile, cercare di far rilevare in quale contesto furono rilasciate quelle sommarie informazioni testimoniali o, quell’individuazione fotografica e magari, porre in evidenza le contaminazioni inconsapevoli e involontarie a cui il narratore fu esposto.
Album fotografici colmi di fotografie, anche datate, che sono state fatte “ingurgitare” dagli occhi di chi, poche ore prima suo malgrado, ha assistito a un episodio di efferata violenza e ancora, domande su domande che si ripetono estenuanti per ore e ore. A quale inconsapevole pressione psicologica è sottoposto chi ha visto?
Quanto può rilevarsi importante valutare, e far valutare all’organo giusdicente al cospetto di dichiarazioni rese in ambiti dibattimentali difformi a quelle rese in origine quanto quest’ultime possono essere state inconsapevolmente veicolate?
Sorge spontaneo chiedersi: Ma allora dove si trova la verità? nella sommarie informazioni? Nella testimonianza? Nell’individuazione fatta all’epoca alla polizia giudiziaria? Nella ricognizione di persona fatta in aula con le garanzie del contraddittorio? e che magari risulti anch’essa difforme alla prima.
La risposta non è sempre scontata, essa va ricercata attraverso un attento approfondimento e un’analisi, diretta al compimento di attività investigativa da cui ricavare elementi probatori, idonei a far rilevare che le difformità emerse, non sono solo frutto del tempo trascorso o di condizionamenti, ma di accadimenti che in realtà non si sono verificati nella maniera in cui sono stati narrati dal teste.
Spesso in quest’attività, il trascorrere del tempo incide in maniera negativa, le sommarie informazioni si sa, possono restare riservate sino alla chiusura delle indagini preliminari e dati, memoria umana sono soggetti al “logorio” del tempo.
Altro elemento da valutare in presenza di difformità, sono le circostanze di tempo di luogo da cui sono state tratte le dichiarazioni e se esse furono frutto di pressioni o condizionamenti, naturalmente di natura diversa da quelli citati dal 4° comma dell’ art. 500 c.p.p., che in qualche modo però possono averne contaminato la narrazione o l’eventuale individuazione fotografica.
Dimostrare in maniera concreta che quelle dichiarazioni furono rese in un contesto in grado di distorcere la qualità della narrazione, non è certo compito facile, ma potrebbe rilevarsi sicuramente molto più redditizio che il solo cercare le difformità delle dichiarazioni attuali (senza il conforto di elementi probatori a discarico) con quelle precedente rese.
Ciò anche alla luce delle disposizioni tratte dalle recenti sentenze della Suprema Corte e dei principi procedurali: “quando, a seguito della contestazione, sussiste difformità rispetto al contenuto della deposizione, le dichiarazioni utilizzate per la contestazione sono acquisite nel fascicolo del dibattimento e sono valutate come prova dei fatti in esse affermati se sussistono altri elementi di prova che ne confermano la validità”.
Prima di entrare nel merito delle attività che coinvolgono le scienze forensi all’indomani di una narrazione testimoniale, è opportuno conoscere le vicende dell’articolo 500 c.p. narrandone la cronaca dei mutamenti di cui è stato fatto oggetto, sino ai nostri giorni, segno dell’importanza che possono assumere in un processo penale, le sommarie informazioni rese in assenza di contraddittorio e nella fase delle indagini preliminari,
Un controesame del teste senza un’adeguata programmazione, senza un fine definito, porterebbe solo a rafforzare le dichiarazioni rese dal teste  nel esame diretto e pertanto, indirizzare in un senso la decisione dell’organo giudicante qui di seguito, è riportato un esempio di quanto argomentato proponendo un brano molto indicativo, tratto da “l’arte del dubbio” di Giarrico Carofiglio che spero sia motivo di riflessione per gli addetti ai lavori.
Il contro esame come avrete modo di appurare non è teso a rilevare difformità, bensì è diretto al momento in cui fu compiuta l’individuazione fotografica, la situazione ambientale, ai condizionamenti incolpevoli degli inquirenti sulla persona che effettuava l’individuazione fotografica.
Ma soprattutto come rileva anche lo scrittore, traspare l’importanza che assume la conoscenza delle pratiche adottate dalle forze di polizia, da parte di chi ha collaborato delle indagini difensive e posto in grado il difensore di compiere un contresame mirato.
Avvocato: lei ha riferito di lavorare nella Squadra mobile vero?
Teste: confermo
Avvocato: lei ha ricevuto la denuncia della rapina?
