Verità storica e verità processuale

verità storica di

Giuseppe Guarcini

E’ oramai verosimilmente conclamata la teoria che riconosce nel dibattimento l’agorà per l’accertamento della verità processuale mediante il contraddittorio delle parti.
E’ nel dibattimento che attraverso l’attenta analisi da parte dei consulenti degli indizi, la ricostruzione operata da testimoni, ci si adopera per giungere a quella che viene comunemente definita la verità processuale.
Affinché ciò si realizzi il legislatore si è premurato di assegnare ruoli ben precisi: il giudice con un ruolo super partes garanzia di un giusto processo, il Pubblico Ministero titolare dell’esercizio dell’azione penale ex art. 50 c.p.p. nonché degli operatori di Polizia Giudiziaria a cui è devoluto il compito di assicurare la fonti di prova. Si tratta in pratica di soggetti e parti processuali concretamente coinvolti nella raccolta degli indizi utili a ripercorrere ex post un dato evento storico .
Alla stessa stregua, il legale parte processuale a cui è stata devoluta la difesa, dovrà con la doverosa metodologia prodigarsi nella raccolta di quegli elementi che riterrà validi a sostenere la propria tesi e perciò confutare quella della pubblica accusa.
Spesso ci si domanda se si può sempre fare affidamento sulle ricostruzioni poste in essere attraverso le varie testimonianze rese da persone informate sui fatti e a fonti  indiziarie, come spesso accade nei nostri processi.
La memoria umana, è risaputo, non fotografa mai quanto realmente succede e raramente accade il contrario, il più delle volte è traviata da innumerevoli condizionamenti.
Inoltre si può mentire, essere influenzati da pregiudizi: in pratica esistono nella realtà un complesso di circostanze che possono a loro volta condurre ad una verità processuale totalmente disgiunta dalla verità storica.
La verità processuale non sempre può rivelarsi coincidente alla verità storica.
Ciò potrebbe far insorgere il rischio di giungere ad un miraggio di verità tale da non essere in grado di mostrare quanto realmente accaduto in un dato contesto storico d’interesse processuale.
Ho avuto modo di porre spesso l’attenzione su letture che in qualche modo affermano che la verità storica è irraggiungibile, le altre sono verità che si raggiungono lungo tutto lo svolgimento del processo. In tal senso Ferrajoli afferma che “la verità processuale deve essere, per forza approssimativa, l’idea contraria secondo la quale si possa giungere in ambito processuale ad una realtà assoluta e certa, viene definita come “un’ ingenuità epistemologica”.
Non possiamo certo arrivare a pensare che si possa fondare un dibattimento processuale ed il suo eventuale esito su teorie filosofiche, o magari su questo o quel teorema investigativo.Non si può certamente intraprendere un percorso processuale pensando di giungere ad una verità approssimativa. Si deve dunque tendere, secondo la mia opinione, all’obiettivo di ricostruire la verità storica e non cercare di adattare una verità al processo (verità processuale).
In questo attuale contesto storico la figura del difensore acquisisce un rilievo fondamentale e il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio ha dato un impulso decisivo alla concezione di parità tra accusa e difesa.
Infatti alla dialettica tra il pubblico ministero e giudice, con l’intervento della difesa in un ruolo marginale, è stata sostituita una dialettica tra accusa e difesa con parità di armi così come con quasi parità di poteri investigativi.
Quindi una figura quella del difensore non più statica, ma nutrita di quegli elementi normativi che la rendono dinamica elevando quindi il valore del contraddittorio processuale.
La prova contraria assume un fondamento di assoluto rilievo e qui, giova rammentare l’assunto: ”una difesa senza prova a discarico non sarebbe una difesa”.
Un’affermazione questa che va osservata almeno sotto due punti di vista: quello che ha previsto con nuove norme la possibilità da parte del difensore di svolgere attività investigative, e l’altro aspetto, non meno importante, il ruolo appunto del difensore che deve adoperarsi al fine di svolgere un’attività idonea a contrapporre la sua tesi difensiva a quella accusatoria dibattuta dal Pubblico Ministero.
Il modello accusatorio attuale può, se ben condotto, portare a quella che è la verità storica attraverso cui fondamentalmente si sostanzia la realtà degli accadimenti di un dato evento in un dato contesto storico o comunque porre in dubbio, o perché no, capovolgere la ricostruzione processuale posta in essere dalla Pubblica accusa.
Non si può in un contesto così importante scindere le verità, ciò vorrebbe voler dire continuare a corroborare processi del tutto indiziari, basati su supposizioni o fantasie prive di alcun fondamento con relative sentenze ai margini della credibilità, utili in qualche modo solo ad alimentare i dibattiti nei talk show televisivi, intrisi di una retorica inutile e di contorni fantascientifici.
E’ precipuo dunque l’interesse comune di impedire che i dibattimenti siano sorretti da un’errata concezione di verità, o meglio da una disgiunta concezione di verità (storica e processuale), altrimenti si rischia di costruire verità processuali che non fotografano i reali accadimenti attraverso cui realmente la vicenda giudiziale si è sviluppata.
Certo è indubbio che dall’ingranaggio probatorio processuale a volte possono sortire circostanze oggettive che non permettono di ricostruire fedelmente il fatto storico oggetto dell’imputazione (vds l’ultimo recente caso balzato alle cronache di Yara Gambirasio e la cd certezza scientifica del D.N.A), che già di per sé imprime un forte incipit alle indagini rischiando di offuscare ulteriori elementi soprattutto a favore dell’ indagato. Senza tralasciare la gogna mediatica o meglio la definirei inquisizione mediatica a cui è sottoposto un presunto colpevole, ribadisco presunto.
E’ una circostanza questa che però non giustifica affatto il rischio del delinearsi di verità artefatte, intrise da puri indizi in grado di assurgere a concreti elementi probatori.
Il pressapochismo deve lasciare quindi spazio all’accuratezza nella costruzione di un’analisi difensiva sorretta da elementi probatori raccolti con professionalità da parte del difensore e non solo, come spesso accade, mediante il controesame di dubbia vaghezza di testi che peraltro sono dell’accusa.
La verità a cui si deve tendere è una e tale deve restare anche quando deve essere ricostruita nel corso di un processo penale, non possono residuare dubbi o basare argomentazioni approssimative per la ricostruzione del fatto o inneggiare a irrealistiche verità processuali.
