Charles Whitman e Chris Harper

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di Francesco Gandolfi

Cinquant’anni di solitudine omicidiaria

L’omicidio di massa perpetrato contro gli studenti è sicuramente fra i più comuni.
E’ rimasto purtroppo celebre il caso di Charles Whitman, giovane ex tiratore scelto dei Marines che nel lontano, afoso 1 agosto 1966, dopo aver assassinato moglie e madre, dalla torre della Texas University di Austin abbatté con il suo Remington di precisione ben sedici passanti, la maggior parte universitari.


L’aspetto singolare che accomuna drammaticamente le vicende di Harper e Whitman, a quasi cinquant’anni di distanza, non è individuabile solamente nella lucida premeditazione, progettazione e pianificazione degli atti omicidiari ma è piuttosto ravvisabile nella medesima, precisa volizione di far conoscere al resto del Mondo le loro intenzioni stragistiche prima di uccidere.
Whitman affidò ad una lettera i propri pensieri appena qualche momento antecedente la carneficina: nel testo confessò di essere in procinto di assassinare moglie e madre e successivamente di volersi recare all’Università per sparare a quante più persone gli fosse possibile. Scrisse di ignorare le ragioni, la forza irresistibile che lo spingevano ad uccidere e in conclusione dello scritto, sicuro che avrebbe perso la vita nel corso dello sterminio, con frasi di potenza tragica devastante esortava gli studiosi ad analizzare e approfondire il suo caso in modo da poter prevenire nel futuro gesti altrettanto folli.
Il massacro del college in Oregon mostra però che a tutt’oggi prevedere e evitare le uccisioni di massa, sebbene programmate e non frutto di azioni improvvise, continua ad essere un problema di complessa comprensione.

Chris Harper
Chris Harper

Pure Chris Harper, difatti, ha informato anzitempo la società dei propri piani ma ha preferito comunicare e condividere sui social network i suoi propositi, limitandosi a consigliare di non andare a scuola l’indomani.
Due vite all’apparenza totalmente estranee l’una all’altra, le quali hanno tuttavia risposto alle difficoltà del vivere sociale in modo sbalorditativamente simile. E’ necessario allora porle in stretta relazione per tentare di trovare delle analogie nel modus vivendi di questi individui: i motivi comuni che li hanno indotti a reagire adottando il modus operandi dello stragista può essere la reazione specifica ad una sofferenza interiore comune.
Cercherò di avviare un modesto meccanismo empatico-cognitivo, per provare a capire in primo luogo chi erano Charles Whitman e Chris Harper e intuire così perché si sono tramutati per un giorno in implacabili massacratori.
Whitman è un soldato, addestrato a ricevere e eseguire ordini; nell’esercito ricopre, come suddetto, l’incarico di tiratore scelto. Ruolo, questo, in cui la comunicazione unidirezionale, tipica del modello gerarchico, risulta ancor più esasperata perché il cecchino si trova ad affrontare le situazioni di massima tensione naturalmente in solitudine e, proprio l’assenza di scambio fra compagni, caratterizzante gli altri impieghi militari, può sviluppare nel tempo forme differenti di disturbi antisociali di personalità. Il soggetto, infatti, costretto a passare intere giornate isolato da un contesto umano, arriva a rinchiudersi nel proprio universo interiore e a dettarsi personali regole di condotta che poi, una volta cessato il proprio ufficio, dovranno obbligatoriamente misurarsi con le norme sociali generali.
Incapace di reinserirsi in ambito civile, completamente alienato nei rapporti infraindividuali e nelle relazioni familiari, Whitman ricorre all’unica forma espressiva che non gli sia estranea: il linguaggio delle armi.
Non è un militare ma il profondo disagio di cui è affetto Harper è ugualmente riconducibile ad un deficit di assertività.

