Ferite. di Orietta Giulianelli

FERITE

di Orietta Giulianelli

 

orietta
Orietta Giulianelli

“…gli trilla tutto nella testa come una campanella. Spegne la macchina fotografica e la mette giù. Prende le fotografie e le matrici e i biglietti, ma la scatola gli scivola dalle mani e gli oggetti, che si era tanto sforzato di non ricordare in tutti i giorni precedenti, si spargono sul pavimento come orfani fuggiti dalla caverna di un orco. Emette un ruggito, si piega di nuovo per raccogliere la roba, ma questa volta riesce anche a bruciarsi un gomito sulla candela. Ma vaffanculo! Cazzo! Digrigna i denti per la rabbia, stende il braccio e caccia la mano con il palmo verso il basso dentro la fiamma. La tiene lì più a lungo possibile, e poi ancora un altro po’, fino a che tutti i pensieri nella sua testa sono cauterizzati, e poi ancora un poco. Lacrime gli solcano le guance, chiude le palpebre e vede i fulmini. Il dolore è stupefacente, come scoprire un nuovo mondo sotto questo qui, un mondo crudo e vivido e frenetico. L’aria si riempie dell’odore di carne bruciata. Infine, con un grido tira indietro la mano e barcolla fino al bagno.


Tutta la mano è inerte; è come una sostanza aliena, un coagulo di fuoco o di dolore puro innestato sul suo braccio. Quando ci fa scorrere sopra un po’ di acqua fredda è come se tutto il suo corpo fosse colpito da qualcosa – come un cavaliere lanciato in una giostra, o come due onde che si scontrano, materia e antimateria. Ci si dimentica sempre che il dolore fa male, di quanto sia concreto, e privo di senso dell’umorismo. Rimane lì in piedi a piangere, l’acqua gli martella dentro la carne, l’agonia gli strilla nell’orecchio come un allarme. La sua mente, tuttavia, sospesa al di sopra di questa scena, si è fatta d’improvviso cristallina.”

Favazza nel 1996 definisce l’autolesionismo come ” la deliberata e diretta distruzione dei tessuti corporei senza consapevoli intenti suicidiari, che si realizza attraverso una lesione di entità tale da determinare seri danni tissutali”. Perchè si possa parlare di atteggiamento comportamentale e perciò di disturbo, occorre la ripetitività dell’evento autolesivo.2

foto 2In relazione alla entità del comportamento e degli effetti dello stesso si suole distinguere l’autolesionismo in:
AUTOLESIONISMO GRAVE ( molto raro ) che produce un danno irreversibile ad una parte del corpo ( autocastrazione, asportazione chirurgica, amputazione ) ;
AUTOLESIONISMO LEGGERO ( il più frequente ) che si manifesta con il tagliarsi ( cutting ), bruciarsi ( burning ), strapparsi i capelli, ecc. ecc. :
AUTOLESIONISMO LATENTE ( il più subdolo ) che si nasconde in determinate forme di dipendenza.
Ma cosa c’è dietro a questa pratica distruttiva che vede come protagonisti soprattutto, ma non solo, gli adolescenti?
Sicuramente il dolore e la solitudine. Quando ci si fa del male fisico, infatti, si distoglie l’attenzione dal dolore psicologico e si sostituisce a quest’ultimo quello fisico che fa meno paura e che si può controllare. Farsi male mette un freno alle emozioni quali la rabbia o l’odio, la sensazione di essere vuoti e buoni a niente,il sentirsi soli : la persona ha l’illusione di avere ripreso il controllo su se stessa, di avere scaricato la tensione e trovato un sollievo.Tutto il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza concreta, visibile. Le cicatrici sulla pelle ne sono l’estrinsecazione, la prova tangibile. Il corpo assume una valenza centrale, viene usato come strumento per comunicare i propri stati interni, per scaricare la propria rabbia e il proprio dolore. Nei momenti più difficili serve per sentirsi ancora vivi, per riprendere possesso di se stessi, per ridefinire i propri confini.

Nonostante la maggior parte di coloro che praticano atti ripetuti di autolesionismo tendano a nascondere i segni fisici ( vestiti coprenti, imbarazzo e vergogna, se scoperti ) gli stessi rappresentano un modo per mostrare agli altri che si sta veramente soffrendo.3

Gli autolesionisti infieriscono sul proprio corpo non solo fisicamente, ma anche con comportamenti anomali volti a soddisfare per eccesso o difetto bisogni fisiologici come il cibarsi. E’ opinione comune infatti inserire fra i comportamenti autolesionistici quelli attinenti alla sfera dei disturi alimentari. Nell’anoressia nervosa essi si estrinsecano nella riduzione della quantitò di cibo assunta, nella possibile presenza di condotte compensatorie ( induzione del vomito ), nella pratica di eccessiva attività sfoto 3portiva. Nella bulimia nervosa sono presenti nelle condotte compensatorie, nell’uso di diuretici e/o lassativi, nelle pratiche di digiuno a seguito di abbuffate e nell’esercizio fisico eccessivo.

Fra i disturbi della nutrizione il Pica Disorder ( Picacismo ) rappresenta una sublimazione della tendenza autolesionistica. Esso si concretizza nella persistente ingestione di una o
più sostanze non commestibili : vernice, intonaci, calce, sassi, sterco di animali, tessuto. Esso provoca serie complicazioni a livello medico generale, quali avvelenamenti, ostruzione e perforazione intestinale.

Il comportamento autolesionistico è un sintomo caratteristico di un raro disordine del metabolismo delle purine che và sotto il nome di Sindrome di Lesch-Nyhan. Esso esordisce intorno ai tre anni di età con la morsicatura delle dita e delle labbra. Successivamente sono presenti altri comportamenti autolesivi come lo sbattere con violenza un braccio, una gamba o la testa contro gli stipiti delle porte. Ed ancora, mettere i piedi sotto le ruote della carrozzina o le dita nei raggi delle ruote o in posti pericolosi, mordersi l’interno della guancia, toccare oggetti bollenti.

L’autolesionista non rappresenta mai un pericolo per la società perchè gli atti violenti sono rivolti esclusivamente verso di sè e mai nei confronti degli altri.

Fonti :
Murray P. (2010). Skippy muore. Isbn Edizioni
” Autolesionismo ” di Danila Pescina ( Dispense in Master in Scienze Criminologico Forensi – Un. La Sapienza – Roma )

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