Catherine Skerl – Cronache di Un Mistero durato Trent’anni

Cold Case

 

di Giuseppe Guarcini

 

6 luglio 1983 – 03 agosto 1984

Giugliano Maurizio

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As Crim, da qualche tempo si sta occupando di alcune ricerche criminologiche/criminalistiche, sia attraverso lo studio e l’analisi delle attività cronachistiche sia attraverso il contenuto degli atti giudiziari dell’epoca.
La ricerca ha avuto ad oggetto una serie di omicidi verificatisi tra il mese di luglio 1983 e il mese di agosto del 1984 a Roma e nel suo hinterland. Uno di questi non lontano da Roma, esattamente nella nota cittadina Balneare di Sabaudia in provincia di Latina, l’altro a Punta Sabbioni (Venezia) ,ma come avrete modo di leggere  entrambi in un certo qual modo collegati con la capitale.
L’input di una tale analisi criminologica/criminalistica nasce durante l’analisi della tristemente nota vicenda che ha riguardato Catherine Skerl, la giovane diciassettenne, trovata morta nelle campagne di Grottaferrata (RM) brutalmente strangolata.
Un omicidio sinora rimasto avvolto dal più fitto mistero.
Ho scelto di ripercorrere le ricerche inerenti alla vicenda di Cathy decidendo  di non prendere inizialmente visione degli atti concernenti le indagini compiute all’epoca, riproponendomi invece di riascoltare le persone, cercando di ricostruire l’intera vicenda, scevro da eventuali contaminazioni. In pratica, iniziando ex novo l’indagine.

Catherine Skerl
Catherine Skerl

Dalle rinnovate e attente analisi e i  relativi riscontri effettuati, si sono aperti nuovi ed interessanti scenari, nomi nuovi sono emersi sull’intera vicenda della morte di Cathy che potrebbero rilevarsi in grado di diradare la fitta nebbia che per più di trent’anni ha avvolto l’ inquietante mistero della sua morte.
Scenari che potrebbero addirittura rivelarsi utili per convincere gli organi competenti a riprendere e ripercorrere  le indagini all’epoca compiute, passatemi il gioco di parole, in maniera incompiuta.
Però per sapere dovrete avere pazienza, quella stessa pazienza certosina che ha un investigatore quando compie questo tipo di indagine, quando accetta tempi morti, i silenzi, quando sembra non esserci più nessuno in grado o che abbia realmente voglia aiutarti a rendere giustizia.
E’ come camminare in piena solitudine in un deserto, si va avanti con coraggio sperando in un’oasi in cui rifocillarsi e trovare la forza continuare, per fortuna c’è ancora chi ha il coraggio di andare avanti nostante l’aridità e la rarità delle oasi.
Non vi mancherà la storia di Cathy, densa di un’attenta analisi e ricca di novità, prima però è opportuno farvi prima conoscere il resto della storia, di tutto ciò che avvenne in quel tragico anno compreso tra il luglio del 1983 e l’agosto del 1984.
Non occorre essere esperti di criminologia per seguire le vicende narrate tantomeno ricorrere al coraggio…. basta volerlo.
Tra le tante vicende emergerà spesso la figura di un personaggio, si tratta di Giugliano Maurizio conosciuto come il lupo dell’Agro romano ma sicuramente ancor di piò noto per essere – considerato- uno dei più famosi serial Killer italiani e come se non bastasse il suo nome lo si rinviene anche nell’ An Encyclopedia of Modern Serial Killers http://murderpedia.org/male.G/g/giugliano-maurizio.htm
Accusato di ben sette omicidi, condannato solo per due di loro, con perizie psichiatriche che, nonostante redatte a breve distanza di tempo una dall’altra si rivelarono spesso contrastanti tra loro, tanto da fargli riuscire perfino ad eludere i processi perché dichiarato incapace di intendere e di volere.
Le prove a suo carico quasi del tutto inesistenti, spesso reo confesso di reati che non aveva commesso ma che di cui si divertiva ad assumersene la paternità. Le perizie redatte a suo tempo rilevarono nello psichismo del Giugliano un’apprezzabile predisposizione alla rielaborazione delirante del passato e in un altro caso, un disturbo istrionico di personalità. Non c’è che dire sicuramente un personaggio interessate, alla sistematica ricerca di attirare l’attenzione su di lui.

