Il Giudizio Abbreviato: la rinnovazione dell’Istruttoria dibattimentale in Appello.

 

 

di Giuseppe Guarcini

giudizio abbreviatoCriminologia – aspetti non molto tempo  fa nella sua pagina dedicata agli aspetti procedurali penalistici, con l’articolo i tratti inquisitori nel rito abbreviato si occupò di uno dei riti speciali previsti dal codice di procedura penale vigente, appunto il  rito abbreviato dove, in particolare, furono  analizzati i tratti inquisitori che tuttora emergono all’interno di un rito generato in un contesto evolutivo procedurale, che avrebbe dovuto sancire il definitivo tramonto del modello inquisitorio, a beneficio del più moderno, innovativo e garantistico modello accusatorio. Il rito abbreviato inizialmente era imperniato su un giudizio prettamente cartolare, un giudizio quindi, che scaturiva essenzialmente  dallo stato degli atti, ovvero, dalle risultanze indiziarie e/o probatorie emerse durante la fase procedurale, cioè delle indagini preliminari,  svolte dal pubblico ministero o eventualmente scaturite  dalle  indagini difensive. Le successive modifiche di cui il rito fu fatto oggetto da parte del  legislatore, comportarono il venir meno del giudizio strettamente  cartolare, poiché ex officio possono essere acquisiti nuovi elementi. Il Prof. Franco Cordero parlò di: “una vera e propria mutazione genetica del rito”. La novella legislativa comportò la possibilità per il richiedente di optare per il rito abbreviato condizionato dotandosi del potere di acquisizione di nuovi elementi  in sedi diverse da quella della fase delle indagini preliminari. L’eventuale decisione da parte dell’ imputato di scegliere rito cosiddetto secco (non condizionato all’acquisizione di nuovi elementi), non preclude però  al giudice la possibilità di richiedere ex art. 441 c. 5 c.p.p.,  l ‘acquisizione di nuovi elementi. La scelta dell’ imputato in pratica, non influenza la facoltà del giudice di richiedere una eventuale integrazione probatoria.  Oggi una nuova questione giurisprudenziale ha investito il rito abbreviato, lasciando emergere ancora i suoi tratti inquisitori, questa volta però  prevaricando i  suoi confini processuali, spostandosi dalla giurisdizione dell’ ufficio del GUP a quella del giudicato di appello per poi concludere il suo cammino con l’ordinanza  nr.47015 del 09.11.2016  con cui la questione è stata rimessa  alle sezioni Unite della seconda sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione.

Il Caso

La Corte di appello di Roma, in accoglimento del ricorso prodotto dal Pubblico ministero del Tribunale di Latina, con la sentenza del 28.11.2014, riformava la sentenza di assoluzione, emessa dal GUP di quel Tribunale in esito al procedimento condotto con rito abbreviato, condannando l’imputato ritenuto colpevole di due episodi di usura, alla pena di anni uno mesi sei di reclusione, multa e risarcimento del danno a favore della parte civile costituita. L’imputato dal canto suo, proponeva ricorso per Cassazione avverso alla sentenza emessa dalla Corte di Appello di Roma. Il ricorso poggiava principalmente su due motivi: il primo concerneva le dichiarazioni della parte offesa esaminate in maniera incompleta, il secondo invece riguardava la lesione del diritto di difesa, posto il relazione al rigetto da parte del collegio giudicante in appello dell’istanza diretta alla rinnovazione dell’istruttoria. Quest’ultimo cosi come affermano i giudici della suprema corte raffigurerebbe il punto nodale della questione, che comunque era già stata oggetto  di interpretazione  da parte dei Giudici di Cassazione nella sentenza.27620 del 28.4.2016 depositata il 07.07.2016. Con la citata  ordinanza, i Giudici  supremi in sezione unite, in riferimento al disposto normativo di cui all’art.6 par. 1 e 3 CEDU si pronunciarono in tal senso: “come definito dalla giurisprudenza consolidata della CEDU, che costituisce parametro interpretativo delle norme processuali interne – implica che il giudice di appello, investito dell’ impugnazione del pubblico ministero avverso al sentenza di assoluzione in primo grado, anche se emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui si adduca una erronea valutazione delle prove dichiarative, non può riformare la sentenza  impugnata, affermando la responsabilità dell’imputato, senza avere proceduto, anche d’ufficio, ai sensi dell’art.603 c.p.p., comma 3, a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiamo reso dichiarazioni sui fatti del processo ritenute decisive ai  fini del giudizio assolutorio di primo grado”

La Corte di Strasburgo

La Cedu si è sempre mantenuta costante nelle sue decisioni, considerando non coerente con i principi  di garanzia espressi, una eventuale riforma della sentenza di assoluzione scaturita da un un rito abbreviato, in cui il collegio, in sede di appello, tenga conto solo della cartolarità, senza perciò ascoltare testimoni  con il conseguente venir meno del principio di contraddittorietà che caratterizza il processo penale, almeno nei suoi riti ordinari (naturalmente i riti speciali sono caratterizzati da norme procedurali differenti). In tal senso la Cedu si è espressa nelle sentenze: Dan v.Moldavia, Corte Edu, 5 luglio 2011, Manolachi v.Romandia 05.03.2013, Flueras v Romani 09.4.2013.Moinesci  v.Romania sentenza del 22.09.2015.

