Il cannibalismo compassionevole

 

 

oriettadi Orietta Giulianelli

Orietta Giulianelli è avvocato dal 1990, iscritta all’Ordine di Roma. Esperta in diritto del lavoro e diritto di famiglia.
Diplomata in Scienze Criminologico Forensi presso l’Università ” La Sapienza ” di Roma nel gennaio 2014 con tesi dal titolo ” Senso di colpa ed il principe ranocchio”    (110 e lode/ 110 e pubblicazione della tesi )
Vincitrice del premio in criminologia Benigno di Tullio per l’A.A. 2012/2013 assegnatole dalla Fondazione Roma Sapienza.
Iscritta dal gennaio 2014 alla S.I.C. ( Società Italiana Criminologia ) in qualità di socio ordinario.
Pubblica su siti e pagine on line ( Baba Yaga – Il lato oscuro delle donne ; Criminologia – Scienze Forensi ; Amici della Criminologia ) e sul settimanale on line italo-canadese ” Il Grandangolare “.

IL MORBO DEL KURU

” E’ meglio riposare in pace nel caldo corpo di un amico piuttosto che nella fredda terra ”
( tribù Wari del Brasile )

Gli antropologi distinguono, sulla base dell’oggetto della pratica, tre forme distinte di cannibalismo:

• autocannibalismo , l’atto è rivolto nei confronti del proprio corpo ( l’onicofagia o il mangiarsi l’interno delle guance ne sono esempi comuni );
• esocannibalismo , dal greco ékso ( fuori ) quando l’oggetto è una persona che non fa parte del proprio gruppo sociale di appartenenza. E’ un modo di affermare il superiore potere tribale o di ” assorbire ” le qualità e lo spirito delle vittime;
• endocannibalismo , dal greco éndon ( dentro ) l’atto cannibalico è rivolto verso componenti della propria stirpe, escludendo l’omicidio ma rivolgendosi esclusivamente a soggetti già morti. Parti del cadavere o, più spesso, frammenti di ossa polverizzate vengono ingerite per sottolineare, a livello simbolico, la trasmissione di ” sostanze ” e valori sociali da una generazione all’altra. La necrofagia, in questo caso, assume i caratteri di una cerimonia rituale funebre ed è la più praticata.

L’endocannibalismo, secondo gli antropologi Beth Conklin e Ellie Shick, assume dunque una dimensione socialmente integrativa in quanto l’individualità del morto, con le sue proprie emozioni, esperienze, caratteristiche personali viene riassorbita dall’intera tribù tanto da far apparire tale pratica cannibalica ” uno dei modi più rispettosi di trattare un corpo umano “.

Il caso più documentato di endocannibalismo, riguarda la tribù Fore della Nuova Guinea, tristemente noto a causa della diffusione del morbo del Kuru.

cannibaliGià negli anni ’20 i medici tedeschi Creutzfeld e Jakob ( dai quali il nome occidentale della malattia – morbo di Creutzfeld e Jakob ) osservando una paziente di quella tribù , isolarono durante l’autopsia la struttura spugnosa del cervello. Il premio Nobel per la medicina Gajdusek definì la malattia ” morte che ride ” a causa della sintomatologia che comprende il ridere e/o piangere immotivatamente. Altri sintomi sono : problemi a camminare ; sempre più scarso coordinamento ; difficoltà a deglutire ; eloquio ; malumore ; contrazioni muscolari e tremori ( Kuru, nella lingua locale significa ” rabbrividire ” ) ; dolore alle gambe e braccia. L’esito della malattia è fatale e porta il paziente al decesso entro 6/12 mesi dalle prime manifestazione dei sintomi.

L’etnia Fore riteneva che il morbo, che colpiva soprattutto donne e bambini, fosse conseguente a pratiche di stregoneria ma fu accertato che esso era direttamente collegato all’usanza di cibarsi dei defunti, in particolare del loro cervello ( ai maschi della tribù erano riservati i tessuti muscolari del parente morto ). Malattia altamente contagiosa si ritiene sia stata debellata negli anni ’60/’70 per merito soprattutto della diffusione delle missioni cristiane e la conseguente riduzione di questo rituale funebre.

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