Tea Stroppa 6 luglio 1983

Tea Stroppa
Tea Stroppa

Siamo a Roma, in via Flaminia Vecchia, angolo via Due ponti, la zona all’epoca era nota per essere frequentata da prostitute sia durante il giorno sia di notte.
Adolfo e Filiberto, due muratori della zona, come di consueto si stavano dirigendo verso loro cantiere quando notarono riverso a terra, il corpo di una donna priva di vita.
Informarono subito la polizia che poco dopo, intervenuta sul posto identificò il cadavere.
Si trattava di Tea Stroppa già nota alle forze dell’ordine per essere dedita alla prostituzione.
Tea aveva cinquanta anni, sul “posto di lavoro” si faceva chiamare Tiziana, abitava a Fregene in via Porte Venere, madre di due figli uno di 11 l’altro di 17 anni.
Tutti i giorni fino alle 21:00 si dedicava ai suoi due figli poi  a bordo della sua autovettura una Renault 5 di colore azzurro metallizzato da Fregene si recava in via Due ponti a fare ” il mestiere”.
Alle persone che la conoscevano era solita raccontare che la sera si assentava perché si prestava ad accudire una persona anziana durante l’intero l’arco della nottata, ma un pò tutti a Fregene sapevano che faceva “la vita”.
 Il verbale d’ispezione sui luoghi, rivelò che il corpo della donna fu trovato disteso supino, il vestito che indossava le era stato tirato su fino al seno, gli altri indumenti erano sparsi in maniera disordinata intorno al cadavere.
Il volto appariva completamente tumefatto, vicino alla testa una pietra sporca di sangue, a prima vista agli inquirenti sembrò verosimilmente trattarsi dell’arma del delitto.
Il medico legale Prof. Scocca dai primi accertamenti rilevò che la donna era stata prima picchiata con ripetuti pugni al viso e infine colpita in testa con una pietra, il medico legale però mostrò dei dubbi su un foro vicino l’orecchio della vittima le cui particolarità facevano pensare ad un foro provocato da un proiettile.
La successiva autopsia disposta dall’Autorità Giudiziaria chiarirà ogni dubbio in merito poiché all’interno della scatola cranica della donna fu rinvenuta l’ogiva di un proiettile.
La morte doveva essere fatta risalire almeno 5-6 ore prima del rinvenimento del cadavere quindi all’incirca verso le due del mattino. Un transessuale raccontò alla polizia di averla vista passeggiare in via Due Ponti alle 21.30.

Il ritrovamento del cadavere di Tea Stroppa
Il ritrovamento del cadavere di Tea Stroppa

Nessuno fu in grado di riferire  ulteriori elementi utili a fornire un quadro maggiormente dettagliato alle indagini, nessuno vide il probabile assassino o fu in grado di ricordare o riconoscere eventuali “clienti” che avevano avuto rapporti con Tea quella sera.
Prima i pugni al viso, poi colpita con una pietra sulla testa ed infine un colpo di pistola, l’omicida si era accanito piuttosto selvaggiamente, restava da capire se l’assassino si fosse accanito su Tea come donna o su Tea come prostituta.
Un assassinio mostrò in se un grado di elevata malvagità: prima l’accanimento con i colpi sul viso della donna, poi la pietra sulla testa e il colpo di pistola, quasi a voler sottolineare il fino unico del suo aguzzino, il desiderio unico, quello di uccidere, di porre fine a tutti costi alla vita di Tea Stroppa.
Dell’ omicidio di Tea verrà accusato Giugliano Maurizio si proprio lui il serial Killer, gli elementi a suo carico?
Si trattò di alcune dichiarazioni rilasciate durante la fase istruttoria prima al pubblico Ministero poi al Giudice poi al Giudice Istruttore dalle donne vicine al Giugliano, La madre, la convivente e la madre di quest’ultima.
Il processo terminò con un nulla di fatto perché Giugliano fu dichiarato incapace di intendere e di volere.
Nella prossima storia capirete certamente meglio l’essenza delle testimonianze delle donne, su cui peraltro si basò il processo della prossima vicenda.

