“The Beautiful Cigar Girl”

di Michela Donvito

«Ci sono poche persone, anche tra i pensatori più cauti, che non si sono fatti talvolta sorprendere da una vaga credenza nel soprannaturale […], da coincidenze così incredibili che, prendendole come tali, non potevano essere elaborate dall’intelletto […]. Gli straordinari dettagli che sto per rendere pubblici costituiscono il nodo essenziale di una serie di coincidenze poco comprensibili […]»
                                                                                                                                                                       (E.A.Poe)

cigar girl

Dove finisce la realtà e inizia la fantasia? Come fece lo scrittore Edgar Allan Poe ad incrociare così bene la realtà di un fatto di cronaca realmente accaduto? E quanto l’autore fu implicato nella vicenda?
A queste ed altre domande, forse non avremo mai risposta, ma ripercorriamo insieme quello che è accaduto nella realtà e nella mente di uno dei più grandi scrittori del mistero che sia mai esistito nella storia della letteratura.
I “seguaci” di Poe si saranno accorti, come me, leggendo il racconto “Il mistero di Marie Roget” che c’è qualcosa di diverso rispetto al solito: l’autore, stranamente, si ispirò ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1841 a New York.
La vittima fu la bella Mary Cecilia Rogers, famosa in città per il suo lavoro al negozio di sigari del signor John Anderson a Broadway, certamente un lavoro atipico e malvisto per una donna a quel tempo se non altro perché la clientela era prettamente maschile e la sua bellezza attirava ancora di più gli uomini. Povera signorina Rogers, chissà quanti pettegolezzi su di lei da parte dei “benpensanti” dell’epoca…
Nel luglio di quell’anno il suo (ex bellissimo corpo) fu rinvenuto nel fiume da tre giovani che passeggiavano. Mary galleggiava a volto in giù, gonfia, in stato avanzato di putrefazione. Ma, trascinato il cadavere sull’argine, gli uomini, nonostante la donna fosse in quello stato, la riconobbero. Stando alla cronaca riferita dal «New York Tribune», il corpo era «orribilmente mutilato e seviziato». La ragazza dei sigari era completamente vestita, anche se gli abiti erano tutti rovinati e le mancava il bustino. Un pezzetto di pizzo strappato dall’orlo della gonna le era stato conficcato così profondamente nella gola da non essere neppure visibile a una prima osservazione. L’autopsia confermò ciò che ci si aspettava: Mery era stata brutalmente violentata. Stranamente, il fidanzato Daniel Payne, si rifiutò di andare a riconoscere il corpo, pur essendo stato fra i più attivi ricercatori della ragazza per tutta la città e dopo essere stato interrogato dalla polizia, fu subito rilasciato.
Unico ad appassionarsi al caso, al di fuori dei giornali scandalistici, fu proprio il nostro amato Poe, che espose un’idea che si era fatto del delitto in tre parti, pubblicate nel 1842 sulla rivista The Lady’s Companion.
Il suo racconto, molto simile alla realtà, era, però, ambientato a Parigi e la protagonista si chiamava Marie Roget, una donna molto nota per la sua bellezza, che un giorno svanisce, per ricomparire qualche tempo dopo e giustificare tale comportamento dicendo di essere andata a trovare alcuni parenti, ma quando nuovamente si perdono le sue tracce, molti percepiscono qualcosa di anomalo e infatti, una mattina il cadavere della giovane viene trovato lungo l’argine del fiume. Nonostante il mistero che circonda l’omicidio, la soluzione pare dall’inizio piuttosto facile, tuttavia passano diverse settimane finché la polizia, non essendo venuta a capo di nulla, è costretta a mettere una taglia sull’assassino, chiedendo la collaborazione di chiunque possa fornire informazioni importanti in proposito. Auguste Dupin leggendo le notizie apparse sui giornali di Parigi, inizia una ricostruzione dei fatti, più volte travisati dalla stessa stampa, e giunge a scartare tutte le ipotesi fino a quel punto formulate dagli inquirenti, smascherando la falsità di alcune prove raccolte e la scarsa attendibilità di varie testimonianze, e trovando quindi una traccia, fino ad allora sottovalutata, che condurrà alla scoperta dell’assassino.
All’inizio Poe immagina che Mary non sia stata uccisa da una banda, ma da un solo individuo al solo scopo di abusarne sessualmente, ma successivamente rivede la sua storia, modificandola.
Dai segni di lotta rintracciati nel bosco e dalle tumefazioni del volto, Poe deduce che la ragazza venne uccisa da un uomo solo.
