Yara Gambirasio : l’analisi della sentenza.

di Giuseppe Guarcini

Yara Gambirasio

Yara Gambirasio
Yara Gambirasio

Yara viveva la vita come ogni ragazzina della sua età, scuola, musica, l’attore preferito e i sogni che tutte le ragazze come lei coltivano in quel frangente di vita.
Le meticolose indagini svolte dagli inquirenti condussero ad un’analisi certosina dello stile e delle abitudini di vita della ragazza.
La sua settimana era scandita da numerosi impegni: la mattina la scuola, un giovedì al mese dal dentista, il pomeriggio del lunedì e del mercoledì dalle 15.00 alle 18.30 frequentava un corso di ginnastica presso una palestra di Brembate in via Locatelli a poca distanza da casa sua.
Il venerdì, solitamente, era il giorno della settimana in cui restava in casa.
A scuola si era sempre dimostrata una ragazza diligente, otteneva ottimi risultati. Nel suo profilo amava descriversi così: “ciao a tutti sono Yara e frequento la terza media, ho tredici anni e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda anche se i miei vestiti non lo sono, il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini, il film “Step UPAdoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare.”
Non possedeva uno smartphone ma un telefono commerciale come tanti.
Dai numerosi accertamenti eseguiti, non è emerso frequentasse social network o siti particolari, tantomeno l’esito dei tabulati telefonici svelò eventuali contatti con persone estranee alle sue amicizie o al di fuori del suo ambito familiare.

Il giorno della scomparsa

yara-torna-prestoVenerdì 26 novembre 2010. Il venerdì era il giorno in cui Yara di solito restava a casa perché non aveva impegni.
Era rientrata a casa da scuola accompagnata dalla mamma e la sorella Keba intorno alle 13.15, pranzò e dopo iniziò a fare i compiti di scuola.
Le indagini svolte all’ epoca permisero di appurare che Yara non aveva in programma di uscire quel venerdì pomeriggio.
Cos’era successo? Cosa le aveva fatto cambiare idea?
Il giorno precedente, le istruttrici di ginnastica della palestra che frequentava, si erano lamentate con la sorella di Yara circa il  cattivo funzionamento dello stereo che utilizzavano in palestra e Keba, si era offerta di prestare il suo.
In un primo momento le due sorelle avevano deciso di recarsi insieme in palestra per portare lo stereo, poi all’ultimo momento fu deciso che a portarlo sarebbe stata Yara.
Nella sentenza i giudici di prime cure tengono a precisare: “è escluso, dunque, che Yara possa aver approfittato della circostanza per dare appuntamento a qualcuno che avrebbe dovuto chiamare prima di uscire, ma nessun contatto del genere risulta dal telefono o dal personal computer”.
Una precisazione questa, che tende a voler porre l’accento principalmente su due fattori: il primo che Yara non fissò appuntamento con nessuno, nessuno poteva  sapere che Yara quel pomeriggio sarebbe uscita di casa; il secondo che conduce ad affermare con una relativa certezza che l’assassino non avesse stabilito quindi una vittima determinata.
Se così fosse stato, se fosse stato attratto da Yara ne avrebbe studiato le abitudini e il venerdì sarebbe stato sicuramente il giorno meno indicato per decidere di rapirla per i suoi malvagi scopi.
Ciò lascia facilmente desumere che l’assassino non cercasse Yara, ma una ragazza che rispondesse a determinati requisiti fisici e di età generati dalla fantasia della sua mente malata e corrispondenti a quelli di Yara.
Nella loro precisazione i giudici sembrano voler escludere del tutto l’eventualità di qualcuno in grado di sapere che quel pomeriggio Yara sarebbe uscita.
Ma Keba si! La sorella sarebbe dovuta uscire, si era prestata lei a portare lo stereo in palestra e chi sapeva che Keba doveva recarsi in palestra? L’ora in cui si sarebbe recata in palestra? Di ciò nulla emerge negli scritti della sentenza di primo grado.
Keba all’epoca aveva  appena due anni più di Yara e le fattezze erano di una ragazzina.

Se l’assassino avesse studiato le abitudini di vita di Yara non avrebbe certo agito quel venerdì, nemmeno Keba aveva lezioni il venerdì, dunque è lecito pensare che chi rapì Yara quella sera avrebbe potuto rapire qualsiasi altra ragazzina che a quell’ora si sarebbe aggirata in quella zona, all’uscita della palestra di Brembate o in una delle vie adiacenti al centro sportivo.

Venerdì pomeriggio

La madre rincasa verso le 16.45, Yara ancora faceva i compiti, una volta terminati decide di andare in palestra, sono le 17.20 quando la telecamera dei vicini la inquadra mentre esce di casa per portare lo stereo.
Non è distante il centro sportivo, tant’è che impiega circa dieci minuti per arrivare, in molti, infatti, dichiareranno di averla vista arrivare alle 17.30 circa.
In palestra decide di fermarsi a guardare gli allenamenti in corso quel pomeriggio, era una grande appassionata di ginnastica  artistica.

Yara esce dalla palestra

Centro sportivo di Brembate
Centro sportivo di Brembate

Indagini di così particolare consistenza richiesero sin da subito la necessità di stabilire con esattezza determinati punti cardine, utili  successivamente negli ulteriori sviluppi investigativi.
Si dimostrò di assoluta rilevanza fissare l’ora esatta in cui Yara uscì dalla palestra e si avviò verso via Locatelli o via Morlotti per far rientro a casa.
L’ultimo ad averla incontrata quella sera all’uscita della palestra fu Fabrizio che nella sua deposizione dichiarò testualmente: ”sono arrivato alla stazione Ferroviaria di Ponte San Pietro alle 18.24, sono sceso dal treno e mi sono diretto verso la mia autovettura parcheggiata nel piazzale della stazione ove venivo raggiunto telefonicamente dalla mia compagna che mi chiedeva di passare a prendere Ilaria in palestra. Avrò percorso i due chilometri che separano la stazione ferroviaria dal centro sportivo in circa quattro o cinque minuti, parcheggiai l’auto in via Locatelli attraversai il cortile interno ed entrai nell’edificio, fu in quel momento che incrociai Yara diretta verso l’uscita, saranno state le 18.42-18.45 circa”.
Gli inquirenti dalle perizie eseguite sulle videoregistrazioni rilevate dalle telecamere di sorveglianza del distributore della Shell, allora collocate di fronte alla palestra, appurarono che Fabrizio a bordo della sua Fiat 600 parcheggiò in via Locatelli esattamente alle 18.48.
Tenendo conto che avrebbe dovuto percorrere anche un centinaio di metri circa, prima di entrare in palestra, con ogni probabilità incontrò Yara mentre si apprestava ad uscire dallo stabile della palestra alle ore 18.50 circa.