Il contrasto giurisprudenziale

2301/2015 Roma, inaugurazione dell'anno giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione. Nella foto i giudici con la toga

Esso si genera quando la terza  Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n.43242 emessa il 12.07.2016, affermò che una eventuale riforma in peius non deve per forza presupporre  la rinnovazione istruttoria quando  la sentenza è scaturita dal giudizio abbreviato non condizionato. Si generano quindi  due orientamenti giurisprudenziali esattamente di senso opposto e cioè: disporre o meno la rinnovazione istruttoria diretta a valutare ex novo la prova orale,  instaurando  di conseguenza un contraddittorio tra  le parti. La sentenza della terza Sezione penale non è l’unica che ritiene non  essenziale il presupposto della rinnovazione istruttoria, instaurando un orientamento secondo il quale, la rinnovazione istruttoria, si rende necessaria solo quando l’elemento probante, sia stato assunto oralmente in primo grado e, non invece, quando l’imputato abbia fatto ricorso al giudizio abbreviato non condizionato rinunciando quindi ai principi del contraddittorio e dell’oralità.

obiter dicta o ratio decisionis

La ratio è  la norma di diritto sulla quale  il giudice decide nel caso concreto, gli obiter dictum sono i commenti che i giudici fanno in maniera incidentale durante la discussione su una controversa. L’elemento vincolante in una sentenza è la ratio decidendo, cioè i presupposti di diritto in base ai quali il giudice decide sul caso. Il compito, delle sezioni unite ora, sarà quella di  stabilire  se la controversia emersa dopo la sentenza emessa dalla terza sezione penale, poggia su una ratio deciendo e pertanto, è dotata di efficacia vincolante. Anche se occorre tenere in debita considerazione che già nella sua precedente sentenza resa a  Sezione Unite la Cassazione penale aveva già ribadito che”…. inoltre traendosi ispirazione propria nella giurisprudenza di Strasburgo in tema di cd overturning , si è progressivamente venuto a consolidare l’orientamento secondo cui il giudice di appello non può  pervenire a condanna in riforma della sentenza assolutoria di primo grado basandosi esclusivamente o in modo determinante su una  valutazione delle fonti dichiarative della quali non abbia proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art.603 comma 3° una rinnovata assunzione”, prosegue la Corte Suprema ” va al riguardo considerato che nel nostro ordinamento processuale che ha prescelto a statuto cognitivo fondanti del processo penale il modello accusatorio ispirato  ai principi fondamentali della  oralità, della prova, della immediatezza della sua formazione  davanti al giudice chiamato a decidere e dalla dialettica delle parti nella sua formazione – il giudice di appello  che ripete tutti i poteri decisori, non ha di per sé, in base alla sua costituzione e all’ordinamento giudiziario, una “autorevolezza maggiore” di quello di primo grado, può vedersi attribuita la legittimazione a ribaltare un esito assolutorio sulla base di un diverso apprezzamento delle fonti dichiarative, solo a patto che nel giudizio di appello si  ripercorrano le medesime cadere di acquisizione in forma orale della prova elaborata in primo grado”.

Appare piuttosto evidente come  tra i giudici della Suprema Corte di Cassazione si siano create correnti di pensiero differenti. Una  che tende a rifarsi al disposto normativo di cui all’art.6 par. 1 e 3 CEDU e di conseguenza alla scelta del nostro sistema giudiziario di ispirarsi al modello accusatorio ispirato appunto ai principi  dell’oralità, immediatezza e la cristallizzazione della prova dinanzi ad un giudice super partes. L’altra corrente sembra invece voglia rimanere ancorata ai principi ispiratori del vecchio modello inquisitorio, che delegava al giudice il potere di accusare e allo stesso tempo decidere a riguardo di una determinata fattispecie. L’ acquisizione da parte del GUP di ulteriori elementi probatori proposta ex art.441 c. 5, che può avvenire nonostante la richiesta del rito non condizionato da parte dell’imputato, in certo senso  snaturando il principio su cui  si è basato il legislatore  e cioè quello di deflazionare il sistema penale afflitto da numerosi procedimenti pendenti, attraverso l’eliminazione della fase dibattimentale, attivando un attività processuale scelta dell’imputato il quale, conscio del venir meno di alcune garanzie previste nella fase dibattimentale del processo penale decide di affrontare un giudizio sulla base dei soli elementi raccolti durante le indagini preliminari, beneficiando conseguentemente della riduzione di 1/3 della pena prevista qualora egli fosse stato riconosciuto colpevole del reato ascrittogli. 

www.giurisprudenzapenale.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

− sei = tre