Charles Whitman
Charles Whitman

Dai messaggi pubblicati sulle sue pagine web sostiene che “il mondo materiale è un inganno”, che “la maggior parte della gente passa ore in coda ad attendere il nuovo I-phone piuttosto che domandarsi se sia o meno felice” e ancora afferma di “essere stato come tutti gli altri attento nella scelta degli abiti da portare ma non più ora” perché “attualmente mi occupo di uccidere zombi”. Nella biografia rilasciata su internet scrive di essere alla ricerca dell’anima gemella ‘spirituale’, di essere timido, di amare i film dell’orrore e di non appartenere a nessuna religione, quanto piuttosto ad una che stigmatizza con il consueto aggettivo ‘spirituale’, si proclama repubblicano conservatore, chiede malinconicamente che qualcuno “chiunque, anche non simile a me”, lo contatti per stringere amicizia. Sostiene di essere costantemente “a dieta” (per approfondire il legame tra regime alimentare e psicopatia vedi le teorie del Dottor Joel Norris n.d.r.). Tre giorni prima di uccidere, infine, diffonde un video della BBC relativo all’agghiacciante strage avvenuta in Connecticut, 2012, nella scuola elementare Sandy Hook.
Comincia quindi a delinearsi il quadro di una persona patologicamente sola, che serba rancore verso gli altri uomini perché, implicitamente, lo hanno relegato ai margini della vita di comunità. E allora, per rendere sopportabile questo stato, si sforza di convincere sé stesso di non avere bisogno della società, di essere superiore al deprecabile mondo materiale abitato da morti che camminano, ovverosia gli zombi sopracitati. Anziché affrontare il problema quindi, il ragazzo, come accade oggigiorno a molti individui suoi (e miei) coevi, opta per la negazione, l’insabbiamento della criticità in questione. Nell’impossibilità o difficoltà di soddisfare un’esigenza tanti prediligono scotomizzarla.
Non appena, tuttavia, svanisce l’effetto illusorio, si disgrega la pace fittizia di Harper e la sopraggiunta consapevolezza di non poter prescindere dalla collettività innesca l’intero processo dell’ideazione fantasticata dell’omicidio di massa*.

“Il Mondo, almeno oggi, dovrà ascoltarmi, tutti mi noteranno, si accorgeranno che esisto anch’io e per questa volta io sarò giudice della dignità delle loro vite.”

 Il cadavere di Charles Witman
Il cadavere di Charles Whitman

Questo dev’essere stato il pensiero del ragazzo dagli occhi sognanti (secondo De River l’espressione facciale tipica del soggetto psicopatico, il cui sguardo perennemente assente denuncia un ripiegamento in sé stesso, una chiusura all’interno del proprio mondo immaginato) che abbiamo visto immortalato sui quotidiani internazionali, tesi confermata dalle parole dello stesso Harper:
“…ho notato che così tante persone (…) sono sole e sconosciute. Poi quando versano qualche goccia di sangue, il mondo intero sa chi sono. Un uomo sconosciuto a tutti diventa famoso. La sua faccia finisce ovunque sugli schermi, il suo nome corre sulle labbra di ogni abitante del pianeta. Tutto nel giro di un solo giorno. Sembra quasi che più gente uccidi, più sei sotto i riflettori…”
E’ struggente e destabilizzante notare come l’incomunicabilità immanente nel tessuto sociale non solo sia un punto oscuro e controverso rimasto irrisolto dai tempi di Whitman ma che esso si sia perfino acuito, incancrenito con l’evoluzione della società moderna in un sistema umano edificato sull’iperconnettività. Ecco il paradosso micidiale che viviamo oggi: la rete si limita a collegare persone sempre più isolate e atomizzate le quali, speranzose di uscire dalla loro tetra solitudine, finiscono per consegnarsi integralmente ad essa e, allontanandosi così a dismisura dal mondo delle relazioni reali, accrescono al contrario la loro insicurezza e alienazione. Senza operare sull’architettura complessiva della società, favorendo la creazione di luoghi fisici di contatto e di incontro, viene da pensare che casi simili a quelli di Chris Harper e Charles Whitman aumenteranno esponenzialmente anziché ridursi. La tendenza statistica suggerisce già questa sinistra predizione.

*il termine ‘massa’, rimandando al concetto di un aggregato indifferenziato, aiuta a capire come l’acrimonia violenta dello stragista si riversi nei confronti dell’altro da sé genericamente concepito e non vada ricondotto verso gruppi sociali particolari.

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