L’esame deiTabulati telefonici del cellulare di Yara.

copertura delle celle telefoniche
copertura delle celle telefoniche

Gli investigatori svilupparono indagini anche attraverso l’analisi dei tabulati del cellulare di Yara e nel contesto di quella sera del 26 novembre 2010 emerse che, alle 18.25, mentre Yara era ancora in palestra, ricevette un sms dalla sua amica Martina nel quale le chiedeva l’ora della convocazione per la domenica successiva. In quell’istante il cellulare di Yara agganciò un ponte compatibile con la palestra, quello di Ponte San Pietro via Adamello 1 settore 9.
Yara risponde al messaggio fornendo all’amica le informazioni richieste alle ore 18.44. Anche in quella circostanza il cellulare agganciò la stessa cella telefonica.
Ciò indica che Yara dalle 18.25 fino alle 18.44 sicuramente non si era mai mossa da dove si trovava.
Cinque minuti dopo Martina le inviava un successivo messaggio rispondendo: “OK”, questa volta però agganciava un’altra cella, quella di Mapello, via Natta settore 1.
Gli investigatori ed i consulenti della difesa cercarono di fare chiarezza su questo punto, vediamo.
Il consulente della difesa Luigi Nicotera fece notare che il cambio di cella delle 18.49 starebbe ad indicare che Yara nel frattempo fosse uscita dalla palestra o che almeno si trovasse vicina al muro perimetrale largo via caduti e dispersi dell’aeronautica (nella sentenza non si precisa come e da dove abbia ricavato tale dato).
Il consulente del PM affermò invece che tali cambi di cella non sarebbero in grado di offrire indicazioni circa una possibile direzione di allontanamento della ragazza.
Questo perché le celle favoriscono il traffico voce e, in caso di sovraccarico, il traffico dati, ovverosia quello concernente gli sms può essere stato smistato in una cella contigua, a maggior ragione, questo poteva verificarsi in quella zona caratterizzata da una numerosa presenza di celle che s’intersecano.

Dunque in conformità di queste dichiarazioni rese appunto dal consulente del Pubblico Ministero, Yara alle 18.49,53 poteva trovarsi nella stessa identica posizione, dove si trovava nel momento in cui, alle 18.44, aveva risposto al primo messaggio di Martina. Questo perché, sempre a dire del consulente, l’aggancio ad una cella diversa poteva essere dipeso dal sovraccarico della cella di Ponte S. Pietro e non da un eventuale spostamento della ragazza.
Non emergendo dai dati citati in sentenza appare lecito anche qui chiedersi:
Fu stabilito il numero esatto delle utenze che era in grado di gestire quel ponte prima di trasferire in maniera automatica un messaggio in un’altra cella?
Anche  perché  appare piuttosto evidente che invece Yara si stia spostando, lo conferma l’ora, le 18.48, in cui il teste Fabrizio arriva nel parcheggio antistante la palestra.
Non trascorrerà più di un minuto quando incontrerà Yara che si appresta ad uscire dai locali della palestra.
Atro dato certo appurato fu che la cella di Ponte San Pietro copriva tutto il percorso casa palestra, mentre quella Mapello via Natta solo il cancello pedonale di via Rampinelli, non anche via Morlotti, quindi alle 19.49.53 Yara poteva bene essere fuori dalla palestra ma non certamente in via Morlotti.
Yara può non averlo letto quell’ultimo messaggio di Martina, il teste dal canto suo non dice di aver notato Yara mentre era intenta ad armeggiare con il suo cellulare, quindi potrebbe essere successo poco prima di incontrarlo o chissà, magari subito dopo.
Sarebbe stato interessante capire il punto in cui le celle s’intersecano al fine di stabilire, anche in maniera probabilistica, il punto in cui la cella di Ponte S. Pietro cessa il suo raggio di copertura per lasciare posto a quella di Mapello Natta e stabilire verosimilmente in quale punto si trovasse esattamente Yara al momento in cui veniva raggiunta dal messaggio della sua amica Martina. Ma anche questo tipo di accertamento non sembra fattibile, vediamo.
Yara gambirasioIl consulente della difesa nella sua relazione scrive: “per cella telefonica s’intende una porzione irregolare e discontinua di territorio, ovvero che non rispetta una copertura geometrica omogenea ma che è subordinata all’orografia del terreno e dell’ambiente urbano. Essere all’interno della suddetta è prerogativa per utilizzare la cella che la genera. Pertanto, in prima analisi, il telefonino che aggancia una cella può trovarsi come posizione in tutti i punti che ricadono al suo interno. Da ciò deriva che il grado di precisione, secondo questa logica, risulta approssimabile alla superficie di copertura della cella stessa. In altri termini la precisione è maggiore se la cella è piccola. Tipicamente microcella urbana, o il contrario e siamo di fronte ad una macrocella, tipicamente in ambiente extraurbano in tecnica 2G. In realtà per ragioni di ottimizzazione delle risorse di rete, di smaltimenti di traffico cellulare di copertura, di altro, solitamente ogni punto del territorio presenta più celle telefoniche disponibili che si differenziano oltre che per tecnologia (2G,3G,4G,ecc) per intensità di campo elettromagnetico. Quindi escludendo il caso di avere una sola cella che serve il punto in analisi, veniamo a trovarci in una condizione di “celle sovrapposte”, la cui intensità di segnale varia in funzione della posizione geografica. Tale condizione viene a determinarsi poiché non esiste una separazione netta e coincidente tra i bordi delle celle adiacenti. In tale scenario, in un determinato punto, la scelta di una cella piuttosto che un’altra, anche se determinata dalla tecnologia del telefonino, è determinata dalla forza del segnale ricevuto e dai parametri di cella che la rete impone, oltre al fatto che il comportamento risulta differente se il telefonino si trova fermo o in movimento. Da ciò si comprende che la stima della posizione di un telefonino con la sola cella del tabulato non può essere sufficiente per confermare se lo stesso può risultare in un determinato punto del territorio, in quanto, con la molteplicità di variabili in gioco, è solo possibile una stima” probabilistica” e non deterministica in un punto servito da più celle telefoniche”.
C’è un particolare che la lettura della sentenza non chiarisce e riguarda il messaggio delle 18.25, quello in cui Martina chiede a Yara delle convocazioni della domenica successiva. L’invio del messaggio di Martina nell’esatto momento in cui Yara è in palestra fu del tutto casuale? O Martina poteva aver saputo in qualche modo che Yara si sarebbe recata in palestra?
Se il messaggio non fosse stato casuale, la tesi dei giudici consistente nell’affermare che nessuno sapeva che la povera ragazza quel pomeriggio sarebbe uscita, verrebbe meno.
Alle 18.55 il cellulare della ragazza aggancia, senza generare traffico, la cella telefonica di Brembate, sopra via Ruggeri, si allontana dalla palestra e non in direzione di casa. L’aggancio, a detta dei periti, potrebbe essere stato causato o da un’accensione del cellulare, oppure dal passaggio del cellulare da una zona non coperta da campo ed una coperta.
Non emergono dalla sentenza eventuali accertamenti volti a stabilire zone adiacenti alla palestra prive di copertura telefonica.
Alle ore 19.11 il cellulare di Yara risulterà completamente spento.
Perché si parla di cellulare spento e non invece di cellulare non raggiungibile?
In un articolo tratto da Sicurezza e Giustizia, Nanni Bassetti e Paolo Reale spiegano che: “il telefono, quando è spento regolarmente tramite pulsante, comunica il “detach”, il fatto che si sta disconnettendo dalla rete, quindi alla rete è noto lo stato di “spegnimento”. Se invece per diverse cause, come ad esempio la batteria si scarica oppure il cellulare perde il segnale della rete, non avviene la comunicazione di “IMSI detach”, la rete continuerà per un periodo configurabile a tentare la ricerca del terminale sulle celle telefoniche in cui lo stesso si era registrato poco prima”. http://www.sicurezzaegiustizia.com/i-dati-telefonici-per-finalita-giudiziarie-nelle-applicazioni-reali/
Non emerge dalla lettura dalla sentenza o dalla relazione e dalle sintesi dei consulenti che si sia effettuato tale accertamento.