A sostegno di una tale teoria ci giunge la tesi della verità per corrispondenza, teoria peraltro condotta da Aristotele, san Tommaso, Kant, Tark, Popper i quali affermavano che: “è vero un enunciato che corrisponde ai fatti, alla realtà in quanto tale, un giudizio è vero quando corrisponde ai fenomeni.”
Dunque una verità che corrisponda in maniera esatta ai fatti e attraverso cui applicare in modo corretto la giustizia penale.
Affinché si possa giungere ad una giustizia esatta e non approssimativa come quella presumibilmente in grado di sfociare da una artefatta verità processuale, è dunque di rilevante importanza che gli elementi probatori si fondino su basi certe, privi di qualsiasi impurità indiziaria.
Il legale solo attraverso un contradditorio, argomentando, confutando, potrà trovarsi in grado di assumere il ruolo di agonista e allo stesso tempo antagonista e quando, il livello del dire e contraddire, raggiungerà il massimo valore esponenziale, solo in un simile contesto dibattimentale, può essere concepita una qualificata e circostanziata ricostruzione dei fatti.
Argomentare s’intende naturalmente l’esposizione o la discovery degli elementi probatori in grado di supportare la validità dell’accusa da parte del Pubblico Ministero, mentre da parte del difensore la capacità di contraddire rendendo inermi gli elementi probanti accusatori, mediante elementi e fonti di prova idonei a confutare e quindi dimostrare erronea e infondata la tesi proclamata dalla pubblica accusa.
Caratteristica del nuovo sistema è l’adozione del cosiddetto esame incrociato per la raccolta delle dichiarazioni rese dalle fonti di prova personale.
Ribadisco, non si può parlare di giustizia senza che questa sia sorretta da una verità e la cosiddetta verità processuale non può essere considerata il cardine su cui poggiare una giustizia giusta.
Tutto il processo consiste, come ho avuto modo di constatare nelle udienze in cui sono stato partecipe, nella trasposizione del passato al presente. Esso è volto a ricostruire, appunto nel presente eventuali riscontri giuridici di azioni commesse in passato e addebitate a soggetti in qualche modo identificati dagli inquirenti e ritenuti responsabili dell’evento lesivo del bene protetto dalla norma penale.
Il processo dunque deve creare in sè una situazione idonea a far sì che un giudice super partes sia posto nella condizione di interpretare il passato.
La ricerca della prova, anche da parte del legale in un contesto di indagine, acquisisce un’importanza ineludibile, attraverso le prove si raggiungono certezze e si dissolvono le ipotesi sempre confermate o confutate da elementi in grado di modificare lo stato di conoscenza che si ha all’inizio del processo producendo una serie di informazioni idonee a formare un convincimento, in poche parola la prova.
Gli elementi raccolti dal Pubblico ministero non devono essere considerati iure de iure, non sono verità assolute. Nel nostro tempo per un legale della difesa compiere un’attività di indagine significa confrontarsi con i vari settori del vivere quotidiano, è pertanto opportuno lasciare da parte l’onniscienza e fare uno sforzo sviluppando un’interazione tra esperti delle varie discipline.
Interagire assume in un tale contesto un’ importanza fondamentale così come è fondamentale convogliare in un’unica direzione le discipline delle scienze forensi:
– Investigativa;
– Analitica;
– Psicologica;
– Sociologica;
– Scientifico forense;
– Telematica.
Il difensore nonostante le novelle legislative, sempre nel ambito delle mie osservazioni da stagista, non si è rilevato prodigo nello svolgimento delle indagini difensive continuando quindi a porsi in una condizione di inferiorità nel contraddittorio nei confronti della pubblica accusa.
Capita di osservare in alcuni procedimenti legali della difesa che cercano di contraddire, senza avvalersi di esperti, perizie rese da professionisti di questo o quel settore attraverso contraddizioni che fatte senza cognizione di causa si dissolvono nel nulla e che spesso conducono ad aggravare la posizione del loro assistito.
Il mio auspicio è che in futuro sia in qualche maniera rivalutata la bontà delle novità introdotte dalle norme sulle indagini difensive che necessitano di una maggiore attenzione da parte di coloro che intraprenderanno la difesa di un soggetto, nonché di quegli approfondimenti utili a dissipare perplessità e creare, dunque, un sistema effettivo e concreto di giusto processo.
Il legale della difesa dei nostri giorni deve saper vestire i panni dell’investigatore, porsi in grado di acquisire anche la capacità di esaminare lo spazio di vita che ha interessato il delitto in cui il suo cliente è rimasto in qualche modo coinvolto, cercare di capire ricostruendone le fasi, le dinamiche, affinché si possa giungere ad una logica interpretazione consequenziale mediante la ricerca di fonti di prova utili quali possono essere: testimonianze, telecamere a circuito chiuso, varchi pedonali, rilievi, accertamenti tecnici ripetibili e non ecc..
E’ divenuto di vitale importanza, al fine di impostare una valida tesi difensiva e quindi rendersi validi antagonisti nel contraddittorio, analizzare lo spazio di vita palcoscenico della vicenda giudiziale cristallizzandone i fattori riconducibili all’epoca degli accadimenti del fatto delittuoso, poiché da essi potrebbero essere tratti elementi rilevanti e utili ad interpretare la fattispecie criminosa in esame.
Analizzare ed essere in qualche modo in grado di ricostruire il modus operandi, la personalità dell’indagato, il contesto sociale, nonché rinvenire indizi, può in qualche maniera differenziare e valorizzare l’attività del legale rendendola meno sterile.
In un tal contesto appare eloquente l’affermazione tratta dalla pubblicazione Avvocatura e Investigazione di V. Stefani che riporto integralmente: ”a seconda del metodo utilizzato, dalla capacità con cui sono state eseguite le operazioni di raccolta della prova si può arrivare ad una verità o chissà, magari a nessuna verità; forse quest’ultima ipotesi il legislatore ha voluto valutarla ed interpretarla attraverso il comma 2° dell’ art. 530 c.p.p. il quale recita:… il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste”.
Per far sì che ciò accada un buon difensore deve saper riconoscere i propri limiti e attraverso la collaborazione di professionisti abilitati nei vari settori interessati da un’indagine, creare un gruppo la cui unità d’intenti conduca al target fissato.