Teste: no, la denuncia è stata fatta all’ufficio denunce; noi siamo stati interessati dopo.
Avvocato: Come funziona quando qualcuno viene a fare denuncia?
Teste: Normale, si presenta all’ufficio denunce… e fa la denuncia.
Avvocato: e poi lo chiamate voi della Squadra mobile?
Teste: Beh, non sempre, dipende se ci sono ragioni
Avvocato: può spiegare meglio? Cosa vuol dire “se ci sono ragioni”?
Teste; se risultano elementi..se ci sono indizi..
Avvocato: Mi faccia capire: l’ufficio denunce riceve appunto tutte le denunce; poi se c’è qualche motivo per approfondire subito le indagini, intervenite voi della squadra mobile, ho capito bene?
Teste: confermo.
Avvocato: in questo caso voi avete richiamato la persona offesa tre ore dopo la denuncia, l’avete sentita a verbale di nuovo e poi avete fatto l’individuazione fotografica. Può dirci per quale motivo?
Teste: Fonte confidenziale degna di fede aveva riferito che fra gli autori della rapina poteva esserci….
Presidente: lei non può riferire di dichiarazioni ricevute da confidenti a meno che non intenda rivelare le generalità di questa persona…
Avvocato: Presidente io non ho obiezioni a che il teste continui, anche senza indicare le generalità della persona.
Presidente: Avvocato qui non è questione di obiettare o no. C’è una regola processale che vieta di assumere le dichiarazioni de relato, quando non viene indicata la fonte.(rivolgendosi al teste) Lei vuole indicare le generalità del confidente?
Teste: No, Signor Presidente, io mi avvalgo…
Presidente: Allora non si può riferire del contenuto della confidenza. Proceda pure avvocato.
Avvocato: Credo comunque di poter chiedere è esatto che l’intervento della Squadra mobile dipese dal fatto che vie era stata una segnalazione confidenziale, sul cui contenuto specifico non ci soffermiamo.
Teste: Confermo.
Avvocato: Cosa faceste dopo aver ricevuto questa segnalazione?
Teste: Richiamammo la vittima della rapina e la sentimmo a verbale; poi facemmo la ricognizione fotografica.
Avvocato: Senta, il verbale su questo punto è un pò sintetico. Può spiegarci come si svolse in concreto questa individuazione fotografica?
Teste: facemmo vedere al teste gli album fotografici, lui li sfogliò e a un certo punto riconobbe… insomma l’imputato.
Avvocato: Quanto durò questo verbale e in particolare l’esame dei vostri album fotografici?
Teste: Avvocato adeso mi chiede una cosa… non so, mezz’ora, un’ora. Il tempo di vedere gli album e di scrivere il verbale.
Avvocato: Mi spiega questa cosa…cioè prima gli faceste vedere l’album, lui fece la ricognizione, poi metteste tutto a verbale, è cosi?
Teste: Confermo.
Avvocato: Perché io possa capire bene: l’orario indicato all’inzio del verbale è quello in cui cominciaste a scrivere o quello in cui cominciate a sentire la persona?
Teste: Ma… l’orario in ci cominciammo a sentirlo, che poi non passo tutto questo tempo…
Avvocato: Mezz’ora, un’ora, ha detto.
Teste: Si a occhio e croce.
Avvocato: Io leggo qui sull’intestazione del verbale “davanti a noi ufficiali e agenti etc.,etc., allo ore 19,45 è comparso il teste”. Ora questa indicazione delle 19.45 si riferisce a quando cominciaste a sentire la persona offesa anche se poi avete materialmente verbalizzato mezz’ora, un’ora dopo, è corretto?
Teste: Sissignore.
Avvocato: Su queste basi è corretto dire che il verbale è stato materialmente chiuso, correzioni, rilettura e tutto fra le 20.30 e le 21.00;
Teste: A occhio e croce…
Avvocato: E infatti alle 22.15 avete effettuato il fermo del mio cliente, è esatto?
Teste: Non ho gli atti davanti a me.
Avvocato: Ecco vede –Presidente- vuole autorizzare il teste a consultare gli atti a sua firma- vede il verbale di fermo?
Teste: (dopo aver consultato i verbale) Si le 22.15.
L’interrogatorio continua…. poi l’avvocato si sofferma sull’individuazione fotografica
Avvocato: …..Senta quanti album furono fatti vedere in questo caso?
Teste: Non lo so, si prende un album, si fa vedere, poi si passa a un altro e cosi via.
Avvocato: E’ giusto. Si mostrano gli album in successione. Cosi faceste in questo caso?