Eventuali testimoni

Nessuna nuova testimonianza, purtroppo nessuna delle persone ascoltate fu in grado di riferire altri elementi utili ai fini delle indagini, persone che magari frequentavano la palestra e che per le più svariate ragioni si fossero trovate a transitare nelle adiacenze del centro sportivo di Brembate o casa di Yara.
Questa prima fase delle indagini documentata con riferimenti tratti dalla sentenza di primo grado  evidenzia che gli inquirenti non avevano fisato un target investigativo, non erano indirizzate verso un singolo, al contrario erano costellate da tutta una serie di elementi con cui si stava cercando di individuare una correlazione tra la vittima e il suo aguzzino.
Si trattava di una fase d’indagini talmente vasta da dover essere atomizzata in ogni sua componente.
Le indagini assolutamente certosine compiute dagli investigatori permisero di rilevare numerosi indizi. L’analisi della sentenza sin qui non ha tenuto conto di Massimo Bossetti, la cui figura non sarà subito correlata all’omicidio, accadrà negli anni successivi vedremo come.

Alcuni interrogativi

Da questa prima fase di analisi sorgono alcuni interrogativi le cui risposte non sono rilevabili negli scritti della sentenza, ciò non toglie che siano stati elementi comunque vagliati dagli inquirenti nella fase delle indagini preliminari, vediamoli:
– la decisione ultima che a dover andare in palestra a portare lo stero fosse Yara, da chi fu presa? Insistette lei? Fu presa di comune accordo con la sorella?
– Il momento in cui Martina chiamò per sapere delle convocazioni coincise casualmente con il momento in cui Yara si trovava in palestra o sapeva con certezza che Yara a quell’ora si sarebbe trovata lì?
– Sono stati valutati in maniera dettagliata i movimenti del cellulare per valutare la capacità di portata della cella e verificare se in quel dato momento Yara fosse in movimento verso l’uscita della palestra, lì dove Fabrizio ha dichiarato di averla incontrata?
– Si poteva accertare se la cella avesse ricevuto il segnale di “detach” ovvero di spegnimento del telefono cellulare di Yara?

Ex post e solo ex post si prenderà coscienza di quanto in questo caso si sia rivelata importante l’indagine prodotta dagli inquirenti sulla scena del crimine e di  tutte le conseguenti indagini endogene che da essa via via si sono generate.

26 febbraio 2011

copro-di-yaraIlario è un appassionato di modellismo della zona, spesso si diverte a far volare i suoi aeroplanini nel campo di Chignolo d’Isola. Quel giorno uno dei suoi modellini munito di gps, cadde in mezzo al campo, vi si addentrò per cercarlo quando, a un tratto, mimetizzato dal terriccio tra le sterpaglie che dominano il terreno, notò il cadavere della povera ragazza.
Ecco cosa emerse dai rilievi degli inquirenti, in particolare dalla consulenza redatta dei medici legali Cattaneo e Tajana:
Il cadavere giace supino, con la testa reclinata a sinistra, gli arti superiori parzialmente flessi ed extraruotati, gli arti inferiori estesi e divaricati; la mano destra sporge dagli indumenti è serrata a pugno, mentre la mano sinistra è parzialmente flessa e coperta dalla manica del giubbotto. La caviglia destra è avvolta da sterpaglia. Indossa: un giubbotto di colore nero, una felpa nera con cappuccio con chiusura lampo allacciata in corrispondenza dell’addome per il terzo inferiore alla sua estensione, una maglietta blu con bordo superiore bianco e scritte, un reggiseno di colore viola slacciato posteriormente, un paio di pantaloni elasticizzati neri con la parte inferiore lacerata, un paio di slip fantasia, scarpe da ginnastica nere con le stringhe della scarpa sinistra slacciate quella destra invece allacciata con un solo nodo….”

Le ferite sul corpo

Sin dalla prima sommaria ispezione eseguita sul cadavere emergevano evidenti ferite provocate da arma da taglio: sul collo da un estremo all’ altro, sui due polsi, sulla regione mammaria sinistra, lungo il torace, sul dorso una ferita da taglio a forma di X e poco più sotto un altro taglio a forma di J, sulla gamba destra venivano individuati altri due tagli sovrapposti, ognuno di 4 cm.
In sede autoptica veniva constatato l’integrità dell’immene e il test di gravidanza diede esito negativo.
Gli accertamenti svolti sul cadavere rivelarono alcuni particolari: l’assassino per procurare le ferite sul dorso della ragazza le sollevò gli indumenti, le ferite inferte dal bacino in giù invece furono prodotte attraverso i vestiti, infatti i tagli prodotti sul corpo della vittima corrispondevano in maniera millimetrica a quelli rivenuti sui leggins e sugli slip.

Le cause del decesso

Tracce rilette sul copro di Yara
Tracce rilette sul copro di Yara

Nonostante le numerose ferite da arma da taglio inferte sul corpo della vittima, non fu rinvenuta una significativa perdita ematica tale da determinare danni al funzionamento degli organi vitali. Le lesioni potevano aver provocato uno stato d’incoscienza ma non furono da sole in grado di provocare la morte di Yara.
Le lesioni al polso, al ginocchio, alla gola, alla mandibola, pur essendo profonde a tal punto da aver attinto il tessuto scheletrico non produssero sanguinamenti. La ferita alla gola aveva intaccato la trachea ma non aveva prodotto travasi di sangue tali da poter provocare uno stato di asfissia.
L’autopsia rivelò una forte presenza di acetone nel cadavere oltre che ulcerette gastriche e catecolamine. I periti nella loro relazione scrissero:
La presenza di simili elementi in letteratura è generalmente associata a situazioni di morte per grande stress e per ipotermia, la causa più probabile della morte, pur nell’incertezza derivante dallo stato di decomposizione del cadavere, era, dunque, la combinazione tra le ferite sopra descritte e la permanenza in un luogo a bassissima temperatura. Per quel che riguarda le conseguenze delle ferite plurime da taglio, affermata la validità delle lesioni è indiscutibile che esse abbiano dato luogo ad un certa profusione emorragica, che, tuttavia, nella fattispecie deve ritenersi un elemento che solo concorsualmente (e quindi non in forma autonoma né prevalente) intervenne nel condizionare l’exitus. Tale affermazione è suffragata dal riscontro autoptico di lesioni di vasi arteriosi, o comunque lesioni tali da non giustificare una rapida anemizzazione”.