 

 

One thought on “Verità storica e verità processuale

  • 26 dicembre 2015 at 14:11
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    “Verità storica” e “verità processuale”, MA anche “Verità” (che come tale è una, ed una sola soltanto) e “verità giuridica”.

    Chi scrive è un professionista che si definisce Consulente Tecnico Forense, in quanto svolge la propria attività prevalentemente in questo campo, che tutti i giorni deve cercare di far collimare queste due “esigenze” al fine di rispondere, onestamente e compiutamente, ai quesiti posti dal Giudice.

    Esiste una Verità giuridica che deve essere stabilita in base ai codici di procedura, ad esempio in capo civile il C.T.U. non può assumere nessun elemento di prova proveniente dalle parti in quanto ormai “produzione tardiva” anche se questo gli consentirebbe di accertare la Verità: deve fornire al Giudice comunque una “Verità giuridica”, basata solo sulla documentazione agli atti o su le indagini compiute presso terzi, indipendentemente che questa coincida con la Verità o meno.

    Se si vuole che un C.T.U., o un Perito d’Ufficio, determino la” Verità” (quella oggettiva che è solo una) e far si che questa coincida con la “verità processuale”, dovrebbero esser poste delle modifiche ai Codici di procedura in modo da concedergli “completa mano libera, discrezionalità, nelle indagini”, svincolarlo, quindi, da tutti i limiti oggi posti dai codici di procedura (ad eccenzion fatta, ovviamente, per quello di garantire il contraddittorio) … vedreste da subito i risultati!

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