Il Killer delle “lucciole”

 

Il Mostro di Modena

di Francesco Gandolfi

luccioleC’è un caso rimasto insoluto nella storia dell’omicidio seriale in Italia, tanto importante quanto poco noto al pubblico, che penso meriti maggior attenzione rispetto alla scarsa risonanza mediatica ricevuta a livello nazionale e così ho deciso di occuparmene in questo mio primo articolo.
La vicenda a cui faccio riferimento, sviluppatasi in zone che distano pochi chilometri da dove abito, è quella che la stampa giornalistica locale ribattezzò, all’epoca dei fatti tra il 1985 e il 1997, con titolo di sicuro e immediato effetto, ‘Il caso del mostro di Modena’. I quotidiani arrivarono persino a descrivere il mostro come un serial killer tipo ‘missionario’, che si sarebbe prefisso il compito di ripulire il Mondo dalla presenza ripugnante delle prostitute. Fantasie e ipotesi, tuttavia, che come racconterò non sono state supportate dai fatti.


Nel periodo che va dal 21 agosto 1985 al 13 ottobre 1997, difatti, nella provincia modenese vennero rinvenuti i cadaveri di nove ragazze, tutte tossicodipendenti e quasi tutte prostitute, tutte molto giovani e di bell’aspetto.
Nel tempo si sono formulate varie ipotesi, alcune riguardanti anche l’eventualità che ad uccidere fossero più persone, che il mostro cioè fosse policefalo. La faccenda, aldilà di tutte le innumerevoli ricostruzioni proposte negli anni, non ha avuto, però, ancora una soluzione e l’assassino, o gli assassini, non hanno tuttora un’identità.
Ho scritto nove vittime ma il computo potrebbe salire a dieci perché Giovanna Marchetti, 19 anni, uccisa da un colpo di mattone alla nuca dopo aver subito un precedente tentativo di strangolamento, ritrovata il 21 agosto 1985 nelle vicinanze della fornace abbandonata di Baggiovara, forse non è la prima vittima riconducibile all’omicida. Nel 1983 in una via buia e isolata del quartiere Sacca venne trovato, infatti, il cadavere di Filomena Gnasso, prostituta ma non tossicodipendente, finita a colpi di coltello.
I due assassinii non sono mai stati posti in relazione per via dell’alterità nel modus operandi, più esattamente nell’elezione del mezzo omicidiario, ovvero laccio e pugnale.
Strumenti di morte che verranno utilizzati in tutta la serie: due anni dopo la brutale uccisione della Marchetti l’ assassino torna ad agire e, la notte del 12 settembre 1987 nelle cave di San Damaso, frazione di Modena, Donatella Guerra, 22 anni, anche lei prostituta viene uccisa con due coltellate, una al petto e una alla gola; la ragazza viene colpita alle spalle secondo il responso dei medici legali, un aspetto invariante dei delitti commessi con l’arma da taglio suddetta. Questo terzo (?) omicidio assume un significato eccezionale perché viene rilevato dalla scientifica l’ impronta di uno pneumatico accanto al corpo, il quale riporta ad una Fiat 131, l’ unica vettura che al tempo montava quel tipo di gomme. Appena due mesi di intervallo e viene compiuto un altro delitto: è il novembre 1987 e Marina Balboni, a Gargallo frazione di Carpi, muore strozzata con la sua sciarpa gialla.
Marina e Donatella, due delitti in un lasso temporale troppo breve per non domandarsene la ragione. Così, da una serie di colloqui tenuti con alcune prostitute amiche delle vittime emerge un’ipotesi inquietante: che Marina fosse stata uccisa perché avrebbe visto l’ uomo con cui salì in auto Donatella.
Altri due anni e il 30 maggio 1989 il cadavere di Claudia Santachiara viene rinvenuto in un vicolo di campagna alla periferia di Panzano, frazione di Campogalliano: la ragazza è stata denudata, ha addosso solo il laccio usato dall’omicida che, anche in questo caso, ha operato “da dietro”, probabilmente al termine di un rapporto. Nel marzo del 1990 la quinta vittima, Fabiana Zuccarini, 21 anni, tossicodipendente ma non prostituta. Gli investigatori, come già accaduto per esempio nella vicenda ‘Unabomber’, commettono una serqua inescusabile di negligenze e sbadataggini, tra le quali la più grave è senz’altro lo spostamento quasi immediato del cadavere. Gli stessi errori vengono commessi anche il 4 febbraio 1992 quando a San Prospero, viene trovata Anna Bruzzese, 33 anni, la più anziana tra le vittime e anche lei strangolata dopo un rapporto sessuale con il suo assassino. Medesima sorte, nel gennaio ‘ 94, spetta ad Anna Maria Palermo, assassinata però con coltellate inferte all’altezza del cuore.