L’ora del decesso

A causa dell’avanzato stato di decomposizione del cadavere stabilire la probabile ora del decesso fu possibile solo attraverso l’esame del contenuto gastrico rinvenuto nello stomaco della ragazza.
Si trattava di un foglia di rosmarino, poche bucce di piselli, amidi e fibre di carne. I tempi di svuotamento dello stomaco variano dalle quattro, sei e otto ore. Occorre però considerare che nel caso in questione il procedimento digestivo potrebbe essere stato rallentato a causa della prolungata agonia che precedette la morte di Yara.
La madre di Yara non ricordava con esattezza, ma ritenne probabile che la figlia potesse aver mangiato del coniglio o del pollo con rosmarino e piselli come condimento, non fu però in grado di ricordare, tantomeno la sorella, se Yara quel pomeriggio avesse mangiato qualcosa per merenda.
Nella sentenza i giudici giustamente sottolineano che al di là dei ricordi, nello stomaco di Yara è stata appurata la presenza di una foglia di rosmarino e bucce di piselli non ancora completamente digeriti e, pertanto, era opportuno concentrare l’attenzione su fatti oggettivi e non su presumibili merende di cui peraltro nello stomaco della povera ragazza non furono rinvenuti i resti.
Yara quel giorno aveva pranzato all’incirca vero le 14.00, i consulenti nelle loro perizie, hanno affermato che per un completo svuotamento dello stomaco è necessario un periodo di tempo variabile dalle 4, 6 o 8 ore affermano inoltre che il tempo in cui Yara è stata agonizzante ha sicuramente di rallentato di il processo digestivo.
Nel contesto investigativo una certezza può essere verosimilmente percepita e cioè che Yara alle 18.50 era ancora viva, certezza questa non generata da deduzioni ma da elementi di fatto oggettivi, uno tra i quali le immagini video registrate che indicano esattamente l’ora in cui il teste Fabrizio parcheggiò la sua auto in via Locatelli di fronte alla palestra.
A quell’ora il processo digestivo era già avviato da 5 ore circa, si trovava perciò nella sua fase di completamento, l’ora del decesso può dunque essere collocata tra le 22.00 e la  mezzanotte di venerdì 26 febbraio.

Chignolo d’Isola

Chignolo d'Isola
Il campo di Chignolo d’Isola

Successivi accertamenti effettuati da investigatori e periti permisero inoltre di stabilire  che il cadavere di Yara non fu mai stato spostato dal luogo in cui fu rinvenuto. Sul corpo e tantomeno sugli indumenti (valutando l’ipotesi che fosse stata rivestita) non furono  trovati segni di trascinamento.
L’avanzato stato di decomposizione, tuttavia, non permise di stabilire l’ordine in cui le ferite da taglio furono inferte e la loro direzione. Fu constatato che la maggior parte dei colpi furono inferti probabilmente quando la vittima era semicosciente tramortita dai colpi ricevuti alla testa.
I periti tramite i loro accertamenti consegnarono agli investigatori la certezza che il terribile delitto si fosse consumato lì in quel campo di Chignolo d’Isola. Tra l’altro stabilirono che il corpo era stato girato dalla posizione supina a quella prona e viceversa, questo probabilmente accadde durante l’azione omicidiaria, nei tragici attimi in cui l’assassino infieriva con un’arma da taglio sul corpo della povera Yara.
Questa nuova fase delle indagini si sviluppa in seguito al rinvenimento del cadavere di Yara. In quel campo di Chignolo d’isola gli inquirenti, ebbero modo di raccogliere nuovi elementi rivelatisi poi utili a configurare o meglio, riconfigurare le indagini già avviate in precedenza dagli investigatori.
Tanti furono i reperti rinvenuti in seguito alla meticolosa ispezione sia sul cadavere sia dei luoghi immediatamente circostanti tutti sottoposti al vaglio degli investigatori.
In nessuno degli indumenti indossati quel giorno da Yara furono rilevate impronte digitali.
Il 2 maggio 2011 dalla manica del giubbotto fu isolato un profilo genotipico che risultò corrispondere a quello dell’istruttrice di ginnastica ritmica. La presenza della traccia fu spiegata dal rapporto che l’istruttrice aveva con la vittima, ossia che si trattava di una persona che Yara frequentava spesso e con cui verosimilmente era venuta in contatto.
Nel maggio del 2011 il RIS dei Carabinieri comunicava che sul campione nr.31 prelevato all’epoca del rinvenimento del cadavere dagli slip che Yara indossava era stato isolato un profilo genetico maschile che permetteva l’eventualità di essere sottoposto ad eventuali comparazioni, fu denominato “Ignoto 1”. La sentenza parla di fluido biologico senza specificarne la provenienza o la quantità rilevata. Il Ris affermò che si trattava comunque di una quantità utile per eseguire le comparazione.

La Calce e le sferette  metalliche

Dall’esame delle lesioni riportate dalla vittima, effettuato con grande attenzione e professionalità attraverso l’uso di un telescopio elettronico, gli esperti furono in grado di evidenziare una diffusa contaminazione di polveri di calcio, classificate appunto dal Prof. Cattaneo come calce. Fu inoltre rilevata sempre sugli indumenti di Yara e sulle sue scarpe, la presenza di sferette metalliche composte da ferro e nichel perfettamente sferiche e di sicura origine antropica, ossia prodotte dall’uomo. Dopo l’arresto di Bossetti vennero eseguiti rilievi sul suo autocarro e anche all’interno del cantiere di Mapello. Emerse che quegli  ambienti  erano contaminati dalle particelle ferrose analoghe a quelle rinvenute sul cadavere di Yara. Nell’udienza del 27 gennaio 2016, alcuni periti riferirono che l’elevata concentrazione e la forma perfettamente sferica delle particelle consentì di escludere che tali particelle potessero rinvenirsi in natura o che magari fossero il frutto di inquinamento ambientale. Fu quindi accertato  che le sfere metalliche derivavano da lavorazioni effettuate nei cantieri edili  o  magari prodotte dalla lavorazione di  materia prima per la fabbricazione di veicoli, treni, edilizia, industria siderurgica. “Le particelle in esame non sono diffuse nell’aria o sui mezzi di locomozione o sugli oggetti, vengono eliminate dagli indumenti  con il lavaggio e non possono che derivare dal contatto con un luogo o con una persona altamente contaminati, quali cantieri dell’edilizia come è appunto l’imputato e il rinvenimento di queste particelle sugli indumenti della vittima ha dunque una valenza indiziaria”. Nella circostanza, la difesa obiettò che le particelle ferrose furono rinvenute solo sugli indumenti e non anche sul corpo della vittima, vedremo in seguito. Per rilevare dove furono trovate la tracce di calce  e di lega ferrosa  è opportuno riportare il tratto della sentenza: “l’esame delle lesioni mediante microscopio elettronico a scansione permetteva di evidenziare una diffusa contaminazione di polveri ricche di calcio (la Prof. Cattaneo qualificava come  calcio), nella lesione mentoniera, nella lesione al collo  e nella lesione del polso sinistro e alcune particelle della medesima sostanza nelle lesioni della  regione mammaria, in regione lombare e al polso destro, sulla cute in corrispondenza delle lesioni e sugli indumenti…. e la presenza su scarpe e indumenti di sferette metalliche di diversa composizione: (ferro, nichel e cromo, ferro e cromo) di pochi micrometri di diametro e chiaramente, di origine antropica”.

