Il caso di Massimo Bossetti

dna nuovo

La Ricerca della prova a discarico

 

Se ne riparla per via di un documento della difesa di Bossetti che vuole smontare le prove raccolte sul DNA

Tratto da www.ilpost.it

pubblicato il 23.09.2014

Da metà giugno, un uomo di nome Massimo Giuseppe Bossetti si trova in carcere perché accusato di essere il presunto assassino di Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni di Brembate di Sopra (Bergamo) uccisa nel 2010, e il cui caso è da allora seguito con molta attenzione – a volte eccessiva e morbosa – dai media italiani. Bossetti è stato arrestato dopo un’indagine molto complessa e laboriosa, incentrata sul DNA raccolto sul corpo di Gambirasio. La scorsa settimana gli avvocati di Bossetti hanno provato a ottenere la sua scarcerazione presentando un’istanza di circa 40 pagine nelle quali sono contestati diversi elementi presentati dall’accusa, e messe in dubbio le prove sul DNA raccolte dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) dei Carabinieri. La richiesta di scarcerazione è stata respinta dal giudice per le indagini preliminari (GIP), ma i legali di Bossetti sperano di ottenere un risultato diverso presentando una richiesta simile al tribunale del riesame di Brescia.

La morte di Yara Gambirasio

Yara Gambirasio scomparve nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2010, quando non era tornata a casa dopo uno dei suoi allenamenti in palestra a Brembate. Il suo corpo fu ritrovato solo tre mesi dopo, lungo un torrente nei pressi del paese di Chignolo d’Isola, a circa una decina di chilometri di distanza da Mapello, dove si erano in precedenza concentrate le ricerche. Il luogo del ritrovamento fu indicato dagli investigatori come quello in cui era stata uccisa Gambirasio, che probabilmente era stata trasportata nella zona contro la sua volontà da qualcuno, forse per violentarla. Le analisi sul corpo indicarono almeno un colpo ricevuto alla testa e ferite da arma da taglio alla gola, al torace, alla schiena e ai polsi.

DNA

Analizzando i vestiti di Yara Gambirasio, gli investigatori trovarono una traccia di un fluido corporeo (forse sangue) il cui DNA era diverso da quello della ragazzina. Questa singola traccia divenne il punto centrale delle complicatissime indagini durate circa tre anni per risalire al presunto assassino. Il DNA fu indicato come appartenente a “Ignoto 1” e nel 2011 fu trovata una corrispondenza parziale del campione con un uomo di nome Damiano Guerinoni. Da questo si risalì a tre suoi cugini con una compatibilità genetica ancora più alta, fu esumato il loro padre, Giuseppe Guerinoni, e si scoprì che “Ignoto 1” era suo figlio. Dopo un’altra serie di indagini, che raccontammo qui più nel dettaglio, gli investigatori scoprirono che Guerinoni era il padre biologico di Bossetti, avuto in seguito a una relazione extraconiugale con la madre. Confrontando un campione di DNA ottenuto da Bossetti, a sua insaputa, fu possibile trovare la corrispondenza del suo DNA con quello ritrovato sui vestiti di Gambirasio.

Le contestazioni della difesa sul DNA

Nella loro istanza, respinta dal GIP, i legali di Bossetti riprendono la relazione del RIS sulle tracce di DNA trovate sui vestiti di Gambirasio – la prova che viene ritenuta più consistente contro il presunto assassino – nella quale si legge:

Una logica prettamente scientifica che tenga conto dei non pochi parametri che si è tentato di sviscerare in questa sede non consente di diagnosticare in maniera inequivoca le tracce lasciate da Ignoto 1 sui vestiti di Yara.

Secondo la difesa, con questa affermazione i RIS ammettono che non vi possa essere nessuna certezza sulla prova del DNA raccolta sul corpo di Gambirasio.

La versione del RIS

Estrapolata dal resto della relazione, la parte indicata dai legali di Bossetti sembra in effetti mettere in dubbio la qualità del campione di DNA ritrovato, ma nel documento del RIS è spiegata un’ulteriore distinzione. Il “non consente di diagnosticare in maniera inequivoca le tracce” non è riferito al DNA, ma al liquido in cui fu trovato il campione. La macchia che fu trovata sui vestiti di Gambirasio era infatti composta dal sangue della ragazzina e da una sostanza lasciata da un’altra persona, probabilmente l’assassino. I test hanno permesso di escludere che questa sostanza sia saliva o liquido seminale, mentre hanno indicato la possibilità (non la certezza) che si tratti di sangue. L’incertezza sulla tipologia della sostanza è dovuta, tra le altre cose, al fatto che il corpo di Gambirasio rimase per circa tre mesi esposto alle intemperie prima di essere ritrovato.

Quindi, semplificando, il RIS sostiene che la sequenza di DNA di “Ignoto 1” è “certa al di là di ogni dubbio”, mentre non può essere detto con certezza su quale sostanza sia stata ritrovata sui vestiti di Gambirasio. I tecnici escludono “ragionevolmente” anche la possibilità che ci possano essere stati errori o contaminazioni durante gli esami di laboratorio, altro elemento che però viene contestato dagli avvocati di Bossetti.