Teste: Cosi facciamo sempre.
Avvocato: Quindi anche in questo caso.
Teste: Si.
Avvocato: Quanti album furono fatti vedere in questo caso?
Teste: Due, tre…
Avvocato: E questo signore, in dieci minuti o poco più, riuscì a visionare due, tre album? Quante foto ci sono in un album?
Teste: Ce ne possono essere cento, duecento.
Avvocato: Qui nel verbale c’è scritto che il Signor X…, il rapinato, “ riconosceva senza ombra di dubbio la persona effigiata nella foto n.276” eccetera eccetera. In questo album c’erano almeno 276 foto e probabilmente di più.
Teste: E con questo cosa vuole dimostrare, scusi, avvocato.
Avvocato: Quindi riepilogando. Lei ci sta dicendo che in circa dieci minuti il teste ha esaminato due, tre album fotografici, uno dei quali contenente, diciamo, almeno 276 foto, ha riconosciuto il mio cliente come l’autore della rapina in suo danno, lei poi ha subito fatto mente locale e si è detto: “ah, ma quello adesso viene a firmare, meglio farlo trattenere” e cosi ha fatto?
Teste: Senta, ci sarà stato qualche errore sugli orari del verbale, ma i fatti sono andati cosi.
Avvocato: Non lo metto in dubbio. Il suo confidente le aveva detto che ra stato il mio cliente a fare la rapina?
Pubblico ministero: opposizione presidente, opposizione.
Presidente: accolta.
Avvocato: Io avrei finito, presidente, poi sentiremo la persona offesa.
Le modifiche strutturali degli artt. 500 nel corso del tempo.
In un primo periodo di assestamento il nuovo sistema processuale, fu caratterizzato da varie incertezze interpretative. Emersero dubbi giurisprudenziali circa la possibilità di pervenire ad un corretto accertamento dei fatti, senza la possibilità per il giudice di utilizzare nel giudizio, come prove,le dichiarazioni rese da persona informata sui fatti e raccolte nella fase delle indagini preliminari dalla Polizia Giudiziaria.
Gli artt. 500 e 513 c.p.p. (contestazione nell’esame testimoniale e lettura delle dichiarazioni rese dall’imputato nel corso delle indagini preliminari o nell’udienza preliminare) prevedevano meccanismi che ne impedivano l’utilizzazione ai fini dell’acquisizione probatoria nella successiva fase processuale.
Secondo l’art. 500 c.p.p. le dichiarazioni rese, potevano essere contestate dalle parti al testimone, ma in caso di contrasto tra le dichiarazioni rese in dibattimento e quelle rese nella fase delle indagini, il giudice non poteva assumerle come prova e pertanto porle a base della propria decisione.
L’art. 513 c.p.p. invece escludeva che le dichiarazioni di un imputato in procedimento connesso potessero essere lette, acquisite e utilizzate, qualora chi le avesse rese si fosse rifiutato di rispondere nel corso del dibattimento.
Furono sollevate diverse questioni di legittimità costituzionale e la Corte Costituzionale appunto, attraverso due sentenze, la n. 254 relativa all’art. 513 c.p.p. e la n. 255 relativa all’art. 500 c.p.p., entrambi datate 1992, fece decadere la regola che impediva il passaggio al dibattimento delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero nella fase delle indagini preliminari.
La decisione diede quindi origine ad un meccanismo attraverso il quale se, in seguito alle contestazione mosse in sede dibattimentale, il teste rendeva dichiarazioni diverse da quelle fornite e verbalizzate nella fase delle indagini preliminare.
Il verbale di sommarie informazioni poteva essere acquisito nel fascicolo del dibattimento. Fu inoltre stabilito che si poteva dare lettura delle dichiarazioni degli imputati in procedimenti connessi, anche se questi si rifiutavano di rispondere.
All’atto pratico cosa avveniva? Che atti non formatisi in dibattimento, in particolare dichiarazioni assunte e verbalizzate dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero, acquisivano rilevanza probatoria, nonostante fossero stati generati in assenza delle garanzie previste nel contraddittorio.
Le due decisioni della Corte Costituzionali furono fatte oggetto di vivaci critiche in special modo, fu contestato un riferimento contenuto della sentenza n. 255 del 1992, fatto risalire al «principio di non dispersione dei mezzi di prova», adoperato dalla Corte Costituzionale per giustificare l’utilizzazione in dibattimento delle dichiarazioni rese dinanzi al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria.
Nonostante le accese critiche, la sentenza n. 255 del 1992 ricevette l’avallo del legislatore.
