IL REATO DI FURTO

cassazione 1Molto spesso si è soliti avvicinare il termine criminologia ad eventi criminosi di una certa entità quali ad esempio: omicidi, rapine, sequestri di persona ecc.

Perdendo ahimè, il contatto con un altro contesto criminologico che investe una parte di sociale diverso e che rappresenta il nostro vivere quotidiano.

IL REATO DI FURTO

Nonostante l’orrore che manifestiamo di fronte a reati di grave entità come quelli citati in precedenza, solitamente sono i reati cosiddetti di minore entità che turbano il vivere sociale di ciascuno di noi poiché essi lambiscono gli ambiti del nostro vivere e delle persone a noi care, tra questi uno in particolare: il furto.

Chi di noi non si è ai confrontato con un reato come il furto: magari perché l’ha subito o perché le circostanza lo hanno reso testimone della sua perpetrazione.

Non voglio in questo contesto proporvi un’analisi sociologica della questione, mi preme però esprimere in merito un breve pensiero.

Molto spesso a mio modesto avviso, ci sé è nascosti dietro al banale luogo comune: “il furto, soprattutto quello di tenue entità, è il reato dei poveri” pensando quindi di contestualizzare il fenomeno solo in determinati ambiti.

Ciò viene sottolineato dalla teoria della predominanza del campo di cui Kurt Lewin ne fu il promotore, in pratica tratta della ricerca del nesso esistente fra un dato comportamento e il contesto ambientale in cui esso si verifica.

Lungi dal me da contestare tale teoria, ma è palese, evidente la recrudescenza del fenomeno ed il suo manifestarsi in contesti sociali differenti, tanto che sorge spontaneo chiedersi se in qualche maniera debba essere rivisto il fattore “ambiente” oramai talmente generalizzato da renderne difficile l’individuazione.

Si rischia, a mio avviso, di rendere il fenomeno incontrollabile non facile da localizzare oltreché difficile da arginare.

Di seguito propongo la lettura di una mia analisi al riguardo di una annosa questione riguardante la configurazione di una o dell’altra fattispecie, nel nostro caso furto e tentato furto, in merito alla quale la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in Sezione Unite.

Per i non addetti la questione potrà apparire di difficile interpretazione, ma avrete modo di notare i diversi e contrapposti indirizzi giurisprudenziali che hanno caratterizzato la fattispecie nel corso del tempo e capirete, quanto altrettanto difficile è stato per gli addetti ai lavori giungere ad una definitiva interpretazione.

Due giovani dopo aver privato gli oggetti prelevati dagli scaffali di un supermercato delle apposite placche antitaccheggio, li nascondevano all’interno dei giubbotti che indossavano. Una volta alla cassa pagavano solo un pacchetto di biscotti.

Notati dalla vigilanza però i due venivano bloccati e gli oggetti prelevati dagli scaffali e non pagati recuperati.

Analisi della vicenda:

La corretta valutazione della condotta lesiva della norma giuridica, posta in essere dagli autori del fatto reato, richiede una preventiva disamina della fattispecie delittuosa che in essa si concretizza e che potrebbe racchiudere in sé gli elementi idonei alla configurazione del reato di furto in concorso, con l’aggravante del mezzo fraudolento, ex artt 110 624 -625 c.p..

Alla luce di quanto già in precedenza accennato, dalla condotta rilevata, posta in essere da tizio e caio, possono essere rinvenuti gli elementi soggettivi e oggettivi idonei a configurare il reato di furto con l’aggravante del mezzo fraudolento e la violenza sulle cose.

Chiarito ciò, vanno ora indagati ulteriori profili rilevabili ed attinenti all’esame, nonché all’esatta qualificazione della condotta posta in essere con sottrazione di mercanzia esposta dagli scaffali, ovverossia, dopo il superamento della cassa oltreché all’applicabilità o meno dell’aggravante di cui all’art.625 c.2 c.p.(violenza sulle cose o uso del mezzo fraudolento).

Nell’ analisi logico giuridica della fattispecie, l’elemento oggettivo attiene alla condotta dalla quale scaturisce l’evento lesivo della norma giuridica che nel furto consiste appunto nella sottrazione della cosa mobile a chi la detiene, nell’impossessamento indebito e nel conseguente e susseguente instaurarsi di un potere di signoria sullo stesso bene in grado di far si che l’agente ne disponga autonomamente, al di fuori della sfera di sorveglianza della vittima.

La suddetta analisi, che riguarda l’individuazione del momento consumativo, ha sinora registrato diversi contrasti di carattere giurisprudenziali.

La Suprema Corte di Cassazione ribadiva in merito alla questione l’orientamento, secondo il quale, non si configura la condotta criminosa qualora, il cliente dopo aver prelevato la merce dagli scaffali in cui era esposta non la mantenga in vista sino alla cassa.