“IGNOTO 1”
Ignoto 1

Quante volte ne abbiamo sentito parlare negli anni successivi alla scomparsa della povera Yara in tantissimi contesti. Ignoto 1 dunque fa il suo ingresso sulla scena investigativa, si trattava quindi di individuare un profilo genetico compatibile con quello rinvenuto sulla scena del crimine, l’impresa si presentava oltremodo ardua.
Si aprono nuovi scenari investigativi ampi e notevolmente complessi.
Il primo passo fu quello di cercare corrispondenza del profilo nelle banche dati, l’esito si rivelò negativo, dopodiché fu effettuata la comparazione con i campioni di DNA acquisiti nell’immediatezza delle indagini, anche da questo accertamento non emersero riscontri positivi.… “Prendendo spunto dal rinvenimento di particelle di ossido di calcio si tentava di censire i lavoratori delle ditti edili, che, però, nella sola provincia di Bergamo ammontavano a 17.000. Si procedeva alla completa identificazione di tutti gli utilizzatori dei telefoni cellulari transitati nelle celle ritenute d’interesse investigativo. Venivano recuperati i nomi dei 777 dipendenti delle ditte di Chignolo d’Isola, venivano acquisiti i nominativi di 31.000 soci della discoteca le sabbie mobili di Chignolo d’Isola. Venivano sottoposti a prelievo salivare i 3400 frequentatori del centro sportivo di Brembate, tutti i familiari, tutti i vicini di casa, tutti i compagni di scuola e i loro genitori, tutti i soggetti memorizzati nel telefono di Yara, i lavoratori del cantiere di Mapello”.
Questa sintesi riportata dalla sentenza  pone in risalto quanto meticolose e complesse si rivelarono le indagini.

Luglio del 2011

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Guerinoni – Bossetti

Migliaia e migliaia di profili genetici furono sottoposti ad analisi per poterli confrontare con quello di “Ignoto 1”.
Nel luglio del 2011 gli sforzi degli investigatori furono finalmente premiati. Da un tampone prelevato dai numerosi frequentatori della discoteca “Sabbie mobili” di Chignolo d’Isola emersero riscontri positivi, veniva identificato un profilo genetico simile per certi aspetti a quello di “Ignoto1″ in un tale Guerinoni Damiano, che però al momento dell’omicidio di Yara si trovava in Perù.
Le successive indagini genetiche eseguite sui marcatori permettevano di escludere che si trattasse di “Ignoto 1” , fu  però  svelato un dato di non poca importanza. L’alpotipo Y era identico a quello appartenente al profilo genetico di “Ignoto 1” e siccome l’alpotipo Y si trasmette in maniera identica di generazione in generazione, uguale per i discendenti maschi generati da un capostipite si generarono una nuova serie di indagini, si trattava in pratica di ricostruire l’intera discendenza dei Guerinoni.
Le nuove indagini genetiche condussero all’identificazione di Pierpaolo Guerinoni il cui profilo genetico si distingueva da quello di “Ignoto 1” per il solo marcatore, il TH1.
Pierpaolo Guerinoni viveva a Frosinone e non aveva figli.
A quel punto non restava che il padre di Pierpaolo, Giuseppe Benedetto Guerinoni, deceduto il 17 gennaio del 1999.
Le comparazioni effettuate sul profilo genetico di quest’ultimo stimarono con una probabilità del 99,87 % che Giuseppe Benedetto Guerinoni fosse il padre di “Ignoto 1”. L’unica spiegazione plausibile del momento fu che “Ignoto 1” fosse un figlio illegittimo di Guerinoni.

Nuovi scenari Investigativi

Si trattava dunque di rintracciare la donna con cui il Guerinoni aveva avuto una relazione ed alla quale era nato un figlio.
Tra i numerosi profili genetici veniva sottoposto all’esame comparativo quello di Ester Arzuffi, anche lei come altre donne su cui furono effettuati i prelievi genetici risultava aver vissuto a Parre per un periodo di tre anni. Parre era il paese di Giuseppe Guerinoni, il DNA di Ester Arzuffi risultò essere la metà mancante rispetto a Giuseppe Benedetto Guerinoni e del profilo di “Ignoto 1”.
A questo punto le indagini furono reindirizzate verso i due figli legittimi della donna.
Giugno 2014, Massimo Giuseppe Bossetti veniva fermato per essere sottoposto al controllo dell’alcoltest dal DNA prelevato dal boccaglio dell’etilometro, venivano esperiti gli accertamenti di tipo genetico e appurato che si trattava dello stesso profilo genetico di “Ignoto1”.
Il nuovo contesto investigativo

Naturalmente gli investigatori in quel momento individuarono un target, le indagini svolte in precedenza assunsero contorni diversi e potevano essere riviste dagli inquirenti sotto una nuova luce.
Si riprendono i dati relativi il cellulare di Massimo Bossetti, quel 26 novembre era stato usato più volte durante la mattinata per ragioni legate al lavoro.
Il pomeriggio suo cognato tentava invano di raggiungerlo telefonicamente alle 15.26, 15.27, 15.33 e 15.47, il cellulare di Bossetti  però non agganciava alcuna cella. Sulla sentenza si legge testualmente “come se fosse spento o irraggiungibile”, i giudici sottolineano inoltre che quest’ultima circostanza non prova che egli abbia spento il telefono ma che dopo le 17.45 non riceve né effettua telefonate, non riceve né invia sms. (domanda sull’articolo di paolo reali)
Alle 17.45,02 Bossetti fa una telefonata e aggancia la cella telefonica di Mapello via Natta settore 3, durante il resto di quella giornata l’utenza di Bossetti non generò più alcun tipo di traffico telefonico.
Si è vero, il cellulare di Bossetti aggancia la stessa cella telefonica dell’ultima agganciata dal telefono di Yara anche se si tratta di settori diversi (il 5 per Bossetti e il 9 per Yara), ma mentre il cellulare di Bossetti la agganciava alle 17.45 quello di Yara esattamente un’ora dopo le 18.45  e per di  più in un settore diverso.

Il giallo delle video riprese

Gli inquirenti rimettono mano a tutte le riprese acquisite dai video delle telecamere di sorveglianza all’epoca esistenti nelle diverse zone di interesse investigativo.

telecamere-brembate

Nella sentenza non vengono riportati gli orari precisi dei passaggi ripresi dalle telecamere che comunque compongono un perimetro preciso intorno al centro sportivo di Brembate.
Gli elementi di corrispondenza tra il mezzo ripreso da Bossetti individuati nella relazione del RIS, inoltre, sono elementi di serie (quelli della cabina) o rintracciabili su una pluralità di autocarri cassonati (la cassetta degli attrezzi o i ganci), mentre quelli dotati di maggiore capacità individualizzante o sono scarsamente apprezzabili nelle immagini (la forma dei rinforzi delle sponde laterali del cassone su cui si è soffermato l’app.Pinton) sono incompatibili alla luce del tempo trascorso tra il 26 novembre 2012 e il sequestro dell’autocarro dell’imputato (le macchie di ruggine)”.