Rosa Lucia 15 luglio 1983

A seguito dell’ordinanza di rinvio a giudizio datata 30.01.1989 Giugliano Maurizio veniva rinviato a giudizio perché ritenuto responsabile:
a) del reato di cui agli artt.575,577 n.4, 61 n.1 C.P. perché per motivi abietti, volontariamente cagionava la morte di Rosa Lucia, strangolandola;
b) del reato di cui all’art.410 cpv. C.P. perché commetteva atti di vilipendio sopra il cadavere di Rosa Lucia, deturpandole il volto;
c) del reato di cui all’art.628 C.P. perché, al fine di procurarsi un ingiusto profitto, si impossessava di una imprecisata somma di denaro, che sottraeva a Rosa Lucia, mediante violenza.

Questi erano i capi di imputazione citati nella sentenza emessa dalla Corte di assise di Appello di Roma il 27 novembre 1989 a carico di Giugliano Maurizio.

La vittima.

Lucia Rosa. la vittima
Lucia Rosa. la vittima

Si chiamava Lucia Rosa, ma in quel tratto della via Pontina vecchia, al Km 18,100 dove da oramai due anni faceva il “mestiere”, da tutti nella zona era conosciuta con il nome di Margherita.
Era nata a Melilli un piccolo paesino in provincia di Siracusa, da quasi quattro anni si era trasferita Roma dove abitava in un appartamento di via Quintili dove pare fosse stata sfrattata e all’epoca della morte occupava abusivamente un appartamento a Pomezia. Lucia era nota alle forze dell’ordine perché tossicodipendente e appunto dedita alla prostituzione.
Erano le 17.30 del 15.07.1983 quando in località Tor de Cenci (RM) nei pressi della Via pontina ai confini con la tenuta di Castel Porziano, il cadavere fu trovato da un giovane che percorreva quel tratto di strada a bordo della sua moto.
La donna  era stata completamente denudata, aveva il viso e parte del corpo ricoperto da alcuni blocchetti di tufo e una maglietta stretta intorno al collo.

Le indagini.

Le indagini condotte dal reparto Operativo di Carabinieri di Roma inizialmente non sortirono risultati apprezzabili. Seppur condotte con solerzia, si limitarono a ricostruire la modalità con cui il macabro omicidio fu portato a compimento.
Sorge spontaneo chiedersi: come fecero allora  gli investigatori dell’epoca a ricollegare l’omicidio di Lucia Rosa a Giugliano Maurizio?
Furono gli elementi raccolti dagli uomini della Squadra mobile di Roma che condussero all’imputazione di Giugliano Maurizio dell’omicidio di Rosa Lucia raccogliendo alcuni elementi testimoniali che porteranno poi all’imputazione di Giugliano Maurizio  tra questi:
– l’autoconfessione del Giugliano resa al Giudice Istruttore il 02.03.1988;
– le testimonianze rese dalla madre di Giugliano, la convivenete e la madre di quest’ultima;
– la confidenza fatta dal Giugliano a Agostino suo compagno di cella a Rebibbia.