La decisione non fu certamente esente da contaminazioni di tipo sociale, scaturite dai fatti violenti di quegli anni anche in seguito agli efferati attentati nei quali rimasero vittima i giudici Falcone e Borsellino. Il legislatore si rifugiò in pratica nel d.l. 8 giugno 1992 n. 306, considerandolo un mezzo idoneo per contrastare l’aggressione della criminalità mafiosa agli organi dello Stato.
Le modificazioni legislative del codice intervenute nel 1992 e negli anni successivi furono dunque condizionate da due emergenze: quella della criminalità organizzata, in particolare mafiosa, e della criminalità economica e politico-amministrativa (Tangentopoli), che hanno nel tempo orientato le scelte del legislatore.
La pronuncia della Corte costituzionale, l’art. 513 c.p.p. consentì quindi, il divenire di prove le dichiarazioni fornite al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria ed inoltre, rese conveniente per il pubblico ministero evitare che gli imputati in procedimenti connessi, fossero chiamati a ripetere le loro dichiarazioni accusatorie nel dibattimento esponendosi quindi alle contestazioni della persona che veniva accusata. Emergono in questo caso nitide, le scorie del vecchio sistema inquisitorio appartenente al passato codicistico. Un “ritorno al passato” a tutti gli effetti. Ci si ritrovava nella situazione analoga a quella esistente nella vigenza del codice di procedura penale del 1930, in cui la prova dichiarativa si formava essenzialmente nel corso della fase istruttoria.
E venne  poi l’epoca dei c.d. “collaboratori di giustizia”, i quali rendevano al pubblico ministero dichiarazioni che contenute in verbali che dalla fase delle indagini transitavano nei vari processi tramutandosi da indizi in prove e la parte chiamata in correità doveva subire senza la possibilità di un controllo dibattimentale, senza un contraddittorio in cui opporre una difesa ouna prova a discarico.
Situazioni analoghe verificarono anche nei processi di “Tangentopoli” per corruzione, nei quali accadeva di frequente che gli imprenditori coinvolti nelle inchieste confessassero una serie di fatti, ottenessero d’accordo con il pubblico ministero una sentenza “patteggiata” particolarmente conveniente e quindi, scomparissero dal processo, in cui però il Pubblico ministero si giovava delle dichiarazioni a lui rese in precedenza.
La reazione del Parlamento si concretizzò con la legge n. 267 del 1997, e modificò l’art. 513 c.p.p. rendendo inutilizzabili le dichiarazioni rese dai coimputati e degli imputati in un procedimento connesso, qualora chi le avesse rese, rifiutasse di sottoporsi successivo esame dibattimentale (contraddittorio).
La novella legislativa determinò in molti processi un netto capovolgimento di fronte.
Venuta meno la possibilità di utilizzare le dichiarazioni rese nel corso delle indagini, da parte dei coimputati e degli imputati in procedimento connesso, molti quadri indiziari persero la loro consistenza poiché in effetti sorretti solo dalle dichiarazioni.
L’ intervento della Corte costituzionale non si fece attendere e con la sentenza 2 novembre 1998 n. 361, dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 513 c.p.p. e di tutta una serie di disposizioni ad esso collegate (artt. 500 e 238 c.p.p.)
Si trattò in pratica di un nuovo “ritorno al passato”, le dichiarazioni raccolte, le contestazioni formali rese al pubblico ministero durante la fase delle indagini preliminari, potevano nuovamente essere utilizzate nella fase processuale.
Ancora una volta, attraverso il meccanismo delle contestazioni formali, alla formazione della prova in dibattimento si era sostituita la lettura dei verbali redatti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria.
Il Parlamento a sua volta reagì, modificando nel novembre 2009 l’art. 111 Cost., determinando pertanto, la costituzionalizzazione del modello accusatorio.
L’organo legislativo, fissò alcuni paletti, uno di questi riguardava l’affermazione contenuta nel quarto comma ovverosia che il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova: se la prova si deve formare in contraddittorio, resta esclusa, in linea di principio, l’utilizzazione nel dibattimento di elementi probatori, e in special modo di quelli dichiarativi, acquisiti nella fase delle indagini o comunque fuori dalla sede dibattimentale.
Sempre nel quarto comma, l’art. 111 Cost. afferma che: “la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore”: è quindi esclusa la possibilità di utilizzare le dichiarazioni rese in precedenza dal coimputato o dall’imputato in procedimento connesso che nella fase delle indagini, o in un procedimento separato, ha accusato un altro imputato ma nel giudizio si rifiuta di confrontarsi con questo”.