A circa mezzo secolo di distanza si ritenne che l’ipotesi suggerita da Poe potesse, in parte, essere corretta, al punto che si arrivò a pensare che lo stesso Poe potesse essere coinvolto, in qualche modo, in questa storia. Ancora oggi ci si chiede quale ruolo lo scrittore abbia davvero avuto nell’assassinio di Mary Rogers e come abbia fatto a incrociare così perfettamente la realtà.
In un articolo comparso sul una rivista, due giornalisti suggeriscono l’ipotesi che lo stesso Poe potesse essere l’assassino. Stando a un testimone, Mary era stata notata in compagnia di un uomo, elegante, alto e di carnagione scura. Poe era olivastro di pelle e solitamente elegante, ma non poteva certo dirsi un uomo
alto, poco più di un metro e sessanta. Forse l’aveva uccisa in un raptus di «pazzia provocata dall’alcol». Proprio nel 1841, Virginia, la moglie, stava morendo di tisi e Poe si trovava in una condizione psichica certamente instabile. Ma chiunque lo conoscesse parlava della sua galanteria e dei suoi modi gentili, sono certa che nel corso della sua vita quanto male fece a se stesso, altrettanto bene fece agli altri.
Il caso fu risolto solo molti anni dopo, nel 1891, in seguito al ritrovamento di alcuni documenti appartenuti al datore di lavoro di Mary, John Anderson, deceduto ormai da un decennio. Documenti che emersero in seguito ad un’eredità contestata, nei quali si raccontava che l’uomo avesse avuto una relazione con la bella commessa e che le avesse pagato un primo aborto. A esserle fatale fu la seconda interruzione di gravidanza, finanziata sempre dal suo datore di lavoro, anche se sulla paternità le ricostruzioni si dimostrarono petulanti tanto quanto le cronache che seguirono l’omicidio.
Anderson, era stato a lungo sospettato dalla polizia, anche se poi, alla fine, era stato rilasciato come tutti gli altri fermati. L’uomo aveva raccontato agli amici di aver trascorso «giorni terribili a causa di lei» e di sentirsi in contatto col suo spirito. Il caso approdò in tribunale, ma la documentazione era andata distrutta. Ma un avvocato, Samuel Copp Worthen, amico intimo di Laura Appleton, la figlia di Anderson, era venuto a sapere che presso gli uffici dell’impresa gestita da Anderson esisteva una copia degli atti del caso della Corte Suprema di New York, e si era dato da fare per recuperarli. Si era così venuto a sapere che nei lunghi interrogatori cui la polizia aveva sottoposto Anderson, dell’ammissione di aver sostenuto lui stesso le spese per un aborto e che quel «peso continuava a portarselo dietro», pur precisando che «lui, da parte sua, non aveva nulla a che vedere con quella faccenda». Questo spiegherebbe l’improvvisa assenza di una settimana di Mary e il suo aspetto stanco e malato al ritorno e forse anche la successiva pressoché immediata nuova sparizione. La teoria proposta da Worthen sostiene che a sei mesi dal primo, Mary era stata costretta a un secondo aborto e ancora una volta era andata a battere cassa dal suo datore di lavoro, il signor Anderson. Quando la domenica mattina era uscita di casa, era diretta a Hoboken per sottoporsi all’intervento abortivo. Mary, dunque, era morta durante l’aborto e il corpo era stato gettato nel vicino fiume per coprire il fatto illecito ma soprattutto il protagonista: il famoso uomo dalla pelle olivastra visto con lei allo scalo, che aveva affittato la stanza per l’intervento.
Infine, in merito alla presunta violenza carnale subita da Mary, vale ricordare che nel 1841 la medicina legale stava compiendo i primissimi passi e quelli che, a una superficiale osservazione, erano potuti sembrare i segni di uno stupro, avrebbero potuto benissimo essere invece quelli di un aborto. Per quel che riguarda Duke, il fidanzato, la cronaca dell’epoca riferisce che l’uomo si andò ad uccidere nel medesimo punto in cui si diceva che la sua ragazza fosse stata violentata. Il suicidio di Payne sembra certamente doversi collegare al fatto che il figlio che Mary Rogers stava aspettando era suo.
Ma perché sono ancora oggi così pochi coloro che conoscono il vero finale di questa triste storia? In buona parte perché Poe, con il suo racconto, ha sin da subito depistato tutti.
Poe, quindi, non ebbe alcuna responsabilità nella morte della ragazza…ma fu, forse, scelto dal suo assassino come confidente?

Tutti i diritti sono riservati all’autrice

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