Cellulare

Oltre alle contestazioni sul campione del DNA, la difesa nell’istanza sostiene che l’ultimo ripetitore al quale si agganciò il cellulare di Gambirasio si trovava a Brembate, nei pressi della palestra, e non a Mapello dove nello stesso momento era stata rilevata anche la presenza del cellulare di Bossetti. Il GIP ha respinto anche questo punto, concordando con la procura sul fatto che dai documenti prodotti dalle compagnie telefoniche sia evidente che i due cellulari erano presenti nella medesima cella della rete cellulare.

Polvere

Infine, la difesa ha chiesto che sia chiarito meglio se sui vestiti e sul corpo di Gambirasio fossero presenti tracce di polvere di calce, provenienti secondo l’accusa da un cantiere e quindi compatibili con il lavoro di muratore svolto da Bossetti. Anche in questo caso il GIP ha confermato le informazioni contenute nella relazione del medico legale, nel quale si fa riferimento alla presenza di “tracce di polvere di calce” sulla pelle e sui vestiti del corpo di Gambirasio.

Riesame

In seguito alla negazione da parte del GIP della richiesta di scarcerazione di Bossetti, i legali hanno annunciato che presenteranno una nuova istanza, al tribunale del riesame. Questa pratica è prevista nel diritto processuale penale e vi si fa ricorso quando si viole impugnare la decisione di una misura cautelare. La decisione spetta a magistrati esterni non coinvolti nel caso giudiziario che prima devono decidere sull’ammissibilità della richiesta, e in seguito decidere se annullarla, riformarla o confermare l’ordinanza già attuata.

LA RICERCA DELLA PROVA A DISCARICO

Ho scelto l’articolo tratto dal www.Ilpost.it perché in esso vengono delineate in breve sintesi, le attività difensive che i legali dell’indagato hanno dovuto compiere per poter strutturare in maniera consistente l’istanza di riesame avversa all’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P.

Il riesame deve appunto contenere gli indizi in grado di confutare la tesi esposta dal Pubblico Ministero nella sua richiesta al giudice del provvedimento restrittivo della libertà personale.

Gli indizi che l’autore cita e sui quali vertono le contestazioni della difesa sono :

L’esame del D.N.A.;

La localizzazione del cellulare;
immagine celle telefoniche
L’esame delle tracce di polvere rivenute sul cadavere della povera Yara.

Voglio aggiungere che ulteriori punti di disamina a confutazione riguardano: la capacità di reiterazione del reato e il pericolo di fuga, questi due punti riguardano la capacità del soggetto di compiere ulteriori azioni criminali o di darsi alla fuga per sottrarsi ad un regolare processo.

Da questo articolo ho voluto trarre le premesse necessarie per poter, finalmente, avvicinare la figura del criminologo nelle sue specialità nel contesto riservato alle indagini.

E’ emblematico come questa circostanza riporta a quanto ebbi già modo di far constatare attraverso l’articolo intitolato “il riesame delle ordinanze che dispongono una misura cautelare personale” .

In quel contesto ponevo appunto in rilievo la sinergia d’intenti che si deve creare tra il legale il criminologo, quest’ultimo, naturalmente considerato sempre in un ambito settoriale, specialistico che concerne appunto gli ambiti riguardanti i diversi settori toccati delle indagini.

Gli elementi citati e che devono essere sottoposti al vaglio, sono in grado di coinvolgere diverse figure professionali quali ad esempio:

– il genetista, in grado di riferire in merito a ciò che concerne l’esame de D.N.A.

– il digital forensic, specializzato nell’individuazione, acquisizione, preservazione della traccia elettronica – digitale, nella fattispecie le tracce rilevabili dalle celle telefoniche;

– il geologo forense che studia la sedimentologia, ovverossia le composizioni e la genesi dei sedimenti, nel nostro caso delle polveri rivenute;

– lo psicologo in grado di analizzare la personalità del soggetto indagato e peritare circa le sua eventuali capacità di reiterare nel reato per cui è indagato;

– un esperto in investigazioni a carattere generale, in grado di rinvenire indizi di prova utili che magari non sono stati vagliati dalla polizia giudiziaria.

E pensare che si continua ad affermare che mai nel nostro sistema giudiziario il criminologo potrà trovare una collocazione.

Quelle evidenziate sono figure professionali che, una volta acquisito il titolo di criminologo (il cui iter formativo andrebbe completamente rivisitato), sono in grado di fornire attraverso il loro coinvolgimento un utile apporto in contesti investigativi i cui scenari sono sottoposti a continue evoluzione di carattere tecnico e scientifico.

E’ quindi il caso di conoscere da vicino figure professionali di siffatta rilevanza, ed è per questo nel prossimo post un esperto, titolato della materia ci guidera’ nel mondo del digital forensic, spiegandoci le modalità e le tecniche di rilevazione dei dati provenienti dalle celle telefoniche, utili alla localizzazione degli apparati cellulari.

Successivamente incontreremo altri professionisti quali : il geologo forense, il genetista, il sociologo, lo psicologo, l’investigatore, l’analista di crimini seriali, onde avere così modo di giungere ad un vero ed effettivo confronto, oltreché un reciproco scambio di opinioni di carattere criminologico tecnico-investigativo.

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