Queste furono in gran parte le motivazioni per cui il collegio giusdicente ritenne di non approfondire il tema degli accertamenti videofotografici e quella della sincronizzazione delle telecamere, le perizie e l’ulteriore documentazione non furono quindi acquisite in dibattimento.

Gli accertamenti sul computer portatile
Tra investigazione e Scienza

indaginiIn un primo momento le indagini cui gli investigatori dovettero far fronte si presentarono convulse, imperniate da difficoltà oggettive, una tra le principali fu l’assenza della scena o delle scene del crimine.
Poteva sicuramente trattarsi di più scene del crimine così come poi purtroppo è stato appurato ex post, quella del rapimento, presumibile ma non individuata in maniera certa nelle immediate adiacenze della palestra, e quella ove poi alcuni mesi dopo è stato rinvenuto il cadavere della ragazza.
In pratica gli investigatori non avevano elementi per individuare un eventuale movente e relazionarlo con la sparizione di Yara anche perché sino al momento del ritrovamento del corpo si poteva parlare solo di sparizione.
Le indagini che si svilupparono principalmente, riguardarono un importante settore della scienza forense, il digital forensic, cioè la scienza che si occupa di analizzare, identificare e conservare ai fini processuali tutta una serie d’informazioni contenute all’interno di memorie digitali. Nel caso in questione oltre agli strumenti informatici in uso a Yara e ai suoi familiari si trattò in particolar modo di dati in grado di poter essere estrapolati dalle memorie delle celle telefoniche che in quei momenti agganciarono il cellulare di Yara e di altre persone che transitavano nella zona.
E’ evidente che senza la scoperta del cadavere e dei reperti rinvenuti per gli inquirenti dell’epoca sarebbe stato abbastanza complesso, se non impossibile, identificare il colpevole di un tale efferato omicidio.
Nella prima fase delle indagini risalente in epoca anteriore al rinvenimento del cadavere “Ignoto 1” non esiste, è importante a questo punto dell’analisi riflettere particolarmente su un dato che certamente potrebbe rivelarsi utile in futuro e che emerge palesemente in questa prima fase delle indagini.
C’è una domanda che sorge spontanea:
Quanto, attraverso il digital Forensic o l’ascolto di testi, si sarebbe potuto rilevare di utile ai fini delle indagini e individuazione della assassino di Yara?

Le “certezze” del  Collegio Giudicante 

In questa prima fase di analisi della sentenza sono stati mostrati tutti gli elementi d’indagine emersi da testimonianze, analisi delle memorie digitali, abitudini di vita della ragazza cui si sono susseguite  altre indagini più a largo raggio, di carattere più generale che hanno investito la cerchia di persone e luoghi frequentati abitualmente da Yara e l’individuazione di telefonini che quella sera agganciarono  le celle telefoniche d’interesse investigativo.
Dalla sentenza emerge un dato rilevante: “Nell’immediatezza furono acquisiti i tabulati delle utenze di Yara e dei suoi familiari degli ultimi due anni e di tutti coloro che il giorno della scomparsa tra le 16 e le 24.00 erano transitati nelle celle di potenziale interesse”.
Furono quindi rilevati i dati dalle ore 16.00 alle 24.00 del giorno della scomparsa di Yara dalle tre celle telefoniche d’interesse investigative da cui emersero i transiti di ben 118.000 utenze diverse.
In seguito, con l’individuazione di “Ignoto 1” il periodo d’interesse investigativo fu ridotto ai dieci minuti a cavallo del momento in cui Yara presumibilmente fu rapita, le utenze rilevate come transitanti in quelle celle risultarono essere 5000.
Facciamo un passo indietro, prima dell’identificazione di “Ignoto 1”; furono quindi individuate 118.000 utenze.
Tra questi risultò esserci anche quella intestata ed in uso a Massimo Bossetti la cui posizione investigativa fu vagliata alla stregua degli altri utenti che quella sera transitarono in quella zona, ma non emerse alcun elemento valido o comunque ritenuto utile alle indagini per relazionarlo alla scomparsa di Yara. Il fatto che il cellulare circa un’ora prima avesse agganciato la stessa cella agganciata dal cellulare di Yara pochi attimi prima di scomparire, non fu considerato di rilevanza investigativa, la acquisirà anni dopo, esattamente quando si giungerà alla sua identificazione, attraverso il profilo genetico di “IGNOTO1”.
Nel compendio probatorio descritto in sentenza, i giudici danno agli esiti degli accertamenti tratti dai tabulati telefonici un valore probante: “i tabulati telefonici consentono di escludere che l’imputato il giorno dell’omicidio fosse altrove…..”. La stessa considerazione non fu però fatta in sede d’indagini preliminari, eppure, il cellulare agganciò la stessa cella, l’ultima agganciata dal cellulare di Yara un’ ora dopo esattamente quella di Mapelo Via Nata. I giudici continuano in sentenza: “l’ultima telefonata lo colloca nella zona, dove sia stato tra le 14.30 alle 17.45 è tutto sommato poco rilevante” ex post danno una rilevanza fondamentale a questo indizio rimasto tale, sino all’individuazione di “IGNOTO1”.
Gli accertamenti svolti dagli investigatori non si fermarono alla rilevazione delle tracce tratte dalle celle telefoniche, andarono ben oltre.
Furono ascoltati numerosi testimoni “…identificati e sentiti a sommarie informazioni tutti gli iscritti e i genitori degli iscritti al centro sportivo e tutti coloro che abitavano nelle zone e nelle vie limotrofe.”
Anche in questo caso, nonostante il cospicuo di persone sentite dagli investigatori, non emersero elementi fattuali in grado di collegare Bossetti con la sparizione di Yara.
Oltre ai dati telefonici e alle testimonianze furono analizzati anche i filmati delle videocamere che in qualche maniera  potevano essere di interesse investigativo, concernenti la zona che vide involontaria protagonista Yara quella sera .
In totale furono analizzati i filmati di cinque telecamere da cui  nessun elemento fu tratto, fu ritenuto utile ai fini delle indagini, anche in questo caso non scaturì nulla in grado ricollegare Massimo Bossetti a Yara.
Le immagini dell’autocarro  Iveco che tanto fecero discutere nella fase delle indagini preliminari non furono oggetto di vaglio da parte degli investigatori nella fase delle indagini preliminari e nella fase processuale non furono oggetto di approfondimento poiché i dati analizzati non avrebbero consentito l’identificazione certa del mezzo come quello posseduto dal Bossetti.
Nemmeno i dati telefonici circa gli eventuali spostamenti dei telefoni diedero cognizione certa di quanto potesse essere accaduto quella sera, quantunque i giudici  in sentenza ne traggano una certezza”… “i tabulati telefonici consentono di escludere che l’imputato il giorno dell’omicidio fosse altrove”.
Occorre non perdere di vista una considerazione espressa anche in sede processuale: quella cella telefonica era anche in grado di coprire l’abitazione di Bossetti, chi può dire che Bossetti in quel momento non fosse in casa?
Nessuno dei tanti testi individuati riferì di aver visto Bossetti quella sera aggirarsi nelle vie adiacenti al centro sportivo di Brembate ma anche da questo dato negativo i giudici del collegio traggono una ulteriore “certezza”: ” …. del resto trattandosi per loro di un giorno uguale a tanti altri, non si comprende per quali ragioni tali soggetti avrebbero dovuto memorizzare i volti di chi era in zona o soffermarsi sulla presenza di un determinato mezzo di locomozione.
Altro elemento indiziario che emerge  in sentenza riguarda l’intercettazione ambientale effettuata in carcere durante un colloquio tra Bossetti e la moglie: “ci ho pensato Massi, eri via quella sera, non mi ricordo a che ora sei venuto e non mi ricordo neanche cosa hai fatto. Perché all’inizio io ricordo che eravamo arrabbiati, e quindi non te l’ho chiesto. E’ uscita dopo la storia della scomparsa e non mi hai detto mai cosa hai fatto”.
Anche da questo tratto indiziario e dai tanti non ricordo, l’organo giusdicente sembra ricavarne un’ulteriore “certezza”: “L’imputato dunque, non solo non ha fornito indicazioni in merito ai suoi spostamenti di quella sera (circostanza perfettamente comprensibile ove egli vi avesse ripensato solo quattro anni dopo) ma li ha anche taciuti alla moglie.”
Allora è logico chiedersi: qual è stato il particolare che invece dopo quattro anni ha fatto tornare la memoria alla moglie? Il ritardo nel rientrare a casa? Il fatto di non avere giustificato il suo ritardo, semmai ritardo ci fosse stato? Eppure, come per gli altri testimoni anche per la moglie di Bossetti si trattava di un giorno uguale a tutti gli altri.
Diversamente, il collegio non ricava una “certezza” dall’affermazione del figlio dell’imputato il quale, durante la sua deposizione invece avrebbe affermato che la sera del 26 novembre 2010 avevano cenato tutti insieme, anzi torna alle dichiarazioni fatte durante l’intercettazione della moglie di Bossetti che invece non ricorda cosa fosse successo quella sera. Chissà chi dei due avrà avuto ricordi più chiari. Il fatto è che entrambe le dichiarazioni non  sono in grado di sciogliere eventuali dubbi.