CRONACA DI UNA CONFESSIONE

La confessione di Giugliano

Gugliano Maruzio in una foto dell'epoca
Gugliano Maruzio in una foto dell’epoca

Giugliano Maurizio in un primo momento, durante l’allora fase istruttoria confessò di essere lui l’assassino della prostituta.
Poi, dandosi del pazzo il 14 aprile del 1984 nel corso di un interrogatorio dinanzi al Giudice istruttore si proclamò del tutto estraneo ai fatti che gli furono imputati.
In un successivo interrogatorio, il 02 marzo 1988 invece decise di rendersi collaborativo con la magistratura, accusandosi dell’omicidio di Lucia Rosa.
Durante il dibattimento quindi l’anno successivo in aula affermò di non essere lui l’autore dell’omicidio e di aver fatto quella confessione solo perché pazzo, ribadendo più volte la sua innocenza.
I giudici della Corte di Assise si imposero dunque una priorità assoluta testualmente riportata sulla sentenza: “ Si impone, così come tema centrale del processo la considerazione degli elementi che consentano di formulare un giudizio di corrispondenza delle dichiarazioni accusatorie del Giugliano al complesso delle risultanze acquisite”.

Ma Giugliano cosa raccontò ai magistrati dell’epoca? Era il 2 marzo del 1988, in occasione del suo interrogatorio da parte dell’allora Giudice Istruttore, Giugliano racconta che la mattina dell’ omicidio era uscito da casa , recatosi sulla pontina, all’incirca verso le ore 10.30 fece salire a bordo della sua auto una prostituta con cui si era appartato e aveva convinto la donna a restare un po’  più in macchina con lui.
Resosi conto che un’autovettura posteggiata affianco la sua stava andando via capì che era il momento giusto per compiere l’omicidio, Giugliano così riferì testualmente al Giudice Istruttore:
Allontanatasi la predetta vettura, strinsi le mie mani intorno al collo della donna fino a strangolarla. Le fuoriuscì dal naso del sangue, se ne imbrattò le mani e mi sporcò il tettuccio dell’autovettura: gesticolava violentemente nel tentativo di svincolarsi dalla mia stretta. Mi graffiò anche il viso. Ma fu tutto inutile alla fine smise di respirare. Morì in breve tempo, massimo un minuto. Dopo ciò la presi in braccio – pesava pochissimo – e la deposi anzi la buttai vicino ad un cespuglio. Poi per sfregio presi un sasso e le schiacciai il viso.
Alla fine per depistare le indagini, presi il golfino che lei si era tolto prima, dorante l’amplesso in macchina e glielo strinsi strettamente al collo. Volevo che si pensasse che ad uccidere la donna fosse stata una persona debole (io sono alto e robusto). Presi la borsa dellla prostituta svuotandola e appropriandomi del denaro. Nella borsa vi erano vari tubetti ed altri oggetti lasciati che lasciai per terra.
Voglio aggiungere che Rosa, allora la mia fidanzata, mi aiutò a lavare la mia autovettura con detersivo di casa VIM, autovettura imbrattata, come ho detto sopra di sangue.”
Il racconto di Giugliano letto così a prima vista si presenta determinato e dettagliato nei particolari, ma in seguito avremo modo di verificare che le cose non stanno proprio cosi, saranno  molte le lacune che emergeranno dal racconto, così come numerosi saranno gli elementi non coincideranno con la realtà rilevata dai fatti.

Le confidenze delle donne.
Siamo nel 1984, quando “in sede di p.g”, (così scrivono i giudici dell’Assise senza specificare la sede), Maria, Rosa e Angelina, rispettivamente madre di Giugliano, convivente e la madre della convivente, raccontano alcuni particolari della vita di Giugliano agli inquirenti.
La prima è Maria, la madre che all’epoca raccontò di essersi recata nel luglio del 1984 a trovare il figlio e  che questi  era con Rosa.
In quell’occasione, la donna asserì di averlo sentito affermare di essere stato lui il responsabile della morte di una delle prostitute di cui si occupava la cronaca, poi però  vista la madre angosciata da quelle parole, Giugliano  le disse che stava scherzando. Anche la convivente, Rosa, affermò che più o meno nello stesso periodo senti Giugliano dire di aver ucciso la prostituta citata dal quotidiano “Il Messaggero”.
La madre di Rosa, Angelina, dal canto suo dichiarò invece di aver sentito il Giugliano affermare di aver ucciso due prostitute e di aver udito tali affermazioni per ben due volte, collocando i fatti nel mese di luglio 1984.
Le dichiarazioni delle tre donne saranno riportate nel rapporto stilato il 5 febbraio 1984 dagli uomini della Squadra mobile di Roma.
Le donne furono riascoltate anche in dibattimento nell’udienza del 14 novembre 1989, nella circostanza non emersero elementi utili sia a colmare i vuoti lasciati dalle prime dichiarazioni rese in sede di p.g, tantomeno elementi utili a ricollegare Giugliano con l’omicidio di Rosa Lucia.