La Corte costituzionale però ha avvertito che l’«enunciazione del quarto comma dell’art. 111 Cost., secondo cui nel processo penale “la formazione della prova è regolata dal principio del contraddittorio”, non comporta che il cosiddetto profilo oggettivo del medesimo non sia correlato con quello soggettivo e non costituisca comunque un aspetto del diritto di difesa», come attesta eloquentemente la circostanza che il successivo quinto comma, «nell’ammettere la deroga al principio, fa riferimento anzitutto al consenso dell’imputato» (sent. n. 184 del 2009, n. 117 del 2007).
Due casi sono regolati dalla legge ed entrambi indispensabili per il funzionamento del processo, ma è soprattutto il secondo che consente di far fronte alle situazioni che prima della riforma dell’art. 111 Cost. avevano fatto emergere la necessità di utilizzare le dichiarazioni rese nella fase delle indagini o comunque fuori del dibattimento, e avevano indotto la Corte costituzionale ad intervenire. Si tratta delle situazioni in cui i testimoni, o anche i coimputati e gli imputati in procedimenti connessi, avendo subito violenze o ricevuto minacce, ricompense o promesse, modificano falsamente nel dibattimento le dichiarazioni in precedenza rese.
Questi sono casi di “condotta illecita”, che una volta provati concedono il recupero e la conseguente utilizzazione delle dichiarazioni rese in precedenza. La loro disciplina codicistica è stata inserita nel testo dell’art. 500 c.p.p., in seguito alla sua sostituzione operata dall’art. 16 l. 1° marzo 2001, n. 63, di attuazione della legge costituzionale di riforma dell’art. 111 della Costituzione (comunemente nota come “legge sul giusto processo”). Il quarto comma del nuovo art. 500 c.p.p. stabilisce che «Quando, anche per le circostanze emerse nel dibattimento, vi sono elementi concreti per ritenere che il testimone è stato sottoposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinché non deponga ovvero deponga il falso, le dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico ministero precedentemente rese dal testimone sono acquisite al fascicolo del dibattimento e quelle previste dal comma 3 (relative al rifiuto di rispondere) possono essere utilizzate».
Si tratta di una disposizione fondamentale perché nei casi di testimonianze false o reticenti consente al giudice di utilizzare come prova le diverse dichiarazioni rese in precedenza dal testimone.
La legge 1° marzo 2001, n. 63, già citata, modifica varie disposizioni del codice di procedura penale: il chiamante in correità può trasformarsi in testimone (artt. 64 e 197 bis c.p.p.); è in linea di massima vietata la testimonianza indiretta della polizia giudiziaria (art. 195, comma 4, c.p.p.); è in linea di massima esclusa l’utilizzabilità di dichiarazioni formate fuori del dibattimento, anche se assunte dal giudice, a meno che l’imputato non presti il consenso (art. 238, comma 2 bis, c.p.p.); non possono costituire prova le dichiarazioni del testimone utilizzate per le contestazioni e quelle rese nel dibattimento dal testimone che si rifiuta di rispondere all’esame o al controesame (art. 500, commi 2 e 3, c.p.p.); non sono utilizzabili le dichiarazioni dell’imputato sentito ex art. 513 c.p.p. che si rifiuta di rispondere; la colpevolezza non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi si sottrae all’esame da parte dell’imputato (art. 526, comma 1 bis, c.p.p.).
Innovando rispetto alla precedente disciplina, la legge n. 63 del 2001 ha riconosciuto all’imputato in un procedimento connesso che nelle sue dichiarazioni accusa un altro, la qualità di testimone, a condizione che abbia avuto inizialmente l’avvertimento che «se renderà su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l’ufficio di testimone» (art. 64, comma 3, lett. c) c.p.p.).
Questo in conclusione è l’attuale quadro dell’assetto processuale concernente la metamorfosi dell’indizio, emerso dalla dichiarazione resa da persona sui fatti che in seguito assume il ruolo di testimone nella fase processuale che dopo una andamento ondivago, ha trovato la sua definitiva stabilizzazione, da un lato con la costituzionalizzazione del modello accusatorio e dall’altro, con le disposizioni introdotte dalla legge n. 63 del 2001 utili (a dire del legislatore) a rimuovere le imperfezioni provocate dagli interventi della Corte costituzionale.
Bibliografia:

-Seminario: Facoltà di Giurisprudenza Unipegaso – San Giogio a Cremano(NA) 17.05.2012

L’arte del Dubbio di Gianrico Carofiglio

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