Lo strano caso delle leghe ferrose

Altro elemento ritenuto probante furono le particelle ferrose e quelle di calcio rivenute sul cadavere. E’ opportuno soffermarsi su questo dato. Le particelle di calcio vennero rilevate nella lesione mentoniera, nelle lesioni della regione mammaria, nella regione lombare, al polso destro, sulla cute  in corrispondenza delle lesioni e sugli indumenti. Le tracce ferrose invece sulle scarpe e sugli indumenti. Nelle lesioni vennero inoltre rinvenute tracce di titanio, materiale di cui sono composte le lame degli arnesi da taglio. Appare logico chiedersi: perché nelle ferite non vengono rilevate tracce di lega ferrosa? Se i giudici danno per scontato che la calce e le particelle ferrose provengono da un cantiere edile e collegano quindi tale elemento indiziario con la figura di Bossetti, perché sulla cute sono state rinvenute solo tracce di calce e di converso non furono rilevate tracce di lega ferrosa?  In sentenza non è precisato in quale precisa parte delle scarpe furono rilevate, un particolare importante onde poter stabilire se magari si depositarono sulle scarpe o furono calpestate. Si usa spesso il termine contaminazione, un termine che in questo delitto acquista un quid  pluris, la contaminazione è un elemento che in questo caso può fare la differenza. Torniamo alle tracce, durante l’azione omicidiaria, dunque, l’assassino avrebbe dovuto contaminare le ferite sia con l’elemento calce che con quello ferroso, perché questo non si è verificato? Non si può certo dire che l’azione del tempo abbia influito, perché se le tracce ferrose sono state trovate nelle scarpe e negli abiti esposti alle intemperie,  si sarebbero  dunque conservate anche sulla cute coperta dagli abiti. Le ipotesi che ne derivano sono molteplici, chissà, magari la mano che ha provocato le ferite sul  corpo  di Yara non era la stessa che lo trasportò in quel campo di Chignolo d’isola. Perché  quella mano avrebbe contaminato  le ferite di particelle di calcio e non di leghe  ferrose? Eppure non si trattò di una sola ferita ma di  più ferite inferte e in nessuna  di queste in sentenza viene rilevata la contaminazione di leghe ferrose ma solo di  calce.

I rilievi sui dati contenuti nei Personal computer

Anche qui i giudici traggono una ulteriore certezza tanto da farla risalire all’eventuale movente: “quanto all’assenza di movente, pure denunciata dalla difesa, Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati e sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di  ricerche a carattere  altamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili  a lui. E’, dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avance a sfondo sessuale, verosimilmente la resistenza della ragazza è stata in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza, sadismo, di cui non aveva dato prova fino ad allora“. Le consulenze  diedero modo di individuare alle ricerche fatte sul  su pc la prima risaliva 27 novembre 2013 alle ore 23.14 in termini della ricerca erano “ragazze vergini rosse”. La seconda era del 29 maggio 2014 e riguardava “ragazzine con vagine rasate”. Altre ricerche  su contenuti simili anche se rilevate non potevano essere datate perché derivanti da navigazioni anonime o cancellate. Tra le tante ricerche però  furono sicuramente effettuate dall’utente perché distinte dalla lettere “q” (query) in particolare quella del 24 maggio 2014 alle ore 09.55 e quella effettuata alle 23.14 il 27 novembre 2013.  In questi casi specifici si trattò di una ricerca frutto di un’autonoma digitazione, selezionata dall’utente. Il consulente della difesa nella sua audizione precisò che la lettera “q” non è sempre in grado di fornire un’indicazione univoca in merito alla digitazione “parola per parola” della stringa. In sentenza si precisa che non viene rinvenuta nessuna traccia di navigazioni in siti dal carattere strettamente pedopornografico o nel cosiddetto “dark web” e che tutte le ricerche di questo tenore furono effettuate dal profilo dell’utente “Massimo”, ma non possono esser ricondotte a lui poiché tale profilo risultò essere privo di password e pertanto accessibile a chiunque.

Riepilogando,  la maggior parte delle ricerche con la parola “ragazze” non furono databili dai periti espulsa quella del 27novembre 2012 alle 0re 23.14 in cui i giudici giustamente processano erano tutti presenti invasa e tutti avrebbero potuto effettuare quel tipo di  ricerca. Mentre per quella datata 29 maggio alle ore 09.55 fu appurato dagli inquirenti che Nicholas  era a scuola, la moglie di Bossetti sicuramente uscita alle 11.17 mentre Bossetti, fermo per malattia era a casa.