Le confidenze fatte al compagno di cella.

Giugliano in quell’ epoca si trovava recluso presso il carcere di Rebibbia a Roma.
Panetta Agostino esattamente il 24.11.1987 dinanzi al Pubblico Ministero dell’epoca, dichiarò di aver appreso dal Giugliano insieme al quale stava scontando la detenzione da circa un anno, che questi aveva ucciso varie donne tra le quali Lucia Rosa sulla strada Pontina il Panetta riferì testualmente: “mi sembra che mi precisò che la Rosa indossava un vestito rosso e mi precisò che dopo averla uccisa egli la prese per la testa e la conficcò su degli spuntoni di legno che emergevano dal terreno”.

I riscontri tratti dalle dichiarazioni di Panetta.
“Mi sembra che mi precisò che la Rosa indossava un vestito rosso e mi precisò che dopo averla uccisa egli la prese per la testa e al conficcò su degli spuntoni di legno che emergevano dal terreno”.
Le persone, che come vedremo in seguito furono sentite dagli inquirenti dichiararono di aver visto la vittima quella mattina indossare una tutina di colore verde. Tesi peraltro confermata anche nel verbale di sopralluogo redatto dai Carabinieri, in cui viene indicato il corpo della donna riverso a terra, nuda con  affianco alcuni indumenti, tra i quali appunto una tutina di colore verde.
Per quanto riguarda poi le cause della morte anche queste furono definite dal medico legale dell’epoca il dott. Arcudi e tra queste come avremo modo di costatare tra poco non emerge traccia di spuntoni conficcati nella testa della povera donna.

I riscontri tratti dalle dichiarazioni delle tre donne.

Giugliano fu ricollegato all’omicidio della povera donna non da esiti scaturiti da indagini di polizia giudiziaria svolte all’epoca dagli inquirenti, ma dalle dichiarazioni rese spontaneamente da tre donne, molto vicine a Giugliano: La madre, la convivente e la madre di quest’ultima.
Le tre donne narrarono di aver sentito il Giugliano attribuirsi la paternità dell’omicidio della prostituta, ma non furono in grado di fornire elementi di fatto concreti.
In merito al sangue che Giugliano dichiarò aver ripulito dall’interno della sua auto con l’aiuto di Lucia Rosa, la sua convivente, ebbene Rosa non fu in grado in grado di collocare cronologicamente quell’episodio anzi comunque affermò che non si sarebbe verificato in epoca prossima all’omicidio della donna.
Peraltro nella sua ritrattazione il Giugliano riferì trattarsi del sangue di un montone ucciso poco prima (non dimentichiamo che Giugliano Maurizio era dedito alla pastorizia).
La convivente non ebbe modo di vedere quelle macchie all’interno dell’auto, fu comunque certa che Giugliano solo giorni dopo esternò quelle affermazioni in cui asseriva di essere lui l’assassino della prostituta a cui la cronaca del momento faceva riferimento. La stessa riferì inoltre  di non aver mai notato sul viso del convivente i segni lasciati da graffi.