L’altra vittima in ordine di tempo è Monica Abate, prostituta strangolata nel suo appartamento, che tuttavia rappresenta un unicum, un’eccezione, perché in questo frangente l’assassino ha eseguito il fatto “a domicilio” ovvero nell’appartamento della stessa Abate. Come pure Giovanna Solla, bruciata viva, quindi né strangolata e neppure pugnalata, spirata dopo una settimana di sofferenze.
Infine, l’ultimo episodio della serie, datato, come ho ricordato all’inizio, 13 ottobre 1997. Un’altra sventurata prostituta, una fra le decine di passeggiatrici che battono i viali della Bruciata in provincia di Modena, viene trovata massacrata con il solito pugnale presumibilmente dopo un rapporto sessuale con l’assassino, che poi l’ha abbandonata seminuda nella campagna tra Reggio Emilia e Modena.
Tanti gli elementi davvero singolari affiorati in trent’anni di mancata spiegazione della faccenda, tanti i punti rimasti irrisolti che è necessario mettere in evidenza. Proverò ora a schematizzarli:
• come accennavo nell’incipit del testo, il cosiddetto mostro sembra essere bifronte, personificato cioè da due distinti individui che operano sì di concerto, selezionano la stessa tipologia di vittima, ma prediligono due armi diverse, laccio e pugnale;
• in tutti i casi, ad esclusione di Anna Maria Palermo, alle ragazze è stata sottratta la borsetta, stabilendo così un nesso eziologico unitario. La borsetta non è stata di certo rubata per lucrare sul contenuto della stessa in quanto l’assassino in tutti i casi ha offerto come esca delle dosi di droga, che è sicuramente una sostanza costosa. Sarebbe quantomeno più semplice e ragionevole qualificare le borsette come oggetti feticcio di un macabro rituale.
• la madre di Monica Abate, Romana Caselli, dichiarò:”L’hanno uccisa per farla tacere e nessuno si e’ impegnato fino in fondo per scoprire chi e’ stato (…) Mia figlia si drogava e per questo, come le altre ragazze uccise nell’ambiente della droga, è stata sempre considerata vittima di serie B”.
• Per il delitto di quest’ultima il magistrato del Pubblico Ministero aveva chiesto l’incriminazione di una donna, un’amica della vittima, ma il GIP prosciolse la ragazza, invitando contestualmente il magistrato ad approfondire meglio i legami di Monica Abate con alcuni poliziotti. Pare infatti che la ragazza conoscesse e frequentasse due agenti (rimarco il numero due!), già finiti sotto inchiesta per altre vicende. La prima indagine a carico dei due agenti non fece emergere nulla circa una loro possibile connessione con la morte di Monica. Ma per il GIP non si indagò mai abbastanza e con l’adeguata acribia.
• Nel diario privato, per ragioni oscure non acquisito agli atti, di Marina Balboni, la giovane aveva scritto che la sera, che le sarebbe poi risultata fatale, avrebbe avuto un appuntamento con “una persona importante” e litigò addirittura con i genitori, i quali non volevano uscisse di casa.

Periodicamente si richiede da parte dei parenti delle vittime la riapertura del caso, a seguito di nuove prove che è oggi possibile esibire grazie alle nuove tecnologie relative all’analisi del materiale genetico ritrovato sulle scene del crimine (accanto al cadavere di Fabiana Zuccarini era stato trovato, tra l’altro, un mozzicone di sigaretta…)

La speranza è di dare finalmente un volto a questo potenziale assassino seriale, da sempre latitante, preceduto solamente per numero di persone uccise dal “mostro di Firenze” e da quello di Udine (16 vittime, tutte coppiette il primo, 18 prostitute uccise il secondo) ma non altrettanto famoso.

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