Siffatta interpretazione, pertanto, colloca il momento consumativo in cui si manifesta la condotta criminosa attraverso il possesso illegittimo della cosa, nel momento in cui l’oggetto prelevato dagli scaffali non viene mostrato alla cassa e quindi, non paga il prezzo, indipendentemente dall’attività di controllo svolta dal personale preposto alla vigilanza ( C. Cass. sez. V 9 maggio n.23020).

I giudici di legittimità sempre al riguardo della fattispecie in esame, con ulteriori pronunce (C. Cass. sez V nr.25555 e nr.30283 del 3003.2012) pur mantenendo, la medesima linea interpretativa, individuavano una diversa collocazione del momento consumativo del reato, facendo particolare riferimento all’apprensione delle cosa dagli scaffali ed al suo occultamento nelle tasche, nella borsa o altrove, in maniera da eludere il pagamento dei prodotti al passaggio nella cassa.

Condotta considerata racchiudere in sé gli elementi costitutivi del reato di furto (elemento psicologico e impossessamento).

Una diversa posizione interpretativa si è fatta largo tra i giudici della S.C. i quali, in alcune pronunce, tra cui la più recente (Sez. V del 28 gennaio 20101 n.11592), hanno prediletto il connotato di “effettività” individuando, peraltro, il momento consumativo del reato di furto in quello dell’impossessamento rispetto al semplice momento sottrattivo.

In pratica è stata fatta dai giudici della Suprema Corte la distinzione tra due ipotesi, quella concernente la contemporaneità del prelevamento della cosa e lo spossessamento, e quella in cui il momento della sottrazione del bene dal detentore non si accompagna allo spossessamento inteso come termine di vigilanza e controllo diretto sulla cosa.

In tal caso dunque, i giudici di merito potrebbero inquadrare la questione in esame, nell’alveo della fattispecie delittuosa concernente il reato di tentato furto in concorso.

Per ciò che concerne l’applicabilità o meno dell’aggravante di cui al comma 2° del’art.625 cp, non sembrano evidenziarsi dubbi circa l’applicabilità della circostanza aggravante in argomento, poiché la merce nel momento in cui è stata prelevata dagli scaffali era dotata di particolare difese antifurto (placche antitaccheggio), tali da rendere necessarie al fine di sottrarle mezzi violenti e fraudolenti ( Cass. Pen. SS.UU. sent. n. 40354 del 2013).

Alla luce di quanto sopra esposto, se il giudice di prime cure si atterrà al primo criterio giurisprudenziale tizio e caio saranno imputati del reato di cui agli artt.110 C.P. 624 C.P. e 625 co.2° C.P: reato di furto in concorso con l’aggravante della violenza sulle cose e il mezzo fraudolento.

Mentre se il giudice di merito di primo grado reputerà di seguire la linea fornita nell’ ulteriore criterio interpretativo esposto dalla S.C. tizio e caio saranno invece imputati dei reati di cui agli artt. 110 c.p. 56 c.p.624 -625 c.2°: reato di furto tentato in concorso con l’aggravante della violenza sulle cose e il mezzo fraudolento.

La questione però, visti i numerosi contrasti giurisprudenziali sorti, è stata sottoposta a quesito alle Sezioni Unite della Corte Suprema di cassazione che da quando si apprende dall’ ufficio novità del Palazzaccio si sia espressa ricomprendendo la fattispecie nell’ alveo del tentato furto.

Se ne sconoscono le motivazioni poiché ancora in fase di deposito.

Avrete certamente notato come da una vicenda giudiziaria, apparentemente semplice, possano insorgere questioni di diversa interpretazione giuridica.

Un ultimo cenno va fatto alle condizioni di procedibilità.

Occorre tenere conto che, nel caso si configuri il reato nella previsione di cui all’art. 624 c.p., il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Qualora invece s’instaurino gli elementi per cui applicare le circostanze ex art.61 nr 7 c.p e 625.cp. la procedibilità sarà determinata d’ufficio nel merito.

Concludo riportando il principio di diritto emesso dalla Suprema Corte di Cassazione inerente all’uso del mezzo fraudolento ed alla sua applicabilità quale circostanza aggravante:

” L’aggravante dell’uso fraudolento di cui all’art. 625, comma 1° nr.2. c.p. delinea una condotta, posta in essere dell’iter criminoso, dotata di marcata efficienza offensiva e caratterizzata da insidiosità, astuzia, scaltrezza; volta a sorprendere la contraria volontà del detentore ed a vanificare le difese che questi ha apprestato a difesa della cosa. Tale insidiosa rimarca efficienza offensiva non si configura nel mero occultamento sulla persona o nella borsa di merce esposta in un esercizio di vendita a self service, trattandosi di banale, ordinario accorgimento che non vulnera in modo apprezzabile le difese apprestate a difesa del bene”.

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