I riscontri tratti dalla confessione di Giugliano.

luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere di Lucia Rosa
luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere di Lucia Rosa

Si tratta di quelli oggettivi, derivanti cioè da quelle che i giudici considerarono le circostanze più propriamente attinenti all’esecuzione della condotta omicidiaria,  definiti attraverso i rilievi eseguiti dalla polizia giudiziaria.
I giudici dell’epoca evidenziarono, in particolare, alcuni elementi di riscontro, vediamo in primis quelli che chiaramente emergono da alcuni tratti della confessione resa dal Giugliano al Giudice Istruttore:
– “le fuoriuscì del sangue dal naso, se ne imbrattò le mani”. Il perito medico legale, come si evince dal verbale redatto nella circostanza dell’ ispezione cadaverica, non rilevò tracce ematiche sulle mani della vittima;
– “presi un sasso e le schiacciai il viso. La vittima, come emerge anche in questo caso  dal verbale di sopralluogo redatto dalla P.G. intervenuta sul posto, era coperta da quattro blocchetti di tufo, disposti: due sul volto e due sull’addome;
– Il collo della vittima fu trovato avvolto da una maglietta e non un golfino così come dichiarò il Giugliano nella sua confessione;
– Giugliano affermò inoltre di aver svuotato la borsa della donna per simulare un furto e che dal suo interno erano caduti vari tubetti. Sempre dal verbale di sopralluogo si rileva invece, la presenza di un tubetto di crema.
– “e la deposi, anzi la buttai vicino ad un cespuglio”. Ulteriori accertamenti svolti dal medico legale fecero emerge elementi contrastanti con questa dichiarazione resa da Giugliano. Lucia Rosa pesava circa 41 chilogrammi il dottor Arcudi anche in sede di dibattimento preciso che: “le lesioni rilevate sul corpo della vittima sono compatibili con il trascinamento”.
Torniamo ancora alla relazione peritale redatta dal dott. G. Arcudi, in cui pone particolarmente in evidenza le cause della morte e testualmente scrive:
la morte è ricollegabile ad un caratteristico quadro lesivo localizzato alle pareti del collo, che indica chiaramente l’azione su di esse di un laccio che aveva prodotto una specie di solco ad andamento trasversale e pressoché continuo la cui ampiezza in altezza e superficialità riconduceva ad un mezzo piuttosto soffice”.
In sede di dibattimento il dott. Arcudi affermò con assoluta certezza di non aver rilevato sul collo della vittima alcuna traccia inerente alla meccanica manuale, la lesività ecchimotica rilevata nella regione era stata invero, provocata, come appunto emergeva dalla sua estensione ad ampia fascia, con un indumento tipo quello trovato sul collo della vittima.
In pratica la sola testimonianza del medico legale è servita a far emergere la buona dose di fantasia manifestata da Giugliano nel raccontarsi autore dell’omicidio di Lucia Rosa.
Il Dott. Arcudi nella sua deposizione fu in grado di fare emergere ancora altri particolari che si rivelarono idonei a contrastare quanto raccontato da Giugliano.
Un particolare importante riguardò la collocazione temporale della morte di Lucia Rosa. Egli dichiarò di essere stato convocato per  eseguire l’ispezione cadaverica alle ore 19.40 del 15.07.1983 e nella sua relazione, precisò che la morte della donna poteva essere fatta risalire a 24-36 ore prima del rinvenimento del suo corpo,  affermando che, con ogni probabilità,non fossero trascorse più di 24 ore. La donna dunque è stata uccisa  il 14 luglio del 1983.

14 luglio 1983.
Quanto affermato dal dott. Arcudi risulterà evidentemente verosimile. Gli inquirenti all’epoca cercarono di ricostruire come visse il suo ultimo giorno Lucia Rosa vediamo cosa emerse dalle indagini.
La donna fu accompagnata sulla via Pontina da Salvatore il suo convivente.
Tra le 10 e le 11 fu vista nella stessa zona in cui poi fu trovata cadavere da Gabriella e Rocca che potremmo definire due “colleghe” di lavoro, poco più tardi fu vista  da Stacchi luigi Valentino, il suo “protettore”.
Ma Lucia non fu notata solo durante l’arco della mattinata. Giuseppina Saracini, la vide passare davanti alla sua trattoria verso le 16.00 circa mentre si dirigeva verso la vicina tabaccheria.
Chiara e Giuseppe, i gestori del Bar tabaccheria, avvalorando la testimonianza di Giuseppina riferirono di aver visto Lucia Rosa dalle 16.30 alle 17.00 mangiare qualcosa in compagnia di un uomo che descrissero essere molto robusto con numerosi e vistosi tatuaggi sulle braccia.
E’ da quel momento che di Lucia si perdono le tracce, sono le 17.30 del 14 luglio 1984.
Appare del tutto inverosimile quando Giugliano racconta di aver invitato la prostituta nella sua auto alle 10.30 circa, sono tanti i testimoni ad avere visto Lucia ancora in vita almeno fino alle 17.00 circa del 14 luglio 1983.