La moglie di Bossetti nella sua testimonianza dichiarerà che il computer lo usava prevalentemente lei, soprattutto per navigare su siti pornografici da sola oppure insieme al marito, escludeva di aver fatto ricerche concernenti ragazzine, ma non escludeva di aver potuto selezionarle durante navigazioni nei siti pornografici, magari anche cliccandole a caso. Il figlio più grande dichiara invece  di aver iniziato a guardare video pornografici quando frequentava la seconda media, lo faceva con il telefono cellulare poi  con il pc di casa il pomeriggio o la sera.

I giudici quindi consolidano una certezza portante  da un’altra serie di indizi… “Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip stagliati” soffermiamoci su questo prima dato, gli slip tagliati, dall’esame della meccanica dell’azione omicidiaria i giudici furono certi che il cadavere di Yara, a differenza di quanto sostenne la difesa, non fu spogliato e poi rivestito questo perché i tagli sui leggins corrispondevano in maniera pressoché millimetrica a quelli riportati sulle mutandine e sulla cute della povera ragazza che quindi verosimilmente non furono oggetto di attenzione particolare da parte dell’assassino. Il reggiseno slacciato? Non sono state rinvenute impronte, potrebbe aver ceduto anche con il tempo. L’assassino potrebbe aver usato i guanti? Se così fosse non si sarebbero rinvenute particelle di calce sulla cute nelle prossimità delle ferite. “Sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere altamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui e, dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avance a sfondo sessuale……”  , il computer non era solo in uso a lui, l’utente Massimo non era munito di password chiusa, nella famiglia chiunque può aver fatto quelle ricerche, il figlio stesso ammette di aver visitato siti pornografici, la stessa moglie di Bossetti da sola e con il marito. Per di più il consulente della difesa evidenziò che la “q” di query non sempre forniva un’indicazione univoca in merito alla digitazione parola per parola della stringa. Quando si entra nei siti a carattere pornografico all’istante normalmente si aprono, non volutamente, numerose finestre di qualsiasi genere e penso capita di cliccare involontariamente. “….dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avance a sfondo sessuale, verosimilmente resistite dalla ragazza in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza, sadismo di cui non aveva dato priva fino ad allora”, stiamo parlando di ricerche effettuate anni dopo l’omicidio, di stringhe di ricerca che di cui non si ha la certezza che possano essere state effettuate volutamente e su chi in casa le abbia effettuate , può essere si,  ma può anche essere il contrario. Sembra  eccessivo da questi indizi ricavarne un eventuale movente e per di più ricavare un aspetto psicologico di violenza e sadismo nei confronti dell’imputato.

La teoria della convergenza del molteplice

Nonostante “bandita”  dai giudici della Suprema Corte di Cassazione, in alcuni tratti della sentenza si coglie la sua presenza.  Molti degli elementi dai giudici ritenuti  certi e probanti  sono stati  tratti dalla somma di  indizi il cui risultato lascia  emergere la prova cosiddetta logica, generata applicando in linea di massima  ciò che in giurisprudenza è  nota come appunto  la “Teoria della convergenza del molteplice”. Nel caso de quo, ogni singolo indizio raccolto non appare di per sé rassicurante o tantomeno in grado di costituire una prova certa, tuttavia sulla base della teoria della convergenza del molteplice, gli indizi sommati tra loro sono stati convertiti in prova logica. Nella sentenza di condanna di primo grado come abbiamo avuto modo di appurare, spesso l’elemento probante non viene tratto da certezze indiziarie  (vds il paragrafo le “certezze” del collegio giudicante) ma sempre da altri fattori che si possono definire di esclusione…(il cellulare di Bossetti non ha agganciato altre celle? vuol dire che allora non era in altre parti).  Sul concetto di indizio, la Suprema Corte di Cassazione è stata sempre oltremodo chiara. Esso deve possedere i requisiti della gravità, precisione, elementi la cui concordanza abbiano la capacità di costituire una certezza e,  pertanto, essere in grado  di dirimere nel giudice ogni eventuale dubbio sorto in conseguenza dell’esposizione di  una teoria controfattuale. Viene dunque meno il principio  “del più probabile che no” da ciò ne consegue che per acquisire il carattere di indizio, questo debba possedere in sé il requisito di certezza. (Paolo Tonini: “Nullum iudicium sine scientia” tratto da Diritto penale e processo n.11/2015).

Nel caso  in questione  la teoria della convergenza del molteplice è stata rafforzata o meglio trova fondamento, da un elemento indiziario qualificato come prova certa e inconfutabile,  il DNA e la conseguente indagine genetica che si è sviluppata. Questa ha permesso attraverso il profilo genotipico di Ignoto 1  di giungere all’identificazione e arresto di Massimo Bossetti. L’analisi della sentenza come si può notare, non è stata estesa nel merito del DNA poiché sono specialità forensi che richiedono un elevato grado specializzazione e, nell’ambito criminologico/criminalistico, come ho avuto spesso modo di rilevare, la tuttologia  seppur tuttora manifesta non rende.

E’ chiaramente evidente che l’intera struttura probatoria trova la sua base, le sue fondamenta nel DNA ma qualora queste cedessero, trascinerebbero con sè l’ intero impianto probatorio, cosi come si è verificato nel caso di Meredith Kercher .

E’ importate però rilevare che conseguentemente al caso Kercher la Suprema Corte di Cassazione ha rivisitato i caratteri dell’indagine genetica, stabilendo che questa acquisisce il valore importate, se assume i caratteri di certezza e cioè, se nelle attività di repertazione, conservazione ed analisi del reperto, siano state rispettate tutte le norme dettate dai protocolli internazionali. Un dato genetico affinché possa avere valore indiziario, è che siano stati adottati  tutti i protocolli  internazionali di repertazione e custodia. Per di più incombe sul Pubblico ministero, l’onere di provare che l’indagine genetica si stata condotta nel rispetto nelle norme protocollari, onde evitare eventuali contaminazioni, si tratterà quindi per l’accusa di dimostrare al genuinità del reperto e l’osservanza della catena di custodia. Non è più valido il concetto  basato sul principio “ipse dixit“, non deve essere più considerata come verità assoluta quanto affermato  nelle dichiarazioni di scienza, l’elemento per essere considerato scientifico deve contenere i requisiti previsti ex art. 192 c.2° del codice di procedura penale. E importante perciò in primis valutare se il dato raccolto e custodito secondo i protocolli internazionali e per di più  che sia  in grado di essere soggetto a tentativo di smentita. Elementi questi  in grado  di porre nella possibilità del giudice di basare la propria decisione su un dato scientifico verificandolo attraverso il metodo del “nullum iudicium sine scientia”

Sarà compito della difesa di Bossetti coadiuvata da esperti genetisti fare le valutazioni del caso, quindi stabilire l’esatta procedura di applicazione del protocollo internazionale, stabilire se quella traccia di DNA repertata  sugli slip della povera Yara si stata conseguenza di  un effettivo contatto tra Bossetti e la ragazza o magari solo frutto di una contaminazione. Fare in modo che non è emerga un verità  artefatta generata in un contesto processuale ma  una verità in grado di ripercorrere ex post quando realmente accaduto  in grado di affermare il concetto di giustizia.

 

 

http://www.giurisprudenzapenale.com/2016/09/30/omicidio-yara-la-sentenza-della-corte-dassise-di-bergamo/




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