Il tatutato

Chi è l’uomo tatuato sulle braccia che il 14 luglio 1984 nel bar Tabacchi di Chiara e Giuseppe consumò un pasto con Rosa Lucia?
Potrebbe essersi trattato di Giugliano Maurizio?
Probabilmente la stessa domanda se lo chiesero anche i giudici dell’epoca. Infatti in fase dibattimentale fecero eseguire una ricognizione di persona sia dalla proprietaria della trattoria che dai gestori del bar-tabaccheria in cui Lucia Rosa consumò il suo pasto, nessuno riconobbe nel Giugliano la persona che quel pomeriggio del 14 luglio 1983 consumò un pasto con Lucia Rosa.
Ma allora chi era l’uomo con i tatuaggi sulle braccia?

L’esito del Processo.

Vi riporto integralmente a quanto scrissero i giudici della Corte Di assisi di Appello di Roma  nella sentenza del 27.settembre 1989:

“.… tanto rilevato è comunque il caso di considerare da ultimo quale possa essere la spiegazione del comportamento confessori dell’imputato. Le varie conclusioni che sul suo stato di mente sono state raggiunte a seguito di accertamenti peritali di ordine psichiatrico disposti nel corso di tre distinti procedimenti sono radicalmente divergenti ancorché si riferiscono a fatti avvenuti  nell’arco di tempo di circa un mese tra luglio ed agosto  1983: per l’ omicidio di Tea Stroppa (05.07.1983) la dr. B.M.Arioni ha ravvisato il vizio totale di mente, per quello di Rosa Lucia il dr.B.M. Arioni ha affermato l’inesistenza di elementi cui ancorare l’incapacità totale o parziale d’intendere e di volere, per quello di Giuliana Meschi (che vedremo in seguito) il dr. C.A. Ronco ha ritenuto  un’imputabilità grandemente scemata. Pienamente converegenti sono  comunque le valutazioni dei due periti che più di recente (nel 1988) hanno esaminato  il Giugliano, così potendo apprezzare proprio le condizioni in cui è maturata la confessione per il delitto per cui è processo. Sia il dr. Roberti che la dr. Arioni hanno invero evidenziato nelle loro relazioni una componente della personalità del Giugliano che deve esse riguardata come essenziale nell’ambito delle specifica tematica della presente vicenda processuale: invero la prima ha individuato nello psichico del Giugliano una apprezzabile predisposizione alla rielaborazione delirante del passato, mentre il secondo ha formulato una diagnosi di disturbo istrionico di personalità. Nella prospettiva così delineata in termini sostanzialmente concordi, la confessione istruttoria del Giugliano si appalesa come è logicamente coerente alla personalità sicuramente abnorme dell’imputato. La chiave di lettura complessiva appare quindi quella suggerita dalla sicura frequentazione dell’imputato con la lettura di particolari di cronaca nera di cui hanno parlato da subito la convivente e la madre e lo stesso prevenuto al dibattimento……..”

Assolto quindi il Giugliano Maurizio per non aver commesso il fatto e disposta la sua conseguente scarcerazione se non detenuto per altro….

 non perdetevi il seguito ” Cronache di un mistero durato trent’anni ”  con gli omicidi di Luciana Lupi e Giuliana Meschi.

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